Vi presento Mario Incudine, un artista

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Voce potente e raffinata, cantautore, cantastorie, folk singer, ecco il talento di un siciliano di cui sentiremo parlare a lungo

Mario IncudineNon so se sia un cantautore. O meglio: se sia solo e soprattutto un cantautore. Di certo è anche un cantastorie. E perché no, anche un cantattore. Ma non alla Gaber, per intenderci. Più alla Modugno, il primo Modugno, quello delle radici folk, quello di “U pisci spada”. Ma è anche a modo suo un poeta, con le sensibilità e l’impegno sociale di Buttitta e le corde tese di denuncia alla Sciascia. Ed è un folk singer. Un fine musicista. Un grande cantante. E in più è siciliano, Mario Incudine, con questo cognome vero che sembra d’arte. Siciliano di Enna, dove il cielo sopra la testa sembri toccarlo, e l’aria pungente ti rigenera.

 

 

Ha un solo problema, che sta superando: si deve ancora far conoscere bene. Perché, credetemi, una volta conosciuto, ascoltato e ammirato, non ve ne potrete liberare. La sua energia vi avvolgerà e vi inseguirà dovunque. Ho prove dirette. L’altro giorno è sbarcato a Roma. Non per la prima volta, che già si era esibito nei palcoscenici che contano. Ma mai con un concerto tutto suo. L’ha fatto nella cornice sontuosa dell’Auditorium Parco della Musica, in una sala che alla fine si è rivelata troppo piccola. Una bomboniera traboccante di entusiasmo per questo artista talentuoso che non potrà non andare lontano, se già uno come Pippo Rinaldi, in arte Kaballà, uno che se ne intende e che pochi sanno ha scritto la melodiosa canzone siciliana che il figlio di Micheal Corleone canta nel “Padrino” parte terza, lo ha “scritturato” e ne ha prodotto l’ultimo meraviglioso album, distribuito da Universal “Italia,talia”, talia in siciliano, guarda.
Un disco in cui invita a guardare senza pregiudizi questo nostro Paese. A percorrerlo da nord a sud, dentro le storie e gli orrori, le passioni e i dolori, le bellezze e le storture, attraverso le parole e i suoni, le nenie lamentose e i ritmi travolgenti, la delicatezza e l’impetuosità energica di questo suo disco. Sembra un viaggio intriso di mille culture, come attraversare nei secoli la Sicilia dominata e colonizzata da greci e fenici, da arabi e da normanni, fino a giungere ai giorni nostri con altri protagonisti e altre egemonie. La voce ora lieve ora incisiva e avviluppante di Mario Incudine ti ricorda tragedie e soprusi che hanno fatto la storia di un paese che troppo spesso si è voltato dall’altra parte. Rievoca ferite aperte, nella mestizia di stragi senza colpevoli e tragedie senza perché. Sembra a tratti un grido di denuncia e di rabbia sospinto dal tempo del tango per poi levarsi altissimo nell’armonia polifonica dei cori delle grandi opere musicali.
Un sottile filo rosso unisce e tratteggia le canzoni che sembrano muoversi nel buio e cercano la luce. Partono da un brancolare ad occhi chiusi, rassegnato dentro le crisi sociali e personali per giungere ad un risveglio dei sensi e delle coscienze e dunque aprire gli occhi e guardare le prospettive da un’angolatura diversa, con la consapevolezza che un cambiamento è possibile, anche attraverso la musica. Canta e parla ai giovani del sud Mario Incudine, e li esorta all’operosità per uscire dal labirinto inestricabile della rassegnazione. Per non restare il sud che un tempo si piegava alle dominazioni dei popoli saccheggiatori e oggi si arrende inerme ad altri padroni. E’ un disco di grande impegno politico e di forte impatto civico che affronta i temi caldi e ancora maledettamente attuali dell’aggressione mafiosa, dell’infinita sottomissione ai taglieggiatori del pizzo, dell’ingordigia corruttiva della politica, delle pene e delle sofferenze di chi emigra, e del lavoro che scarseggia: memorabile il requiem finale da tragedia greca sulla chiusura della Fiat.
Ascolti e ti prende voglia di cantarci dietro, di saltare e di ballare, e infine di quietarsi e lasciarsi trasportare “senza pinzari a nenti”. Mario Incudine sembra conoscere la vita e le sue sfaccettature come se ne avesse vissute chissà quante, chissà dove. Se non lo conoscete, e volete documentarvi, cominciate dal suo straordinario disco del 2007, “Abballalaluna”. Non sarà un caso se uno come Peppe Servillo, leader degli Avion Travel, abbia scelto di cantare con lui una deliziosa nenia, struggente e avvolgente. Fidatevi, vi conquisterà e ne sentiremo parlare a lungo di questo giovane artista.

Carmelo Sardo

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