Terremoto del Belice. “Sicilia chiama, e Sicilia ancora attende”

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L’ANNIVERSARIO 1968-2018 Le parole di Leonardo Sciascia, su L’Ora, il giorno in cui l’allora Presidente della Repubblica Saragat visitò i luoghi colpiti dal terremoto: “La Sicilia é stanca, muore giorno dopo giorno”

Sciascia osserva le condizioni dei baraccati. Valle del Belice, 1968 (foto N. Scafidi)

Ricostruire non basta, lo Stato deve fare quel che non ha mai fatto prima“. Parlò così Leonardo Sciascia il 16 gennaio del 1968, nel giorno della visita del capo dello Stato Giuseppe Saragat nelle zone della catastrofe del Belice.

Era un martedì. “Sicilia chiama, Sicilia attende” titolava L’Ora che pubblicava un editoriale di Sciascia che chiudeva con un appello al presidente della Repubblica: “Al presidente della Repubblica che oggi è qui sentiamo di dover dire che egli rappresenta un paese tremendo, dilacerato da contrasti e ingiustizie che sotto queste quiete apparenze non sono meno gravi di quelli che in altri paesi del mondo sanguinosamente si dispiegano. È che la Sicilia é stanca, che muore giorno dopo giorno anche senza l’aiuto delle calamità naturali“.

Un fulmine, le parole di Sciascia, che sanno, a leggerle cinquant’anni dopo, di una straordinaria e angosciante attualità.

Scriveva ancora Sciascia:La prima notizia che stamattina abbiamo letto su un giornale dice invece della lentezza con cui la macchina dei soccorsi si muove, e che alle quattro del pomeriggio di ieri, cioè dodici ore dopo la sciagura, a Santa Margherita Belice non era ancora arrivata ‘né una tenda, né una pagnotta, né una coperta’. Niente é dunque cambiato e in nessun caso dobbiamo farci illusioni che cambi“.

Mezzo secolo dopo, il sindaco di Santa Margherita, Franco Valenti, lancia una provocazione e invita il capo dello Stato Sergio Mattarella in tenda. Il presidente della Repubblica parteciperà all’iniziativa per commemorare i segni di quell’apocalisse ormai incisi nella storia siciliana e italiana.

Poggioreale (foto S. Picone)

Segni di distruzione e lutto, di terrore e di incubi che hanno sconvolto – con il terremoto avvenuto tra il 14 e il 15 gennaio del ’68 – la Valle del Belice.
Paesi interi rasi al suolo, centinaia di morti e feriti e migliaia rimasti senza tetto.

Il sindaco Valenti non ci sta a far passare così quest’importante momento di ricordo. E sulle pagine del Fatto quotidiano dice che è “giusto ricordare le vittime e l’evento tragico ma non possiamo chiudere gli occhi di fronte ad uno Stato che dopo 50 anni non ha finito i lavori di ricostruzione”.
Sicilia chiama, Sicilia attende.

Il sindaco di Santa Margherita Franco Valenti

Non posso far passare questo appuntamento – ha detto ancora il sindaco Valenti al giornalista Alan David Scifo – senza denunciare la condizione attuale. Vediamo passare i mesi e gli anni ma non vediamo un soldo da tempo. Per lo Stato la questione é chiusa”.

Parole che sembrano venir fuori dalla cronaca di cinquant’anni fa. E che rispolverano polemiche antiche di mala gestione della ricostruzione di quei paesi e di quelle città.

E vale la pena, allora, continuare a leggere ancora quell’articolo dello scrittore di Racalmuto: “Quelli lì: lì a Santa Margherita Belice, a Montevago, a Gibellina, a Salemi; quelli che vivono nelle case di gesso e ci muoiono; quelli cui soltanto restano gli occhi per piangere la diaspora dei figli; pulviscolo umano disperso al vento dall’emigrazione e che lo Stato soltanto pesa nella bilancia dei pagamenti internazionali…“.

Cinquant’anni dopo la Sicilia chiama, la Sicilia ancora attende.
E ci sarebbe, considerate le parole del sindaco di Santa Margherita Belice e il dramma che hanno vissuto in tanti costretti a tagliare il cordone ombelicale con i luoghi della propria memoria – così come ci raccontò la scorsa estate uno dei custodi di quel che resta di Poggioreale, di cui pubblichiamo alcune nostre immagini – da commemorare quelle parole di Leonardo Sciascia.

Bene hanno fatto dunque gli “Amici di Leonardo Sciascia a rispolverare, grazie alla disponibilità di Laura e Anna Maria Sciascia, un testo dello scrittore su quel terribile terremoto, comparso per la prima volta nel Quaderno di Montevago, pubblicato a Palermo nell’ottobre del 1968. E a ricordare, nell’ultimo numero della rivista “Todo Modo”, l’impegno di Sciascia per la ricostruzione della Valle del Belice.

I ruderi di Poggioreale. Foto Gallery 

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3 Responses to Terremoto del Belice. “Sicilia chiama, e Sicilia ancora attende”

  1. Francesco Izzo Rispondi

    14/01/2018 a 16:27

    Grazie Salvatore Picone per l’intervento e per l’apprezzamento di quanto pubblicato sull’argomento per doverosa sensibilità e omaggio alla memoria.

  2. Giuseppe Rispondi

    14/01/2018 a 21:52

    Un Evento Terribile; un Evento che ha scardinato la realtà, il quotidiano oltre ogni misura!!! Aver vissuto quelle ore, quei giorni, quelle settimane, quegli anni lascia immodificabile l’immagine di una dimensione della Sicilia incredibilmente arretrata; abbandonata ad un sistema arcaico!!! Il Terremoto ha dato il Via ad una presa di coscienza e quindi realizzare quanto distante fosse il resto del Mondo!!! Il 68 è l’anno della rivoluzione culturale che include in modo importante l’Area del Belice!!! Rimarrà in modo indelebile la colonna umana che arrivò in Via Roma a Castelvetrano; una scia nera fatta di abiti, coppole e fazzoletti neri che testimoniavano precedenti lutti…

  3. Crocetta De Marco Rispondi

    15/01/2018 a 13:22

    Certo, fai in modo di dimenticare, hai ricostruito la tua vita conservando in fondo al cuore quei tristi ricordi, però…è così facile che riemergano! Giorni in cui le immagini le rivedi in televisione, e sono le stesse che hai visto dal vivo, tu che cammini in mezzo alle “tue” macerie, quelle della tua casa, ti rivedi alla ricerca della culla del tuo bambino di tre mesi, e trovi pezzi di essa in mezzo a calcinacci, ritrovi antologie tue di autori, libri che hai amato e portato con te in quel paese, Salaparuta, che nascondeva un triste destino al tuo arrivo, e quei libri li tieni come cimeli, ricordi di quel triste evento che non hai mai voluto ripulire, se li apri, vi trovi fra le pagine pietruzze e calcinacci, come dei fiori secchi che vuoi conservare in ricordo di quella notte, di quelle scosse che hanno buttato giù la tua prima casa, i tuoi primi sogni di giovanissima vita familiare. Oggi non stai a fare confronti, lo Stato allora neanche fu presente, centinaia furono i morti, e chi sopravvisse perdemmo tutto, non conoscemmo la solidarietà di nessuno, anzi, eri un caso pietoso, ti portavi dietro troppi problemi, ricostruire la tua casa, da dove potevi iniziare? No, era meglio non parlarne, troppa tristezza per quei due giovani che avevano tentato di iniziare una vita insieme, mettere su casa, e neanche un anno e ti va giù! Oggi, no, non stai a fare confronti, comprendi che la società è migliorata, tutti riescono ad immedesimarsi, uomini di governo sfilano e promettono, sono vicini oggi a chi soffre e chiede di non essere dimenticato, e sei pure contenta, ti rendi conto che finalmente l’uomo ha acquisito la capacità di essere solidale con il suo simile, ascolta le pene di chi oggi soffre, si commuove e si stringe ai poveri terremotati. Per te, va bene la dimenticanza, va bene il dignitoso oblio!

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