Storie di pupi e pupari. Ora a Palermo tutti dicono: “Ciancimino chi?”

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LA TRATTATIVA.  Ascesa e tramonto di Massimo Ciancimino. Superteste per la procura di Palermo, imputato per calunnia a Caltanissetta. Ma il processo sulla trattativa si affloscia, anche alla vigilia della testimonianza al Qurinale di Giorgio Napolitano

Ma c’è un pupo, c’è un puparo o ci sono tanti pupi senza pupari, nella brutta, pessima storia di Massimo Ciancimino, superteste della trattativa stato-mafia ma rinviato a giudizio – in due processi e in due città diverse, Palermo e Caltanissetta – per rispondere di calunnia? L’ossimoro processuale superteste-calunniatore non preoccupa i pm palermitani che si occupano di questo dibattimento, impegnati a preparare la madre di tutte le udienze, quella in cui – c’è da giurarlo – tenteranno il colpo grosso al Quirinale, per risollevare un processo che si è afflosciato anche su quei giornali che pure lo avevano sostenuto e lo sostengono.

Massimo Ciancimino

Massimo Ciancimino

Un processo che vive ormai del tentativo di trascinare il presidente della Repubblica – o di dare l’impressione “che ci sia comunque qualcosa” su di lui – nel gorgo di una vicenda tutta da dimostrare, quella dei presunti accordi inconfessabili nel periodo delle stragi del ’92-‘93. Ciancimino è un (presunto, per carità) calunniatore ma anche un (altrettanto presunto, in verità) superteste.

E non c’è verso di schiodare questa convinzione, fra i tre o quattro pm della procura di Palermo che ancora gli prestano fede. Nemmeno dopo che – è successo l’altra sera, lunedì, in un’agitata riunione della Dda – altri magistrati di quello stesso ufficio si sono tardivamente svegliati e ne hanno dette quattro, ai loro colleghi, sulla conduzione di un dibattimento che per poco non ha visto entrare virtualmente Totò Riina e Luchino Bagarella, come dire più di duemila morti in due, nelle sale damascate del Quirinale. Col consenso della stessa procura, nemmeno richiesto dai giudici.

No, il Ciancimino ormai passato di moda e mollato da Repubblica come dal Corriere, dopo i fasti passati e le prime pagine su ogni stupidaggine che raccontava, il contraddittorio uomo che avrebbe risvegliato le coscienze e le memorie di chi sa, ma al tempo stesso non ha esitato a fabbricare prove e ad inventarsi balle su balle, non aveva preoccupato più di tanto il padre del processo sulla trattativa, Antonio Ingroia, che lo aveva addirittura indicato come una “icona dell’antimafia”.

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Antonio Ingroia

Lui, l’ex magistrato che sul processo di Palermo ha fondato un proprio partito e una candidatura addirittura a premier, senza mietere consensi oceanici, oggi si dedica all’attività di sottogoverno, grazie a un cumulo di incarichi ricevuti dal presidente siciliano Rosario Crocetta, leggermente incompatibili tra di loro, secondo l’Autorità anticorruzione, pensa un po’.

I dubbi su quel che è avvenuto e avviene nel processo, e per  in particolare per quel che riguarda il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, sono legittimi, alla luce del rinvio a giudizio deciso martedì a Caltanissetta, con accuse di calunnia ai danni dell’ex superpoliziotto Gianni De Gennaro e dello 007 Lorenzo Narracci. E lo sono ancor di più in un momento in cui il capo dello stato si prepara a essere ascoltato su un tema che ha detto chiaro e tondo di non conoscere, in una udienza in cui conteranno più le domande che rimarranno senza risposta che quelle che verranno ammesse dalla Corte d’assise.

E i quesiti che verranno stoppati saranno equamente distribuiti tra gli avvocati dello stesso Ciancimino, di Totuccio Riina e i magistrati della pubblica accusa, che pur di fare di testa loro hanno “ammesso” il capo facente funzioni del loro ufficio, Leonardo Agueci, ma solo a condizione che faccia da spettatore, mentre loro rivolgeranno le domande a Giorgio Napolitano.

Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano

Pupo e pupari o tutti pupi o pupetti, per lungo tempo in mano a un piccolo imbroglione. Inutile ricordare le imprese antiche e recenti di Massimuccio, questo reuccio del Photoshop assurto a bocca della verità sulla ribalta di teatri e salotti televisivi, a cominciare da quello intestato alla coppia Santoro-Travaglio, che per anni hanno pompato le sue menate, questo specialista del copia e incolla, che conservava gelosamente documenti inediti, esclusivi e soprattutto esplosivi del padre e che conservava anche a casa sua candelotti di  esplosivo vero, che meno male che non è saltato in aria, perché avrebbe ammazzato chissà quante persone, nel palazzo dello stesso piccolo Ciancimino e in quelli vicini.

La condanna per questa storia, l’unica roba veramente esplosiva che il superteste possedeva, è valsa solo tre anni di carcere, però. Inutile rimestare le imprese dell’icona dell’antimafia, dello sbruffone che andava in giro per l’Italia a bordo di una rombante motocicletta a trattare con un commercialista indagato per ndrangheta, dal quale voleva denaro liquido e aiuti vari per fare i propri comodi. Inutile ricordare le indagini che ha in mezza Italia, i processi per frode fiscale che ha in Emilia Romagna, di riciclaggio che ha a Roma, di calunnia che avrà presto anche a Bologna, la maxi-misura di prevenzione di Palermo, relativa al tesoro del padre.

Per tratteggiare la figura di colui che doveva riscrivere – assieme al suo mentore, l’ex magistrato Ingroia – la vera storia d’Italia, si dovrebbero piuttosto raccontare vicende recenti e purtroppo spiacevoli, perché riguardano la vita sentimentale e matrimoniale di Ciancimino, protagonista, ahilui, della separazione dalla moglie.

E non è il caso di scendere in particolari, perché il superteste sarebbe magari pronto a invocare la privacy e a dire che pur di delegittimarlo si scende sul personale: basta dire che, a fronte di disavventure che possono capitare a ogni uomo sposato, Massimuccio ha reagito in maniera perlomeno scomposta, facendo realizzare magliette per rendere pubblica (lui stesso), in maniera alquanto greve e colorita, una vicenda che lo vedeva come vittima di fatti che non si augurano a nessuno. E’ stato bloccato in extremis, prima che regalasse a un centinaio di amici una t-shirt che avrebbe diffuso nomi, situazioni e vicende che stanno alla base dei suoi legittimi dolori.

Totò Riina

Totò Riina

Questo episodio, nella ricerca dei pupi e dei pupari, non si può far finta di non vederlo. Non si può ignorare che qualcosa non funziona, in un uomo che sosteneva – in conversazioni intercettate – di avere utilizzato il computer del pm Ingroia per entrare nelle banche dati di polizia, Guardia di Finanza e quant’altro e sul quale è stata cucita addosso la teoria della credibilità frazionata, altrimenti detta dell’attendibilità quando mi conviene: affidabile, il Cianci, quando parla dei grandi misteri d’Italia, un mezzo minchione quando cazzeggia sui computer di Ingroia.

Un atteggiamento non nuovo, se si pensa che Totò Riina è stato equiparato all’oracolo di Delfi quando diceva – nelle intercettazioni – cose che convenivano all’accusa, su Berlusconi, le stragi, le minacce ai pm, i progetti di attentato, e ridotto invece a un infame depistatore quando ne diceva altre meno convenienti, tipo che Mancino con la trattativa non c’entra, che il papello non esiste e che Massimuccio raccontava balle.

C’è dunque qualcuno che ha manovrato Massimuccio, come adombrano i difensori di parte civile di Gianni De Gennaro, prontamente ripresi da Corriere e Repubblica, sempre più preoccupati di prendere le distanze dall’ex accusatore? E se c’è un manovratore, chi sarà mai? Mafia dei colletti bianchi? Servizi segreti immancabilmente deviati? Massoneria anch’essa invariabilmente inquinata? La politica? E chi può escludere che possa esserci stato il compiacimento, se non la complicità, di qualche potere forte annidato dentro gli uffici giudiziari? Forse è tutto questo o non è nulla di tutto questo. Forse è solo una brutta, pessima storia di ordinaria giustizia. Della quale, purtroppo, non frega quasi più niente a nessuno. Se non alla giustizia stessa.

 Fonte: www.ilfoglio.it

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One Response to Storie di pupi e pupari. Ora a Palermo tutti dicono: “Ciancimino chi?”

  1. Peppe Rispondi

    26 ottobre 2014 a 18:20

    Sulla vicenda Ciancimino ho una mia opinione che preferisco non esprimere.
    Voglio,tuttavia, sottoporre alcune domande a chi leggerà questa nota.
    Se è vero che Ciancimino ha da qualche parte nascosto il tesoro che il padre ha accumulato in decenni di maliaffari e connivenze con la mafia da rappresentante delle Istituzioni, quale convenienza ha potuto avere a scegliere di collaborare con la giustizia?
    Quale convenienza ci può essere dallo scegliere di passare da uomo rispettato dalla mafia e da certa politica; a persona odiata a morte dalla prima e massacrata da una frangia della giustizia pressata da quella politica che per tanto tempo fece affari con il sindaco del sacco di Palermo? (ciancimino padre)
    Tutto si lega alla presunta trattativa Stato mafia.
    In verità, a mio parere, non è corretto parlare di presunzione poichè basta fare un piccolo sforzo di memoria sugli avvenimenti delittuosi successi nell’ultimo mezzo secolo in sicilia,legandoli fra di loro con un filo logico per arrivare alla conclusione che tra lo Stato e la mafia c’è sempre stato un rapporto di collaborazione per il raggiungimento degli scopi “statutari” di ognuno.
    A partire dalla mensa in scena, nel casolare di Castel Vetrano, per camuffare la vera dinamica dell’uccisione di Totò Giuliano orchestrata da Carabinieri, Servizi Segreti e mafia.
    Continuando con la vergognosa stagione della mattanza di rappresentanti dello Stato (quello buono) in cui stranamente un grande apparato di servizi segreti civili e militari corpi di polizia della Stato, inquirenti, confidenti e chi ne ha più ne metta non riescono a fermare un manipolo di “viddrana” cu li piedi “incritati”.
    Tutto questo non è assolutamente credibile.
    Ma secondo voi è possibile che tutti gli organi dello Stato preposti alla protezione del giudice Borsellino, già condannato a morte dalla mafia,
    a due mesi dalla strage in cui morì Falcone, possano permettere che davanti il portone d’ingresso della casa della madre in via D’Amelio venisse posteggiata una 126 rubata e imbottita di tritolo sapendo che il magistrato spesso si recava in quel luogo?
    Per di più da denunce anonime e intercettazioni telefoniche già si sapeva che la macchina imbottita di tritolo era pronta.
    Ma secondo voi e possibile che le forze dell’ordine riescano con un pregevole lavoro investigativo a individuare il covo del bos Provenzano latitante (in zona da 40 anni) e proprio nel momento di far scattare la cattura arriva un contro ordine che consente la fuga del latitante?
    E ancora, secondo voi come può essere spiegata la vicenda della mancata perquisizione della casa in centro di Palermo di Totò Riina dove lo stesso latitava? Qualcuno chiamato a rispondere disse che si preferì fermare i carabinieri che già erano partiti per fare il loro dovere, per filmare con una telecamera piazzata su un furgone posteggiato di fronte, i “visitatori” che in verità ci furono; tantè che ripulirono fino alle fondamenta l’immobile.
    Ma incredibilmente la telecamera rimase spenta.
    Per questo fatto il responsabile (generale Mori) imputato di favoreggiamento è stato assolto dopo essere stato promosso.
    Ultima in ordine di tempo la lettera del consigliere del presidente della Repubblica D’Ambrosio ( nel frattempo morto)nella quale, con uno sfogo, parla di accordi Indicibili di cui qualcuno prima o poi dovrà rispondere.
    Sono sicuro che il presidente Napolitano dirà di non sapere assolutamente niente di niente.
    Il processo sulla trattativa Stato-Mafia è forse l’ultima occasione per riaffermare la verità storica in questo paese.
    Ma a quanto pare la cosa interessa a pochi, cosicchè non può che essere destinata ad evaporare.
    G. Guagliano

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