Il suonatore di corno

di | 4 Apr 21

Il racconto della domenica

Paolo Terrana

Arrivo scapigliato e controvoglia. Dalle foto e dallo scambio scarno di messaggi era un incontro nato senza troppe aspettative, con una donna che immaginavo pacata e silenziosa. Una musicista che, pizzicando ad occhi chiusi le corde del violoncello, saltava su spazi e linee del pentagramma alla ricerca della nota perfetta, contorcendo volto e corpo e lasciandosi trasportare dalle vibrazioni positive. Il tutto in un ambiente ordinato e avvolto di incensi.

Ed invece no, la mia immagine era parecchio sfocata, e mi imbatto in una peperina con la risposta sempre pronta, che sembra animata da una presuntuosa fiducia ed ispirata da una ambizione orgogliosa ed ottimistica.

Una peperina che non sembra conoscere la parola dubbio, perché se un dubbio si insinua in lei, deve essere subito eliminato.
Federica ha una visione molto netta sulle cose, forma velocemente idee e giudizi e poi è arduo confutarli. Dolce, vivace e con un’intelligenza intuitiva che la precede di tre metri, è cresciuta in un ambiente ricco di stimoli e suggestioni culturali.
Mi piace, e non poco! Ma sono fuori forma e senza aria, sfiancato da una nottata infinita e da un pranzo tardivo e collimante con la cena.

Un quadro mesto e triste che fa da cornice ad una super notte di tuoni e lampi, ma tutti fuori dalla finestra. Nel letto solo silenzio, imbarazzo ed una delle cilecche più sonore della mia vita: anzi, una triplice cilecca.

Penso a quanto avrebbe riso Giulia scoprendo l’avverarsi della sua profezia. Ma  la musicista mi piace: è carina, intuitiva, carismatica.

Che sta succedendo? Innamoramento, semplice idealizzazione o esaltazione? Ma presto i dubbi scompaiono insieme all’aureola di perfezione che le avevo disegnato intorno. Federica si mostra senza veli, per quello che è. Ed è in gamba sì, ma piange, ride, prova emozioni e non le nasconde, e parla di tutto. Parla dei rapporti con i genitori, dei suoi ex, dei suoi turbamenti e lo fa con trasporto, senza nascondere nulla. Ha un’agenda piena zeppa di impegni, hobby, amici, ma trova – senza timer azionato – un po’ di tempo anche per me. Certo, dopo aver curato Norberto, il suo strumento.

La musicista mi aiutava con le bozze del libro che di lì a poco sarebbe andato in stampa:

  • C’è tanta carne al fuoco, ma la forma signor scrittore? – chiede Fede
  • Non sono uno scrittore – rispondo – non mi esaltare!
  • Si che lo sei – ribatte
  • E poi è un amore borderline che forma vuoi che abbia?
  • E poi le virgole perdute nel paradiso delle virgole? – ride – vogliamo fare una preghiera anche per loro?
  • Certo! Ma la delega alle virgole è tua!

In periodo COVID diventava difficile mettere le virgole, non solo tra le pagine del romanzo, ma anche tra le domeniche e i lunedì. Festivi e feriali avevano lo stesso sapore ed anche le stagioni, estate esclusa, sfumavano tutte uguali. Ormai esistevano solo i colori della pandemia, a definire spazi di libertà, azioni e pensieri proibiti. Ma io e Federica – che resti tra di noi – dei colori ce ne fregavamo altamente. Che la Sicilia fosse dichiarata rossa, verde, gialla o ciclamino non costituiva un problema per vederci. Avevamo infatti deciso di non fare la fine dei tanti Romeo e Giulietta moderni, divenuti archetipo dell’amore perfetto, avversato dalla società del COVID.
E così trascorrevamo qualche giorno a Racalmare e qualche altro a Palermo nell’attesa che tutto ritornasse, non dico normale, ma almeno conosciuto.

E di gente poco “normale” in quel periodo in giro se ne vedeva parecchia.

Una sera a Palermo finimmo in una piccola enoteca gestita da una ragazza tedesca, che, per amore di un siculo, aveva lasciato famiglia, terra e sane abitudini teutoniche, per trasferirsi in Sicilia. Ed è stato lì – in quel buco covo di musicisti, posto ad angolo di una stradina che interseca via Roma – che ho avuto una interessante conversazione con un cornista del Teatro Massimo, un tizio che – per ragioni di privacy e in onore del grande compositore russo – chiameremo Stra-wisky, il quale sosteneva non fosse periodo per la musica di Beethoven e Mozart:

  • Questa è l’epoca di Schubert e Schumann, ma tanto la gente non capisce un cazzo…
  • Dici?
  • Sì, dico.

Passa una coppietta, due giovani che, dandoci le spalle, procedono mano nella mano saltellando goffamente:

  • Guarda come camminano quei due. Già dalla camminata si capisce…
  • Cosa si capisce? – chiedo
  • Che non capiscono niente di niente – e poi, scuotendo la testa in segno di scontento e sconforto, aggiunge – sono periodi bui per le arti, la musica, il teatro, gli spettacoli, gli attori e i musicisti. Io sono tutelato, non suono sì, ma tra FIS e cassa integrazione di fame non muoio. Penso invece ai miei colleghi freelance che non se la stanno passando bene…
  • Sì – annuisco.
  • E poi – aggiunge – al di là del discorso economico c’è quello umano: molti artisti hanno rigetto verso lo strumento, accompagnato da crisi di pianto e depressione. Non so se rendo l’idea…
  • Si, posso capire – e con finto tono ottimistico – Ma perché non vi organizzate? Perché non vi inventate qualcosa?
  • É difficile: siamo musicisti, non politici – sospira e butta giù un sorso. – Ho sentito troppe chiacchiere intorno a questo virus e, francamente, non so più dove stia la verità, ma, per dirla con le parole di un amico coltivatore diretto “o si nni va iddu, o ni amu nautri”

Sorridiamo per questa perla di saggezza contadina, saggezza che, unitamente ad una politica non schiava della finanza e della tecnocrazia, a comportamenti individuali responsabili e ad una ricerca scientifica sganciata dagli interessi delle multinazionali, avrebbe dovuto essere – secondo il papa  – la base per un nuovo umanesimo, finalizzato ad una decrescita economica, felice e sostenibile, in grado di salvare la terra e l’uomo.

  • Sai da dove deriva il termine “sostenibile”? – chiede Stra-whisky
  • Dal latino?
  • viene da “sustain”, cioè dal pedale che prolunga il suono di una nota al pianoforte.

Un sorriso amaro compare sul suo volto. Raccoglie le idee buttando giù un lungo sorso di vino e ci lanciamo in un alto momento filosofico:

  • Arte e musica sono ancora attività essenziali? – chiede a se stesso più che a me
  • Sembra di no – rispondo ugualmente
  • Considerato come ci stanno trattando, credo proprio di no. E perché no? – continua nel suo monologo interattivo
  • Non so – continuo a dare risposte che non servono
  • Forse perché sono poco sostenibili?
  • Può essere – accenno un sorriso
  • Ma le chiese sono aperte per offrire conforto e innalzare lo spirito degli uomini. I barbieri per fare la barba. Le estetiste per togliere i peli. I tabaccai per le sigarette. I pakistani per venderti vino di merda a prezzo doppio – e aggiunge, in crescendo di ritmo e teatralità – Ma un museo chiuso ed un cinema chiuso non turbano più di tanto le coscienze. Forse non è solo un problema politico. Ma sai che c’è?
  • No.
  • Magari appendo il corno al chiodo e vado a zappare la terra.

Sposto la conversazione su un binario diverso, ma parallelo:

  • Io invece per il momento svolgo un’attività ancora “sostenibile”.
  • Ah, sì?
  • Sì. Sto scrivendo un libro.
  • Sì, scrivere un libro “non costa niente”, quindi è sostenibile.
  • E non è neanche vietato – aggiungo
  • Giusto – risponde – ma chissà se è “essenziale”.
  • Eh – sorrido – chissà.
  • E di che tratta questo libro “sostenibile”? – chiede Stra-whisky
  • Borderline – rispondo
  • Società borderline? Amori borderline? O politica borderline?
  • Perché? I nostri politici sono borderline? – chiedo
  • Né più e né meno delle comunità che rappresentano – afferma deciso
  • Quindi sono gli elettori i borderline?
  • Eletti ed elettori. La patologia è fluida – risponde
  • Quindi è una forma di democrazia borderline?
  • Sì.

Dopo aver convenuto – a cavallo tra il terzo ed il quarto bicchiere di vino – che vivevamo in un’epoca di democrazia fluida borderline, lunatica ed umorale, sia alle urne, sia dopo nel gioco delle alleanze più strambe che sostengono i governi più improbabili della recente storia repubblicana, facciamo un’altra brusca virata:

  • E musicisti borderline di un certo calibro ne conosci? – chiedo
  • Certo! – risponde – Il signor Schumann, un uomo così sdoppiato da superare i limiti di una licenza artistica.
  • Per questo affermavi che fosse il suo momento?
  • Per questo e per altri motivi – e aggiunge – Immagina due anime che convivono in una stessa personalità artistica ma che, in modo diverso, perseguono lo stesso ideale. E il personaggio del tuo romanzo? Quale ideale persegue?
  • Il mio personaggio è un nichilista… senza dottore.
  • Un nichilista puro?
  • Sì, un puro nichilista. A volte disperato, a volte in ribellione totale.
  • Perfetto! – afferma
  • Perfetto cosa?
  • È il suo tempo. Ne ha di cose da distruggere e negare. – ultimo sorso di vino prima del congedo e poi – Ma a proposito, di che colore siamo oggi?
  • Boh – e cercando con lo sguardo la figlia di Bach – Fede di che colore siamo oggi?

 

1 commento

  1. Avatar

    Simpatico racconto, pieno di humour e autoironia

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