Storie di donne d’altri tempi: Minica Grieca e la sua “medicina magica”

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Minica era una giovane donna che operava in vari paesi collinari ai piedi delle Madonie. Finita nel mirino dell’Inquisizione riuscì a salvarsi perché aveva l’appoggio incondizionato delle donne del suo paese.

Di Minica Grieca non conosciamo né la data di nascita né quella di morte, ma dai registri dell’Inquisizione sappiamo che visse in Sicilia nel diciassettesimo secolo.

Il 31 agosto 1602, dall’austero palazzo palermitano dell’Inquisizione, in piazza Marina, uscì un gruppo di religiosi in corteo ed un’elegante carrozza in cui si trovava il Primo Inquisitore, giunto in Sicilia da Madrid. In una seconda carrozza si trovava invece il personale del Tribunale.

Le due vetture iniziarono il loro viaggio verso Corleone, dove erano stati segnalati numerosi reati di stregoneria e di esercizio della medicina magica.

A Corleone gli inquisitori iniziarono ad ascoltare delazioni e confessioni, che misero in luce come nel paese ci fosse un’estesa rete di guaritrici, levatrici e pediatre non autorizzate, che esercitavano questo tipo di medicina: fra queste Minica Grieca.

Minica era una giovane donna che operava in vari paesi collinari ai piedi delle Madonie. Un uomo l’aveva denunciata per aver esercitato la “medicina magica” su suo figlio ma la madre del piccolo paziente non si era presentata a deporre ed era rimasta solidale con la guaritrice.

A quei tempi i rimedi per guarire i pazienti avevano le loro radici nella medicina greca e araba, le cui pratiche erano state tramandate oralmente. Spesso questi rimedi erano utilizzati sia dalla medicina ufficiale, che da quella popolare che da quella cosiddetta magica. Quindi non c’era una separazione netta fra medicina professionale e popolare e Minica adoperava sia l’una che l’altra. Componeva pozioni con zucchero, miele e frutta dolce; strofinava lo zolfo sulla pelle dei malati di scabbia; adoperava infusi di valeriana per calmare i dolori e di ruta per scacciare gli spiriti maligni. Curava le malattie infantili con l’acqua che aveva fini pratici e simbolici: l’acqua di sorgente puliva e purificava; l’acqua benedetta scacciava il demonio; l’acqua di mare fortificava e disinfettava. Durante i riti di guarigione recitava delle orazione in lingua greca. Questi erano i metodi che utilizzava la guaritrice per alleviare le sofferenze dei malati.

Quando Minica venne convocata dal tribunale inquisitoriale itinerante, gli inquisitori si affannarono a cercare altri testimoni per poterla condannare. Ma non si presentò nessuno, quindi non vi furono prove sufficienti.

Minica fu ammonita a non esercitare più la sua arte “medica” ma fu prosciolta per insufficienza di prove. Anche dopo questa disavventura continuò a fare il suo lavoro perché aveva l’appoggio incondizionato delle donne del suo paese.

Nella foto una immagine del Tribunale della Santa Inquisizione. 

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