Taffari: ” Wojtyla? Un grande Papa mediatico che ha governato la Chiesa da monarca assoluto”

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Ricordi, testimonianze e valutazioni su Giovanni Paolo II a vent’anni dalla storica visita ad Agrigento

Pietro TaffariSono trascorsi vent’anni dalla storica visita di Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento. Per questa importante ricorrenza Malgradotutto propone una serie di interviste a personaggi che in vario modo e per motivi diversi vissero quegli straordinari momenti. Cominciamo con il professore Pietro Taffari, sacerdote ex ministrante.

Come ricorda la visita di Giovanni Paolo II?

“Allora ero parroco della comunità di San Francesco a Canicattì e partecipammo all’evento arrivando ad Agrigento con un treno speciale”.

Quali furono le sue impressioni?

“Molto positive ed entusiaste. Con i miei due fratelli gemelli, don Saverio e Stefano, eravamo stati in udienza particolare da Papa Giovanni Paolo II alcuni anni prima. Rivederlo nella nostra terra, per incontrare la nostra chiesa agrigentina, era un grande dono di Dio ed un avvenimento storico. Ho fatto di tutto per portarmi in parrocchia, come ricordo dell’evento, uno dei calici e delle patene di cui ci siamo serviti nella concelebrazione”.

“Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è via, verità e vita. Lo dico ai responsabili: convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio”. Come giudicò l’anatema del Papa contro la mafia?

“Fu inaspettato e fuori programma. Sorprese tutti quella mano alzata col dito che, come una freccia, accompagnava l’anatema. Tale monito rimane ancora attuale, anche se non ha fugato certe ombre del passato”.

Qual è, in sintesi, il suo giudizio sull’operato di Karol Wojtyla nel corso del suo pontificato?

“Il mio personale giudizio sul pontificato di Karol Wojtyla è che è stato un grande Papa mediatico, che ha governato la Chiesa da monarca assoluto, prendendo posizioni e decisioni restauratrici rispetto a quanto il Concilio Vaticano II aveva solennemente sancito. Non ha voluto prendere in considerazione quanto “l’Officina bolognese” di Dossetti, con un promemoria datato agosto 1978, aveva “inviato ai partecipanti all’imminente conclave” di quell’anno, quello da cui uscì eletto Giovanni Paolo I, seguito poco dopo dall’altro conclave in cui fu nominato Giovanni Paolo II. Basti pensare al suo auspicio della revisione delle modalità di esercizio del primato petrino; alla collegialità e sinodalità dei Vescovi, mortificate dalla segreteria di Stato e dalla Curia romana; alla restituzione-condivisione coi poveri di quanto la Chiesa possiede, per essere povera, prima di parlare ai poveri; al celibato dei preti e alla problematica sacramentale dei coniugi divorziati e risposati; alla rivoluzione sessuale. Tutte realtà, cariche di sofferenza e di speranza delusa, riproposte successivamente dal cardinale Martini e da tanti altri presuli, compreso Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose. (A cura di Giuseppe Alberigo, “L’officina bolognese, 1953-2003”, EDB, Bologna, 2004, pp. 252; Alberto Melloni, “Chiesa madre, Chiesa matrigna. Un discorso storico sul cristianesimo che cambia”, Einaudi, Torino, 2004, pp. 160,n.d.r)”.
Qual è la sua opinione rispetto all’ammirazione del popolo di Dio per questo pontefice, che è stato voluto santo subito?

“La beatificazione così accelerata di Giovanni Paolo II, come risposta ad una richiesta del Popolo di Dio, non l’ho tanto apprezzata, anche se accettata. Perché, per tanti versi, frutto della mediaticità insistente del personaggio. Perché tanta fretta per lui, e non per Giovanni XXIII, per l’arcivescovo Oscar Romero, per don Primo Mazzolari, e per tanti altri…”

Quali le differenze, a suo dire, rispetto a Paolo VI e a Benedetto XVI?

Giovanni Paolo II ad Agrigento“Se è facile fare decollare un aereo, non è altrettanto facile farlo atterrare. Paolo VI è il Papa che, tra tanta sofferenza e tensioni in aula, ha fatto atterrare il Concilio Vaticano II. Ma ha commesso, direi, tre autogoal: con l’inserimento della famosa “nota explicativapraevia” nella Lumen Gentium16 novembre 1964 e con l’avocare a sé due problemi molti sentiti dai Padri conciliari della maggioranza, senza lasciare spazio alla libera discussione in aula: il celibato dei preti, da lasciare alla libera scelta dei candidati al sacerdozio come nel rito orientale, e la paternità responsabile delle coppie. I frutti di tali scelte si sono dimostrati inadeguati alle esigenze della vita degli uomini e di moltissimi presbiteri. Giovanni Paolo II ha monarchizzato e accentrato curialmente di più la Chiesa e, come dicevo prima, non si è lasciato trasportare dal soffio dello Spirito del Concilio, cui aveva partecipato. Le patate bollenti, che avrebbe dovuto prendere con le sue mani, compreso il problema dei preti pedofili, che conosceva da tanti anni, le ha lasciate al suo più stretto collaboratore, il futuro Benedetto XVI. Questi non ha tenuto conto anche lui del promemoria bolognese, ha continuato nel solco della restaurazione monarchica-latinista, fallendo coi lefevriani. Ha risolto il problema dei preti pedofili, ma per il resto, deposto il suo progressismo del tempo conciliare, sia per mancanza di forze che di collaborazione, ha preferito dimettersi. Benvenuto Papa Francesco, vescovo di Roma e…”Che Dio ci aiuti!”. Spero che il mio ottimismo, rafforzato dalla preghiera allo Spirito Santo, trovi conferme”.

Anna Maria Scicolone

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