Zakir, quando la morte ha i colori della notte

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A Pisa, la città che negli anni ha saputo costruire la cultura del dialogo e dell’attenzione degli stranieri, fa riflettere la tragiga fine del giovane bangalese che vendeva fiori e ombrelli.

Zakir Hossain

Zakir Hossain

Zakir lavorava come lavapiatti e vendeva fiori e ombrelli. A 34 anni, un’età che da noi oggi è considerata ridicolmente quasi adolescenziale, era padre di tre figli che doveva mantenere insieme alla moglie. Gli è accaduto, in una notte tragica e balorda, di essere ammazzato con un pugno, probabilmente per futili motivi. Tutta Pisa si è stretta intorno alla comunità bengalese in lutto.

Ancora alla fine degli anni ’60 e negli anni ’70 dopo le 10 di sera Pisa era già deserta. Le trattorie e le osterie erano già chiuse. Da buon meridionale venuto a studiare all’università, abituato a mangiare piuttosto tardi, talvolta mi ritrovavo senza cena e dovevo rimediare qualcosa in qualche bar. Piazza Garibaldi, ieri come oggi, era il luogo di raduno e di incontro di studenti e non. In quegli anni sostavamo sulla piazza o sedevamo sopra le spallette dell’Arno o ci assiepavamo attorno alla statua di Garibaldi.

Eravamo politicizzati. C’erano un bar-gelateria e il mitico bar Crott. Gli stranieri erano in gran parte greci, studenti spesso perseguitati dal regime dei colonnelli. Pochi africani, arabi, asiatici. La folla si diradava un po’ prima delle 10,30, perché a quell’ora c’era l’ultimo spettacolo cinematografico e se non avevamo riunioni politiche o incontri in casa di qualcuno, andavamo al cinema, in particolare al Mignon, che proiettava film d’essai, come oggi l’Arsenale. Poi le cose mutarono e la folla cambiò volto. Fine della politica, inizio dei lunghi weekend e delle notti bianche. I bar si moltiplicarono, divennero pub. Ristoranti cinesi, indiani, poi giapponesi. Kebab, coca cola e pizza. Le piazze divennero molte e così pure le vie e i viottoli del centro. Le 10 di sera non segnarono più la fine della giornata, ma l’inizio di notti lunghe, di bottiglie di birra in mano e di molto altro. In tutto questo cambiamento arrivarono non più gli studenti stranieri, magari oppressi politicamente, ma i senegalesi, i marocchini, gli albanesi, i rumeni e così via. Non erano e non sono in gran parte studenti, ma oppressi sì, non più dalla politica, ma dalla fame e dalla miseria. E i giovani italiani si fanno le birre che i giovani stranieri portano loro per le piazze e per le strade oppure li servono nei pub, nei kebab, nei ristoranti indiani dove lavorano per pochi soldi che poi mandano nel loro paese ai loro familiari. Certo, non tutti sono santi. Ma se è per questo, neanche gli italiani. Tuttavia, anche grazie alla Caritas e a Africa Insieme, Pisa ha saputo costruire negli anni una cultura del dialogo e dell’attenzione degli stranieri in un processo storico che sta cambiando il volto del nostro paese e che sicuramente ha mutato i tratti di Pisa e delle sua forma di vita culturale, economica e sociale.

Ma nelle lunghe feste notturne, la violenza incombe, è nell’aria e si associa ai postumi delle sbornie, alle bottiglie gettate e rotte, all’odore di urina che ristagna nei vicoli a pochi metri di luoghi dove si mangia e si beve, allo sporco di vomito. Dentro le notti festaiole vi sono tuttavia quelli che lavorano sodo. Molti di essi sono stranieri in fuga dalla miseria, che non hanno tempo di chiacchierare, scherzare, sedurre, bere, allungare l’ora allontanando pigramente il momento di andare a dormire, magari aspettando l’alba. Non possono permettersi il gioco del desiderio e del consumo su cui si regge quasi tutta la nostra cultura occidentale odierna. Semmai lo permettono con il loro sudore. Ma come in tutte le città, molti arrivano dalle province per accedere con durezza e in cerca di violenza agli spazi del desiderio. Spesso sono gli ultimi che si credono arrivati nella sfera del privilegio e diventano i peggiori nemici di coloro che ne sono esclusi. Zakir, morto ingiustamente dopo una vita ingiusta, era uno degli esclusi.

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