Taglialavoro: “Quell’anatema contro la mafia un punto di svolta. Ancora da capitalizzare in Sicilia”

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“Per la prima volta parole chiare su un fenomeno che la Chiesa aveva minimizzato, negato o addirittura alimentato…Quel grido fu il sigillo dell’intera visita papale”

Giovanni TaglialavoroOrmai avviate dal primo del mese in corso le celebrazioni per il ventennale della visita di Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento, è sempre più vicina la ricorrenza di quelle due storiche giornate, l’8 e il 9 maggio del 1993. Tanti sono i ricordi rimasti vividi nella memoria di quanti vissero le emozioni di quei momenti, come Giovanni Taglialavoro, giornalista e autore Rai, che allora era direttore dell’emittente televisiva Teleacras.

Che cosa ricorda di quelle due straordinarie giornate di vent’anni fa?

“Potrà sembrare riduttivo, e lo è, ma la cosa che ricordo con maggiore vivezza è la bellezza della città liberata dalle macchine. Gli spazi furono restituiti, seppur per poche ore, agli usi originari e soprattutto lungo via Gioeni e via Duomo e piazza del Seminario il rapporto tra costruito e vuoto risaltava la dimensione umana dell’incontro. E che incontro! Il papa che veniva a dormire da noi, che la sera del suo arrivo celebra la storia nobile di Agrigento, che incontra la nostra gente esaltata da una centralità mai avuta prima e mai sperata dopo. Ecco: direi gli spazi della città liberata dalle macchine e la gente positivamente eccitata”.

Quali furono le sensazioni che suscitò in lei vedere e ascoltare le parole del pontefice?

Rimasi impressionato dall’atmosfera che la presenza del papa aveva creato tra la gente della mia città. Le parole del papa, almeno prima dell’anatema di San Gregorio, in fondo non erano memorabili: normali parole di un pastore di anime in visita al suo gregge. Eppure la sola sua presenza era riuscita a trasfigurare cose e uomini.

Che cosa la colpì, in particolare?

Io ebbi il privilegio di seguire dall’interno della sala stampa che la curia allestì nei locali del Genio civile e fui colpito dalla efficienza della macchina organizzativa, perfetta.

Quali furono le difficoltà affrontate per seguire quell’evento, da giornalista e da direttore di Teleacras?

Teleacras ormai da tempo era abbastanza collaudata nella copertura in diretta di eventi particolari. Organizzammo anche per quella circostanza dirette dai diversi luoghi dove il papa sarebbe passato e avrebbe parlato. Mi pare di ricordare che tutto andò bene. Poi con Nicola Madonia ho prodotto un video che riassumeva i momenti più rilevanti della visita papale.

Qual è il suo giudizio sull’operato di questo pontefice, anche rispetto al suo successore Benedetto XVI e alle sue prime impressioni su Papa Francesco?

Giovanni Paolo II ad AgrigentoUn giorno, credo in preparazione dell’arrivo di Giovanni Paolo II ad Agrigento, andai a trovare il vescovo mons. Carmelo Ferraro che avevo il privilegio di avere come collaboratore a Teleacras. Parlammo del papa e rimasi colpito dalla parole del vescovo per il quale papa Wojtyla era l’espressione di un chiaro disegno divino. Da laico non riuscivo a immedesimarmi in quella convinzione ma non mi sfuggì il turbamento col quale il vescovo asseriva la sua verità: non solo la ‘Storia’ percorreva dunque le strade della mia periferica città, ma anche uno strumento del disegno provvidenziale di Dio. Poi avrei visto altre due papi, in altri luoghi: con nessuno ho riprovato quella sensazione.

L’anatema contro la mafia lanciato da Papa Giovanni Paolo II è ancora attuale? Quanto è cambiata la Sicilia da quel grido sgorgato dal cuore?

Convertitevi: quel grido lanciato nella piana di San Gregorio sotto il costone dei templi greci fu certamente il sigillo dell’intera visita papale ad Agrigento. Parole per la prima volta chiare e definitive sulla mafia, pronunciate dal capo di una chiesa che per troppo tempo aveva minimizzato, negato o addirittura alimentato la piovra mafiosa. Mi ricordo la reazione del vescovo che collaborava il papa nella celebrazione e che gli stava accanto: si portò le mani sulla faccia quasi a coprirsi dall’emozione per quella condanna inaudita. Finalmente un punto di svolta. Ancora da capitalizzare in Sicilia e che trova nel nostro arcivescovo Montenegro l’espressione più coraggiosa e coerente.

Anna Maria Scicolone

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