Storia di Giuseppe, 22 anni in galera da innocente. In questo Paese

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Il calvario di Giuseppe Gulotta è diventato un libro che merita di essere letto. Se avete stomaci forti e corde di indignazione ben salde.

altCi sono storie che neppure la mente più fantasiosa, cinica e crudele di un romanziere potrebbe concepire. Storie tanto assurde e inverosimili che si fa fatica non solo ad accettarle, ma perfino a raccontarle. Prendete una di queste storie e quando l’avrete letta una domanda alimenterà il vostro sgomento e la vostra indignazione: ma davvero in un paese civile come il nostro sia potuto accadere qualcosa del genere? Avete mai sentito parlare di un certo Giuseppe Gulotta? Se leggete i giornali, seguite la tv e siete abituali frequentatori di internet, da un anno a questa parte avete sicuramente sentito parlare di quest’uomo di 55 anni con la faccia segnata da una tragedia lunga una vita, gli occhi buoni che scintillano di emozione e i denti mangiati dalle sigarette e dall’oblio di una detenzione infinita. Giuseppe Gulotta, siciliano di Alcamo, è stato sepolto in carcere per ventidue anni ventidue, senza che avesse commesso l’atroce reato che gli hanno appiccicato addosso: la strage di due giovani carabinieri in una caserma di Alcamo Marina, Alkamar nel gergo militare, Alkamar nel titolo del libro, edito da Chiarelettere, che racconta come un pugno nello stomaco, l’inquietante e drammatica storia di Giuseppe Gulotta, scritto con il giornalista Nicola Biondo.

 

Come si usa con le teorie orientali, provate per un attimo a immaginare che siate voi Giuseppe Gulotta. Prendete un giorno dei vostri diciotto anni mentre siete a casa, pronti per la cena dopo una giornata a scuola, o di lavoro, come nel caso del nostro protagonista, e di vedervi spuntare i carabinieri che vi invitano a seguirli in caserma. Immaginate due ore dopo di ritrovarvi in una stanza a chiedervi cosa stia succedendo e di sentirvi incolpare non del furto di un’autoradio, ma di una strage terrificante, dell’omicidio di due carabinieri.alt E vi sembra di sognare, di ritrovarvi dentro un incubo, peggio di una situazione kafkiana. E provate inutilmente a dire che c’è uno sbaglio, che non avete fatto niente, che è tutto così assurdo. E poi arrivano altri carabinieri, che non vi prendono più per le buone, ma che cominciamo a minacciarvi, e vi picchiano, e vi torturano, e vi fanno davvero male per farvi sputare una verità che non conoscete. E siete lì a subire, e non potete chiedere aiuto allo stato, perché in quel momento lo stato è lì, quei carabinieri con le facce torve che senza ritegno picchiano per estorcervi una confessione. E voi non sapete che prima hanno torturato un altro giovane, e lo hanno costretto a fare il vostro nome. E quando non ne potete più, stremati dalle torture, per non morire, per aggrapparvi alla vita e non soffrire più, vi illudete che dicendo quello che quei carabinieri aspettano di sentirsi dire l’incubo sia finito, confessate quei due delitti orrendi che non avete commesso. E il vostro calvario è appena cominciato.
Era una sera di febbraio del 1976 quando a soli diciotto anni strapparono il sorriso e gli anni più belli a Giuseppe Gulotta. Ne ha dovuti aspettare trentasei, trentasei, il 2012, una vita dopo, per vedersi restituire dopo ben nove processi, libertà e dignità da una corte d’assise. In questo segmento di tempo, quello in cui un ragazzo cresce e si fa uomo, e si gode gli anni più belli, Giuseppe Gulotta ha sopravvissuto per ventidue anni in galera, condannato all’ergastolo per una strage che non ha mai commesso. Nonostante le incongruenze di un’inchiesta lacunosa, di testimonianze fasulle, depistaggi e confessioni estorte con le torture, per quanto assurdo e incredibile appaia, Giuseppe Gulotta ha pagato una colpa che anche un uditore giudiziario alle prime armi avrebbe capito che non gli apparteneva. Non voglio raccontare oltre della storia agghiacciante di Giuseppe Gulotta per non scoraggiare il lettore che volesse conoscerla leggendo il suo libro. Che merita di esser letto, se avete stomaci forti e corde di indignazione ben saldi. Ho conosciuto Giuseppe Gulotta a Lamezia Terme lo scorso 20 giugno. Ho accolto di buon grado l’invito del caro Gaetano Savatteri, impareggiabile direttore artistico del festival dei libri di mafia “Trame” e sono andato a presentare “Alkamar”. Ho avuto il grande privilegio di parlare con Peppe (che così lo chiamano gli amici) guardandolo in quegli occhi scuri di siciliano e buoni come il pane. L’ho visto commuoversi più volte mentre mi parlava della sua vita bruciata a inseguire giustizia. Ho apprezzato la altsua semplicità, la sua compostezza, la sua grande dignità che gli ha fatto dire che non saprebbe cosa farsene delle scuse delle istituzioni se mai gli arrivassero. Già. Perché dopo l’assoluzione piena e la scarcerazione, nessuno dell’arma dei carabinieri si è degnato di scrivergli due parole. “Dovrebbero chiedere scusa alle famiglie dei due poveri carabinieri massacrati”, ha rimarcato piuttosto Giuseppe. Sì, perché quella strage è ancora senza colpevoli, e nessuno del gruppo di carabinieri che ha torturato Giuseppe per estorcergli quella confessione fasulla, ha pagato neppure con un’ammenda. “E anzi c’è chi lavora ancora nell’arma, perfino nei Ros”, ricorda con amarezza Giuseppe. Mentre parla davanti a un pubblico attento e rapito dalla sua storia, c’è una signora che lo fotografa, registra il suo intervento con l’Ipad, lo guarda incantata e ammirata. E’ Michela, sua moglie. La donna che lo ha conosciuto che già Giuseppe era in carcere, e si è innamorato di lui e della sua storia, e non l’ha perduto più. E ora lo segue dovunque lo invitino. Sono una cosa sola. Lo erano nel male che hanno fatto a Giuseppe. Lo sono nel bene impagabile di una vita ritrovata.

Carmelo Sardo

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