Una lezione intramontabile

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Sciascia e la moglie fotografati da Ferdinando SciannaSono passati ventitré anni dalla morte di Leonardo Sciascia. Al di là della retorica celebrativa, e al netto delle tante banalità scritte e dette sulla sua figura, ci pare che la parola più ricorrente sia “vuoto”. Concetto su cui concordiamo. Perché lui era la “corda civile” d’Italia – sempre tesa e sempre attenta -, ma si è spenta ormai quattro lustri fa, senza che un’altra abbia cominciato a vibrare.

 

Invano critici, scrittori e studiosi hanno tentato di trovare in qualche altra penna la stessa schietta, vivida e profonda intelligenza. In grado di illuminare l’oscuro, di seminare dubbi, di scrivere pensare controcorrente rispetto all’unanimismo dilagante, di fornire una prospettiva nuova sulle cose, di affondare il bisturi nelle piaghe italiane, di svelare i vizi nascosti della Sicilia.
La sua lezione è ancora intatta. La sua grandezza di scrittore è verificabile da tutti: basta solo allungare una mano e prendere uno dei suoi romanzi da uno scaffale di libreria. Gesto che, per fortuna, compiono ancora moltissimi lettori. I suoi continui richiami al diritto e alla ragione attualissimi. E profeticamente, prima di morire, nell’ultima lettera che scrisse alle figlie diceva che “alla distanza, i miei allarmi, le mie constatazioni e contestazioni, suoneranno sempre più di verità. Di questa piccola immortalità – nel senso che andrà, anche se di poco, al di là della mia morte – sono certo”.
E qui dobbiamo contraddirlo. Perché la sua non è una “piccola immortalità”; i suoi capolavori gli sopravvivranno a lungo; così come il suo vivere “senza ambizioni o vanità, senza perseguire alcun vantaggio personale” resta (per ogni uomo, per ogni intellettuale, per ogni persona libera) una lezione intramontabile.

Giancarlo Macaluso

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