Tornano i pomeriggi alla Noce

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Letture di Leonardo Sciascia, musica e conversazioni a Racalmuto, all’ombra della casa dell’autore de “Il giorno della civetta”. Ecco il racconto di Leonardo Sciascia su Contrada Noce

All'ombra della casa di SciasciaOggi, dalle 17, presso il nuovo B&B “Amici della Noce”, nell’omonima contrada accanto alla casa dove lo scrittore Leonardo Sciascia ha scritto tutti i suoi libri. In quest’occasione ripubblichiamo – dal numero di “Malgrado tutto” dell’agosto del 1984 – il racconto dello scrittore racalmutese dedicato alla campagna che amò.

Contrada Noce

di Leonardo Sciascia

Le mie più belle vacanze sono quelle che passo nella campagna del mio paese: ogni anno, da quando sono nato. Mi ci portarono la prima volta che avevo sette mesi, mi dicono. Tra quegli alberi, tra quelle siepi di ficodindia, in quella vecchia casa scialbata a calce e dalle travature scoperte ho cominciato a parlare e, più tardi, ho cominciato a scrivere. E tutti i miei libri non solo sono stati scritti in quel luogo, ma sono come connaturati ad esso. Al paesaggio, alla gente, alle memorie, agli affetti.
Sciascia con la moglie alla Noce (Foto Pietro Tulumello)Contrada Noce, territorio di Racalmuto, provincia di Agrigento. A una ventina di chilometri, in linea d’aria, dal mare di Porto Empedocle: e se ne scorge la linea, di un azzurro che dà nel viola, nelle mattinate chiare; e a sera, quando non c’è la luna, le lampare sembrano lontane lucciole, sperse nella vuota e grande notte.
Pare che il nome, Noce, le sia venuto dall’intensa coltivazione di alberi di noce che quasi del tutto scomparve alla fine del secolo scorso; e la sua fortuna come luogo di villeggiatura dal fatto che una grande famiglia vi abbia costruito, alla fine del settecento, quando venne in moda la fuga dalla città nell’estate, una casa grande come un castello, circondata da un giardino pieno di rare piante, di ombrosi recessi, di fontane, di grotte artificiali dalle volte a stalattiti e dalle pareti rivestite di quei cristalli di zolfo e di salgemma che i minatori chiamano brillanti.

E delle villeggiature di quella grande famiglia è rimasto favoloso ricordo: delle feste; delle colazioni sull’erba in cui tra i lini e gli argenti, nel profumo delle magnolie, e luminose e profumate come magnolie, donne di mai più vista bellezza splendevano; delle carrozze dorate e stimmate; dei cavalli, dei cavalieri, dei lacchè, degli stallieri, dei cuochi.La Noce
Ma nei primi anni del nostro secolo quella grande famiglia si estingueva, così come si estinguono in Sicilia le grandi famiglie: la proprietà rosa dalle usure; l’estremo credito, sull’estremo lembo di proprietà, che alimenta l’estremo e più vivido guizzo del fasto; la morte che per l’ultimo del nome arriva nell’unica camera rimasta, piena di grandi ritratti, verdicante della luce degli antichi specchi, ingombra di mobili, conterie, candelabri e lumi a petrolio. Ma tutti i notabili del paese, richiamati da quella fastosa luce, avevano ormai eletto quel luogo a residenza estiva, vi avevano costruito case sgraziate e pretenziose; ed anche quelli che, senza esser notabili, si trovavano a possedere in quella contrada un piccolo appezzamento, un fazzoletto di terra come si suol dire, tirarono su la loro casetta: i più con le loro mani, pietra su pietra, nelle giornate che dovevano essere di riposo.

C’era però un’altra ragione perché quella contrada diventasse luogo di villeggiatura: era lontana dalle zolfare, l’acre fiato dello zolfo in combustione non arrivava nemmeno in quelle giornate in cui il vento di scirocco lo spingeva dovunque, fin dentro le case del paese; quel fiato che faceva grame le messi, sterili i mandorli e gli olivi, arsicce e di stenti racimolale viti. La campagna della Noce era invece, anche se non ricca di acque, rigogliosa: Foto Ferdinando Sciannadalle sue vigne veniva, e viene, il miglior vino che si produca nel circondario; un vino fortissimo e dolce, che un po’ tiene di certi vini spagnoli: e uno non finirebbe mai di bere, ma poi si resta impiombati sulla sedia, gli occhi inteneriti e spersi, una gran voglia di dire affetto e malinconia per tutte le cose del mondo.
Di tutte le zolfare che tarlavano il territorio ora ne è rimasta una sola in attività: e quindi anche altre contrade godono il favore dei racalmutesi. Alla Noce siamo proprio rimasti gli indigeni, quelli che si può dire ci siamo nati: e, tranne i contadini, quei pochi che ormai sono rimasti, siamo tutti persone che non risiedono nel paese da anni, o quasi tutti. Forse il più vicino sono io, che sto a Caltanissetta; altri vengono da Palermo, da Roma, da altre città del continente; con le mogli forestiere, con i figli che sono nati in luoghi molto diversi da quello in cui siamo nati noi: e pure si sono abituati e affezionati a questo remoto luogo, rinunciano volentieri alle vacanze balneari o montane nei posti ormai deputati dalle organizzazioni turistiche e pubblicitarie.

Ma è davvero bella, questa contrada? E vale la pena ridurvisi da città lontane, che a pochi chilometri offrono la montagna e il mare, attrezzata ospitalità, spettacoli e svaghi d’ogni genere?
Forse no, anche se amici non siciliani, che a volte capitano a farmi visita, dicono bellissimoSciascia alla Noce fotografato da F. Scianna il luogo, e pieno di pace (se si fermassero un po’ di più, finirebbero probabilmente col trovarlo insopportabile). Il paesaggio è quello della Sicilia interna: colline rocciose sparse di mandorli e di olivi, di vigne, di sommacco; qualche pino o cipresso in cima, a lato delle case bianche di gesso o gialle di tufo arenario; fitte siepi di ficodindia da ogni parte. Qua e là, dove si è riusciti a fare affiorare una vena d’acqua (spesso viene, nell’estate, un monaco rabdomante:ed è un avvenimento), la vegetazione si raddensa, il verde si fa intenso: e ci sono quei grandi alberi che i contadini chiamano “di bellu vidimi”, con disprezzo; cioè belli a vedersi ma inutili: il corbezzolo, il cacciamo, qualche varietà di ficus. E ci sono gli orti. E queste sono le oasi, nella gran calura del giorno; né manca, a darne l’illusione, la palma. La palma de oro y el azul sereno: e questo verso di Machado, palma d’oro in campo azzurro, è diventato per me una specie di araldico simbolo del luogo.

Ma i momenti più belli sono quelli della sera, aspettati e sospirati per tutta l’arsa giornata: momenti in cui la luce sembra sorgere dalle cose – dagli alberi, dalle pietre, dall’acqua – e lentamente riassorbite in esse. Allora il paesaggio sembra sospendersi al di fuori del tempo, quasi avesse trovato la forma e l’assolutezza dell’arte. Dal punto in cui ho l’abitudine di sedere ogni sera, alla stessa ora, vedo un paesaggio in tutto simile a quello che fa da sfondo all’Amor profano del Tiziano: e la sera trascorre in esso come una delle tizianesche donne serene e opulente. Poi di colpo, come un ventaglio, quella visione si chiude: ed è la notte col suo pergolato di stelle e con la luna Tramonto alla Noce (Foto Lillo Conte)così vicina che sembra la si possa colpire e far vibrare come un gong.
Il lume a petrolio o ad acetilene (che ancora la luce elettrica non è arrivata) lo si accende ad ora di cena: ce ne stiamo fuori allo scuro o al chiaro di luna, seduti in cerchio, a far conversazione: la famiglia, gli amici. Di tanto in tanto ci giunge, come intriso della essenza della notte, il canto di un contadino: uno di quei canti lenti e accorati, tenuti su poche note, pieni di interni echi e rifrazioni, che dicono amore e sdegno.
E sentiamo così di essere nel luogo per noi più vicino alla vita; all’idea, alla coscienza, al gusto della vita. Un luogo in cui l’amicizia, gli affetti, la bellezza, la morte (anche la morte) hanno un senso. Un luogo in cui ha senso il cibo (il pane che esce odoroso dal forno, il frutto staccato dall’albero, il vino che sgorga allegro dalla botte), il lavoro, il riposo.

Leonardo Sciascia

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