7 novembre 1968

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Il racconto della domenica

Teresa Di Fresco

Era un qualunque giorno di scuola, ma già i fermenti sessantottini si percepivano in ogni occasione. Nei corridoi dell’istituto si discuteva di scioperi che, per noi studenti, allora, erano una cosa impensabile e davvero trasgressiva, e l’ottobre parigino era un avvenimento che volevamo fare anche nostro; in fondo la gioventù appartiene a tutti e noi non volevamo certamente essere meno protagonisti dei Parigini. Il nostro spirito da “Vespri siciliani”, nonostante ne sapessimo scolasticamente poco, ci era penetrato nell’animo e volevamo la libertà, la giustizia e la gloria ad ogni costo, anche se non sapevamo esattamente cosa sarebbe accaduto poi.

Attenta ai miei pensieri, forse di più alle mie elucubrazioni, alle otto di mattina, mentre passo dopo passo, spedita come sempre, andavo a scuola, il mio glorioso “Meli”, per andare a discutere – negli intervalli fra una lezione e l’altra – con le mie compagne di libertà, di amore libero e di rivoluzione, un tuffo al cuore confuse tutti i miei pensieri: non ero più io, la rivoluzionaria in erba, ma una ragazzina in preda al panico per un forte tuffo al cuore.

Ero perduta ma non lo sapevo!

Era li’: la 500 bianca, lo sportello lato guida aperto, il piede destro in fondo alla pedaliera, la gamba sinistra fuori dalla vettura con il piede che oscillava fra un sì e un no e il braccio destro accompagnava il busto che, da protratto sul volante, si organizzava per girare la testa verso di me.

Si spalancarono due laghi azzurri e mi invasero prendendomi dalla testa ai piedi.

– “Ciao” –  mi disse.

– “Ciao” –  gli risposi, mentre mi sembrava di sprofondare sempre di più nel collo di finta pelliccia grigia del mio cappotto blu dalla linea “redingote” che mi faceva sentire signorina d’altri tempi, mentre la mia mente era già al Liceo che da lì a poco avremmo occupato.

Accettai il passaggio fino a scuola, dimenticando le raccomandazioni dei miei genitori di non accettare mai passaggi dagli sconosciuti. Veramente lui, coi suoi capelli biondi e gli occhi color del cielo, lo avevo già conosciuto tramite degli amici comuni. Quindi, non era realmente uno sconosciuto. E poi eravamo nel ’68, anno della rivoluzione studentesca!

All’uscita lo ritrovai sul marciapiedi su cui insisteva il portone della scuola, scesi i pochi gradini che mi riportarono alla sua altezza, mentre il cuore ormai si abituava ad una pazza corsa dentro il petto, temendo più volte di venir fuori, sanguinante per la troppa velocità.

Mi riaccompagnò a casa, raccontandomi dei suoi studi universitari, qualcosa della sua famiglia e delle sue idee politiche. Io, gli parlai di me, dei miei professori, delle mie idee sullo sciopero e sull’occupazione dell’istituto che da lì a poco sarebbe avvenuta.

Arrivati sotto casa mia ci salutammo con la promessa che ci saremmo rivisti il giorno dopo. Un bacio sulla guancia suggellò il patto che divenne, poi, nel tempo qualcosa di più, di molto forte. Un ultimo sguardo, io dentro il portone di casa e lui fuori.

E chissà perché mi venne in mente che era il 7 novembre.

 

 

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