Viaggio nella sanità agrigentina. Salvatore Napolitano: “Vorrei fare di più, ma mancano le risorse”

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Intervista al direttore della Chirurgia generale del S.Giovanni di Dio: “Quando sono arrivato il reparto era allo sbando, bisognava ridargli dignità. A distanza di due anni mi ritengo soddisfatto, ma le difficoltà continuano”

altLa cronaca in genere non riserva spazio a chi si impegna per una buona sanità. O forse sarebbe meglio dire che per un medico che svolge la sua professione con onestà, impegno, serietà e dedizione si tratta comunque di buona sanità. Pertanto, a difesa del taglio giornalistico, può dirsi che la normalità non fa notizia. Eppure immagino che non debba essere facile per molti operatori del settore dover essere ritenuti i responsabili della malasanità, anche nella nostra realtà. Uno dei reparti ospedalieri del San Giovanni di Dio più “chiacchierato” è quello di Chirurgia Generale. Basta sedere nella sala d’attesa a condividere con i parenti alcuni minuti, per essere inondati da storie incredibili, che spesso rappresentano il frutto di una percezione negativa, di un preconcetto, di un convincimento generale per cui solamente da Napoli in su si possa parlare di eccellenza. Operare in un clima di totale diffidenza non deve essere piacevole. Il Direttore dell’Unità operativa di Chirurgia generale dell’ospedale di Agrigento è il dottor Salvatore Napolitano. Il reparto si trova al terzo piano della scala B della struttura di Contrada Consolida e svolge prevalentemente attività chirurgica d’elezione ma affronta anche i casi d’urgenza.

– Dottor Napolitano, che concetto si è fatto della malasanità?
“Chi decide se si fa buona o cattiva sanità?”
– Ci sono diversi casi che vengono citati dalle cronache nazionali. Non è una novità…
“L’uomo è limitato, non è infallibile. È nella natura delle cose. Tuttavia, a fare scalpore è il caso di malasanità. Il fatto che si faccia buona sanità ogni giorno, non fa notizia. A mio parere, bisogna valutare caso per caso e capire se ci sono estremi per definire tale la malasanità: basti dire che la maggior parte delle denunce si traducono in un nulla di fatto e non proseguono in sede di giudizio. Spesso oggi c’è la tendenza da parte della gente a ritenere che l’uomo sia immortale e che qualsiasi problema sia risolvibile. Noi non siamo taumaturghi, ma siamo persone come le altre, che possiedono conoscenza ed esperienza, messe a disposizione dei malati per cercare di risolvere i problemi; non è detto che ci si debba riuscire tutte le volte. Se tutti i problemi potessero esser risolti con la chirurgia, saremmo immortali. Ci sono, invero, dei casi limite, in cui concorrono una complessità di patologie; questi casi possono andar male; di contro ce ne sono moltissimi che vanno bene, ma non vengono considerati”.
– Nel luglio del 2010 conosceva la realtà del reparto? Era consapevole che le fosse stato affidato un compito difficile?
“Quando mi ha chiamato il direttore generale sapevo che la situazione era da recuperare…”
– In termini di immagine, di servizi, o di che cos’altro?
“Un po’ di tutto: non c’era un reggente, non c’era un capo reparto; il reparto era allo sbando. Sapevo che sarebbe stato un compito difficile: si trattava di recuperare un’immagine e di ridare dignità alla Chirurgia”.
– Qual è il bilancio che si sente di trarre a distanza di due anni?
“Non posso che ritenermi soddisfatto; anche se ci sono difficoltà oggettive”.
– Di che tipo?
“Ho fatto delle richieste precise alla direzione generale e sono ancora in attesa …”
– Che genere di richieste? Strumenti per operare meglio? Che cosa le manca? Può farci un esempio?
“Ad esempio, mi manca il potenziamento del materiale chirurgico”.
– Perché non le hanno ancora dato risposta? Mancano le risorse?
“Credo di sì; mi sto battendo per ottenere le risorse necessarie per fare ancora di più”.
– Teme di dover far fronte in futuro a maggiori difficoltà?
“Sono partiti gli screening per la prevenzione dei tumori alla mammella, del colon, dell’utero. Soltanto quest’ultimo caso investe la Ginecologia, ma per la mammella e il colon è investito direttamente il nostro reparto di Chirurgia. In termini di prevenzione, ci auguriamo un forte reclutamento di pazienti affetti da patologie tumorali allo stadio iniziale. Un intervento chirurgico condotto a regola d’arte può combattere il cancro sul nascere e portare alla guarigione. Questo, per noi, significherà aggiungere un ulteriore volume di lavoro ai ritmi attuali che sono già abbastanza frenetici. Peraltro, in Chirurgia generale si affrontano anche i casi di urgenza, al contrario delle Case di cura dove si eseguono soltanto i casi di chirurgia elettiva”.
– Come affronterete le ulteriori richieste?
“Questo è il problema: attualmente programmiamo tre sedute di sala operatoria settimanali: il martedì, giovedì e venerdì, per gli interventi di chirurgia elettiva. Per le urgenze, invece, la sala operatoria è sempre aperta. Dovrò chiedere di poter programmare delle sedute supplementari. Nei casi di prevenzione dei tumori, occorre intervenire nel più breve tempo possibile. In un massimo di un mese i pazienti vanno sottoposti ad intervento chirurgico. Occorreranno le risorse umane e strumentali. Intervenire subito ci consente, infatti, di fare chirurgia conservativa”.
alt– Che cosa intende?
“Nel caso di un tumore della mammella, entro un mese al massimo la paziente va operata. Grazie all’ausilio della medicina nucleare, sia in via preventiva, che in sala operatoria siamo in grado di individuare il nodulo sentinella: il primo linfonodo che riceve linfa direttamente dal tumore. La malattia che ha raggiunto il linfonodo sentinella potrebbe diffondersi anche agli altri linfonodi; se la malattia non ha raggiunto il linfonodo, questo ci permette di evitare lo svuotamento del cavo ascellare. Se il primo nodulo è negativo, procediamo con la cosiddetta quadratura prelevando soltanto la parte interessata”.
Il linfonodo sentinella si individua con un esame, che consiste nella somministrazione di un tracciante debolmente radioattivo, che segue la vascolarizzazione linfatica.
– E per quel che concerne, invece, la prevenzione dei tumori dell’intestino?
“Anche in questo caso ci aspettiamo di reclutare tumori in fase iniziale. Lo screening viene organizzato per livelli: vengono invitate le persone che rientrano nella cosiddetta popolazione a rischio, per età o per rapporti di parentela con soggetti affetti da tumore del colon. Il primo livello di screening consiste nella ricerca del sangue occulto nelle feci; se è negativo, si ripete il secondo test dopo un anno; se invece è positivo, si passa al secondo livello di screening che consiste nella colonscopia. Se l’esame endoscopico dà esito positivo, si procede con la biopsia, dopodiché si interviene chirurgicamente, al retto o al colon, a seconda della localizzazione del tumore“.
– Quali sono i tempi di degenza per la laparoscopia della colecisti?
“Nei casi di Chirurgia laparoscopica faccio preparare il paziente prima della degenza: effettua tutti gli esami necessari in ospedale, ma non è ancora in regime di ricovero. Fatti questi esami, si ricovera e al terzo giorno viene dimesso. Due giorni pieni”.
– Perché è stata considerata un’eccellenza la clinica Sant’Anna con tre giorni di degenza?
“Noi li teniamo anche meno. Io prediligo la laparoscopia perché è la tecnica meno invasiva; è una chirurgia più gentile,che ha più rispetto della parete addominale, perché si accede attraverso piccole incisioni. Il post operatorio cambia totalmente, la re-immissione alla vita lavorativa è più celere”.
– In termini di eccellenza, che cosa nel reparto di Chirurgia dell’ospedale di Agrigento si sente di annoverare?
“Sono schivo dai proclami,non mi piace mettermi in vetrina: mi piace svolgere il mio lavoro. Noi facciamo tutta la chirurgia possibile e immaginabile, con molto umiltà. Interventi su pazienti affetti da patologie tumorali ne facciamo a mai finire”.
– Con esiti che può definire eccellenti?
“Abbiamo avuto numerosissime guarigioni”.
– C’è stato un momento particolare, in cui si è sentito soddisfatto del suo lavoro? In cui si è trovato in difficoltà ed ha avuto un esito felice?
“Non ricordo nulla in particolare. In questo reparto ci troviamo ad affrontare di tutto: appendiciti acute con peritonite in bambini piccoli, per esempio …
alt– Trattati anche in laparoscopia?
“La laparoscopia è una metodica operarore-dipendente, cioè chi è esperto in chirurgia laparoscopica può fare tutto ciò che vuole. Noi da tempo siamo pronti per operare il colon in laparoscopia. Gran parte dei casi in cui operiamo in elezione possono essere trattati con tecniche laparoscopiche. Ma attendo nuovi strumenti chirurgici”.
– Qual è il suo giudizio sui suoi collaboratori?
“Buono”
– La seguono?
“Sono obbligati a seguirmi, perché sono sempre in prima linea: arrivo per primo e me ne vado per ultimo. In me hanno la massima disponibilità, di notte e di giorno.
– Lei vive ad Agrigento?
“No, a Gela. Quante volte scappo di corsa, a tutte le ore …”
– Non vuole proprio raccontarmelo un intervento difficile?
“Ce ne sono talmente tanti … Guai a considerare alcuni interventi più facili: il grado di attenzione deve essere sempre massimo, non bisogna mai abbassare la guardia, bisogna avere l’umiltà di dire sempre che quell’intervento chirurgico va preso con la massima attenzione, anche la situazione più banale può avere delle complicanze, che non sono né prevedibili, né preventivabili”.
– Qual è stata la sua guida dal punto di vista organizzativo all’interno del reparto?
“Per prima cosa ho cercato di ristabilire un po’ di ordine: ho imposto il rispetto degli orari per la visita dei parenti, perché la loro presenza non consentirebbe di lavorare serenamente. Poi, abbiamo organizzato il nostro lavoro: copriamo la nostra presenza al reparto per le 24 ore. In reparto un medico è sempre presente di notte. Facciamo chirurgia molto impegnativa e i pazienti vanno monitorati continuamente. Gran parte del personale medico è presente durante il giorno. Il medico di guardia, quando si presentano le condizioni per portare il paziente in sala operatoria, allerta i due medici reperibili. E’ necessario coprire tutte le 24 ore per far fronte a qualunque necessità”.

Anna Maria Scicolone


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