Un amore violento di nome Medea

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La tragedia di Euripide commentata da Chiara Criscenzo, studentessa del Liceo Classico Empedocle di Agrigento

altMedea è una donna offesa nel suo onore. Un animo fin troppo sfaccettato ha spinto Euripide a dedicare a questa figura enigmatica un’intera tragedia che ha lasciato il segno. Medea è una straniera, Medea è una donna saggia, Medea è una donna che è stata tradita dall’uomo, Giasone, per il quale ha commesso i più atroci dei delitti. Questo oltraggio subito le impedisce di accettare compromessi. Da donna apolis, straniera, ella non è disposta ad assecondare le leggi di un altro paese che la privano di ciò che le appartiene. “Ma la sua non è una sofferenza normale”, scrive B.M.W. Knox .”Ho paura”, afferma la Nutrice, “che stia meditando qualcosa di nuovo”; Medea, infatti, non può subire senza reagire.

Al dolore si sostituisce l’orghé, la collera, la rabbia per un tradimento che crede di non meritare. Escogita, dunque, pensa e il suo pensare diventa una virtù di cui diffidare. “Essendo sapiente, riesce molesta con la sua presenza a Creonte”(G.Tarditi, Euripide e il dramma di Medea in Rivista di filosofia e di istruzione classica); il re di Corinto, infatti, reputandola strega sapiente teme le sue capacità e la sua esperienza nell’arte dei malefici. Per Creonte è più opportuno guardarsi da una persona irascibile che da una donna accorta. Ma anche il re di Corinto cade nella trappola, concede tempo a Medea e ciò condurrà inevitabilmente verso la tragedia. Nel suo primo monologo Medea, cercando solidarietà nelle donne di Corinto dice: “Fra tutti quanti hanno anima e ragione, noi donne siamo le creature più infelici”, ma la sua più grande sventura è quella di trovarsi in una terra straniera di cui non approva le leggi. Considera intollerabile rassegnarsi alle convenzioni che reputa un’ ingiustizia. Una legge, infatti, proposta nel 451-50 da Pericle riservò il diritto di cittadinanza solo a coloro che fossero nati da padre e da madre greci; la cittadinanza venne, però, estesa anche a coloro che, pur illegittimi, fossero stati fratelli di figli di cittadini greci. Usufruendo di tali provvedimenti Giasone, che, per la legge greca, si comporta da buon padre di famiglia, decide di contrarre matrimonio con Glauce, la figlia di Creonte, per avere una sposa legittima e per dare dei fratelli legittimi ai figli che aveva avuto da Medea. Ma l’orgogliosa donna della Colchide non può essere declassata da regina del proprio talamo a semplice concubina. Ella, però, non può neanche accettare la via dell’esilio, non permetterà mai ai suoi nemici di ridere di lei. La paura del ridicolo la esorta alla vendetta, deve a tutti i costi preservare la timé (l’onore) e non incappare nella vergogna, l’aidòs. Come gli eroi descritti nei poemi omerici Medea teme di essere derisa e di perdere il suo onore. Per tale aspetto questa figura femminile non ci appare come una donna straniera, ma un greco pronto a tutto per difendere la propria timé. La tragedia di Euripide diventa così “l’analisi di un’anima che, reietta , si ribella e nella disperazione del suo dolore maledice e supplica, ingiuria e finge, esaltata da una febbre di vendetta”(G. Tarditi, Euripide e il dramma di Medea in Rivista di filosofia e di istruzione classica). Quest’ultima verrà portata a termine. Medea uccide Creonte e la figlia e consegna allo sposo “infedele” la peggiore delle pene. Per Giasone la morte non basta, lo priverà dei suoi figli. Compie l’atto più esecrabile. La donna va così anche contro il suo senso di maternità. Il suo animo è contrassegnato da due sentimenti conflittuali; da un lato il desiderio di vendetta, dall’altro l’amore per i figli. Nel suo monologo prega se stessa di dimenticare per quel breve giorno di averli partoriti, di averli amati; dopo potrà piangerli. Agli occhi di Giasone diviene dunque una belva assassina che ha compiuto un atto che nessuna donna greca avrebbe mai osato fare.
Medea si trova così di fronte a un vortice di ingiustizie, da vittima diviene colpevole in uno scambio continuo e complesso di colpe e pene subite e commesse.

Chiara Criscenzo
(Classe II G)

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