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Il tuo racconto per Malgradotutto

Vista la grande partecipazione che il nostro concorso sta registrando e le tante richieste che in questi ultimi giorni ci sono pervenute, abbiamo deciso di prorogare al 31 gennaio 2013 il termine ultimo per l’invio dei vostri racconti. Slitta, quindi, in primavera la scelta della giuria composta da Carmelo Sardo, Giancarlo Macaluso, Gero Micciché, Toti Ferlita, Agata Gueli, Paolo Terrana e Gaetano Savatteri, dei migliori racconti che saranno pubblicati in volume e del vincitore del concorso che riceverà in dono un’opera originale del giovane artista Giuseppe Cipolla. Ricordiamo che “Il tuo racconto per Malgradotutto” è un’iniziativa con la quale il nostro giornale apre le sue pagine alla fantasia, alla creatività e al gusto della scrittura. Una sfida, se si vuole, lanciata a tutti quelli che amano leggere e amano scrivere. Le modalità di partecipazione al concorso le trovate sul sito Malgrado tutto web nella sezione “Il tuo racconto”.

P.T.

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di
Venerando Bellomo

Venerando BellomoIn un dedalo di stradine contorte, rivestite di un acciottolato che rendeva incerto il passo, cinte da palazzine non molto alte, dai colori brillanti ma opacizzati dal tempo, un insolito quartetto destava una malcelata curiosità tra i passanti in bicicletta e tra chi, seduto al tavolinetto di quelli che dovevano essere dei caffè, sfogliava il giornale del mattino.
Stava al centro, per il suo ruolo istituzionale, Leonardo Speciale, sindaco, come lui stesso ripeteva, come se fosse un fregio o un titolo accademico, pro tempore, di uno sparuto comune della terra dei ciclopi.
Era un distinto signore di mezza età, alto, snello, lo sguardo perso dietro i suoi inestricabili pensieri, guarnito per l’occasione della sciarpa tricolore, indossata a bandoliera che, ad ogni traballante passo, altalenava il fiocco oltre l’orlo della giacca.

 

Alla sua sinistra stava il professore Ernesto Gentile di Camelloso, ancora dritto nonostante l’età, che, quasi, di passo superava il sindaco, retaggio della sua gioventù vissuta tra i bersaglieri.
Indossava un cappello tirolese, ed un abito spezzato di tweed, con pantaloni alla zuava e scarpe di pelle lucidissima.
A destra, Giuseppe Botta, maestro della banda musicale municipale, avvolto nel suo abito di orbace.
Davanti, vessillifero del labaro dell’universalità cattolica, infilato nella sua talare fiammante, indossata per l’occasione, vi era padre Giovanni Maria Del Bosco: Arciprete.
Uomo corpulento e dall’espressione rubiconda.
Per la missione ad incertam terram, sconoscendo le costumanze dei luoghi, aveva ritenuto opportuno indossare tutti i segni distintivi del suo ministero: la sciarpa alla cinta, il tricorno e, per civetteria, delle calze viola che facevano bella mostra da sotto la tonaca.
Dovevano essere certamente mesi scambiati, dato che giugno, per come loro lo conoscevano, aveva, in quel luogo, la frigidità di ottobre. Tanto che il sole, tiepidissimo, era avvolto da una percettibile nebbiolina, che filtrava, rendendolo sfocato, l’azzurro del cielo: da farlo sembrare più basso.
La determinazione della missione in terra straniera era stata frutto di necessità: trovare un’occasione per fare uscire il loro piccolo paese dalle secche dove si era incagliato: un’enclave senza speranza.
Non era crocevia di scambio alcuno, non era località turistica, anzi con le continue migrazioni era diventato un luogo quasi spettrale. Case diroccate, abbandonate, porte inchiodate, pochi vecchi che con moto d’inerzia riempivano la piazza, girandovi attorno al ritmo delle lancette della torre campanaria.
Così l’idea: fare un gemellaggio con un paese dell’Europa del nord, così, con gli scambi che ne sarebbero venuti, forse qualcosa di diverso e di rivitalizzante sarebbe accaduto. Un’iniezione di vitamina!
-Ma chi ci deve andare-, era stato il commento della municipalità alla proposta del sindaco.
-Tutti qui abbiamo il nostro da fare e certo non abbiamo tempo da perdere inseguendo stravaganterie-.
-Siamo tutti anziani e nessuno se la sente di intraprendere il viaggio-, timorosi che quella terra li avrebbe inghiottiti, impedendo loro di ritornare.
L’impuntatura del sindaco era stata ferma, decisa – O si parte o ce ne torniamo tutti a casa!
Avevano aderito col mal di pancia, ma il sindaco doveva cercarsele lui, da solo, le persone, schiffarate, con le quali doveva partire!
Allora la scelta fatta, secondo i criteri di reputata giustizia, era caduta sui simboli della loro comunità: il professore, il direttore della banda ed il parrino.
Allora Svizzera!
Erano sbarcati la sera prima all’aeroporto e da lì, col pullman di linea, di corsa, avvolti nelle luci antinebbia dell’autostrada fino in albergo.
Non c’era stato il tempo di rendersi conto né del viaggio né del posto.
Svegliati alla buonora dalla voce multilingue del portiere si erano preparati, curandosi di non commettere errori, e avuta una spiegazione veloce dal portiere sulle strade da prendere, erano usciti di volata, direzione consolato, dov’erano attesi, secondo quanto concordato con le autorità, alle nove in punto.
Mentre percorrevano le stradine, sembrò loro di sentire lo sciabordio del mare ed il profumo dell’alga: non poteva essere!
Certo che le case in Svizzera avevano davvero colori inusuali: ocra, corallo, penicillina e i tetti di scandole avevano spioventi davvero ragguardevoli. Anche quello che sembra essere un campanile terminava con una guglia tale da lambire il cielo.
Non c’erano le case di legno e non si vedevano le montagne. Forse si trovavano in altro versante non ritratto nelle cartoline.
Ovunque c’erano negozi di gran lusso, caffetterie, vetrine di esposizione. Quello che però era incoraggiante erano le tante, troppe, persone in giro, come ormai da tempo non se ne vedevano più dalle loro parti.
Donne bionde, ma di un colore diverso da quello che loro intendevano, tanto da sembrare virante al bianco. Ne passò una diversa, che spiccava, alta, mora, stretta in un paio di jeans attillatissimi, su tacchi che ne svettavano la figura che diventava ancor più sinuosa ad ogni passo sui ciottoli, tanto da provocare lo sguardo furtivo del parrino, che vistosi rintuzzato dall’occhio censore dei compatrioti, con un candido sorriso disse – nigra est sed formosa-.
Ad ogni crocevia gli sguardi si alzavano cercando di individuare la strada che interessava, rimanendo perplessi nel cercar di capire il nome delle vie: caratteri alfabetici davvero strambi, che mai si erano visti, cerchietti sulle “a” così come le dieresi. Ma come scrivevano questi svizzeri!
Videro d’un tratto la loro bandiera al balcone e la cancellata: il consolato.
All’ingresso superarono subito il posto di polizia, dove spiegarono le ragioni della visita, e furono guidati nel salone di attesa, dove non fecero per tempo a provare gli avvolgenti divani. Un giovane distinto si avvicinò pregandoli di seguirlo: il console li attendeva.
Fu un attimo: il giovane aprì una massiccia porta, uscendo per subito, invitandoli col cenno della mano ad entrare.
Lo studio era grandissimo, nell’emozione videro soltanto, in fondo, dietro la massiccia scrivania, il tricolore.
Alto di bell’aspetto, elegantissimo, il console era un uomo sulla cinquantina, anche se a guardar meglio, erano certo molti di più.
Garbatamente fece loro intendere che era all’oscuro della visita, che nessuno l’aveva informato.
Al che il sindaco pensò che certamente quegli strafottenti del municipio, segretario in testa, chissà che avevano combinato col ministero o con l’agenzia.
Fatte le presentazioni, il console chiese loro se era gradito il caffè, rassicurandoli che il bar utilizzava caffettiere e miscele di madrepatria.
L’arciprete fece un leggero sorriso, tanto che il console riparatoriamente disse – Lor signori certamente non hanno avuto ancora modo di far colazione – e, qualche istante dopo aver parlato all’ intercitofono, bussarono alla porta.
Un cameriere in giacca bianca sorreggeva con disinvoltura un tabarè carico di cornetti, tartine, caffettiere fumanti, teiere e tazzine.
A tale vista il sorriso del parrino si fece gioviale tanto che con voce ferma non potè trattenersi: Petite, et dabitur vobis; quaerite, et invenietis; pulsate, et aperietur vobis.
Sorseggiando il caffè il sindaco, con fare deferente ma sicuro, si rivolse al console – Eccellenza, siamo venuti in Svizzera…-.
Non terminò la frase, il console, poggiata con leggerezza, la tazzina nel piattino, alzò la mano e con bonomia disse -Signori, ma qui siamo in Svezia…-.
Il sindaco e i decurioni sbiancarono, si vide chiaramente il movimento sincopato dei loro pomi di Adamo, il professore si aggiustò nervoso gli occhiali…calò un silenzio tombale.
Il parrino, ancora con un pezzo di cornetto tra i denti, mostrando un sorriso espresso soltanto dalle guance rubiconde e dallo scintillio degli occhi, esclamò – La Svezia, la cattolicissima Svezia!!, altro che gli svizzeri a cucù-, pensò.

Venerando Bellomo

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