“Sono nato e cresciuto con il cinema dentro casa”

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Nostra intervista al regista Rocco Mortelliti. “Spero di continuare a raccontare e di venire al più presto in Sicilia, scenario indispensabile per il mio prossimo film”.

Rocco Mortelliti

“Sono nato e cresciuto in un paese della Ciociaria, Ceprano, mio padre era meridionale di Scilla, mia madre è ciociara di Castro Dei Volsci. Vivevamo in una casa al centro del paese, in una facciata della nostra casa vi era un grande schermo cinematografico, l’estate si proiettavano i film all’aperto, ben due proiezioni. Essendo amico dei proprietari del cinema, al primo spettacolo, quello delle 21, mi accomodavo nel terrazzo della loro abitazione e vedevo il film. Nel secondo spettacolo quello delle 22,30, essendo già a letto ripassavo il film visto attraverso il sonoro che rimbombava nella mia casa. Diciamo che il cinema entrò letteralmente dentro casa”.

Così Rocco Mortelliti, regista sceneggiatore e attore, racconta come è nata, già di piccolo, la sua passione per il Cinema. Mortelliti ha curato diverse regie teatrali e cinematografiche, tra le quali ricordiamo La strategia della maschera e La Scomparsa di Patò, tratte dalle omonime opere di Andrea Camilleri.

Ho letto che tuo padre quando eri piccolo ti raccontava tante storie e quindi devi molto a lui se sei diventato un regista…

Si mio padre era un buon raccontatore di storie. So che da piccolo, nella sua Scilla, aveva un gruppo teatrale, l’estate facevano teatro in piazza coi trampoli, d’inverno avevano un piccolo teatrino che oggi è un forno che produce pane e biscotti. Mio padre fu il primo a raccontarmi la storia mitologica di Scilla e Cardiddi, ricordo che mi impressionò molto.

Cos’è cambiato nel cinema nell’era digitale?

Rocco Mortelliti

Il  film “La scomparsa di Patò” l’ho girato in pellicola, forse è stato uno degli ultimi film girato in 35 millimetri. La nostra era sta subendo una forte accelerazione e spesso non ci capita di non essere pronti a stare dietro alle molteplici offerte tecnologiche. E’ vero che in teoria tutti possiamo girare un film, basta avere una digitale e un programma di montaggio ecco che avviene il miracolo. Ma non è così. La tecnologia, ancora, non può sostituirsi alle emozioni. Il meccanismo per fare film non è cambiato, il digitale è solo un mezzo. Gli scrittori scrivevano con la Olivetti 45 ora scrivono con il computer. L’anima e la coscienza non devono farsi condizionare per nessun motivo dalla tecnologia. Sarebbe la fine dell’umanità. (Che non escludo).

Quanto conta la formazione teatrale nel cinema?

La mia prima espressione artistica è stata quella teatrale. In famiglia tutti dipingevano, erano capaci di costruire a mano la qualsiasi, io non ero in grado neanche di tracciare una linea su un foglio di carta. Un giorno fui folgorato da un mimo in tv, avrò avuto 13 anni, “fotografai” con la mente tutti i suoi movimenti. Il giorno dopo mi misi davanti allo specchio della camera da letto dei miei e riprodussi il muro che quel mimo aveva eseguito in tv. I miei movimenti erano precisi, avevo miracolosamente capito il meccanismo, la tecnica. I più grandi attori vengono dal teatro, anche alcuni registi, in teatro si “respira” insieme, si costruiscono i personaggi lavorando prima sul corpo, poi si sa che il teatro è un grande gioco di squadra. Al cinema si è in funzione di un’inquadratura alla volta. Ricordiamoci sempre che la prima di spettacolo è stato il teatro, i greci insegnano.

Hai lavorato al Piccolo Teatro di Milano con la regia di Giorgio Strehler

Strehler è stato un sogno che si è avverato. Credo sia stato il più grande regista del novecento. Io all’epoca ero una spugna, assetato di conoscenza, assimilavo tutto. In quel breve tempo credo di avergli “rubato” tanto. La mia fissazione per le luci in teatro credo sia venuta proprio grazie a lui. Lo accompagnavo a fare le luci dello spettacolo dopo il montaggio della scenografia, riusciva a rendere tutto magico anche se in scena vi era un solo oggetto. Era un animale da palcoscenico, pignolo e molto severo.

Puoi parlarmi di Ferruccio Soleri tuo maestro all’accademia…

Ferruccio Soleri

Ferruccio Soleri era il nuovo Arlecchino, dopo la morte prematura del grande Marcello Moretti. Ferruccio non fu il mio insegnante in Accademia, lo conobbi dopo. Ti racconto il nostro primo incontro. I miei insegnanti mi dicevano spesso di fare il provino al piccolo con Soleri perché già mi interessavo di commedia dell’arte, ero bravo a usare tutte le maschere, ma io rimandavo sempre questo famoso provino, un po’, lo ammetto avevo paura. Un giorno d’estate noi eravamo in montagna in Toscana, con mia moglie, la mia prima figlia Alessandra, Andrea Camilleri, cognate e suocera. Venne a trovarci il grande Orazio Costa, l’unico regista che Strehler temeva. Orazio è stato il più grande insegnante che l’Accademia abbia mai avuto. Arrivò a Bagnolo, Orazio, e subito mi disse di andare a Sam Miniato che c’era Ferruccio che stava tenendo un seminario sulla commedia dell’arte e che mi aspettava. Quaranta minuti di macchina, ma quaranta minuti di terrore. Arrivai nelle sede dove si stava svolgendo la lezione, aspettai che andassero in pausa e mi presentai al maestro. Fu di poche parole, mi chiese solo cosa gli facessi vedere. Tirai fuori dalla borsa la mia maschera di Arlecchino. “Un monologo di Arlecchino” dissi. I suoi allievi si bloccarono, sedettero in silenzio per vedere la mia esibizione. Ferruccio non fece una piega, era seduto, inforcò gli occhiali e disse: “vai”. Calzai la maschera e iniziai, avevo assimilato tutti suoi movimenti, più volte me lo ero studiato, visto a teatro, in tv etc. Finii l’esibizione. Ferruccio si tolse gli occhiali e non disse una parola. Al contrario ricevetti i complimenti di tutti i suoi allievi. Lo salutai gentilmente e me ne tornai a Bagnolo incazzato. Arrivato dissi ad Orazio e ad Andrea che Ferruccio non mi aveva detto niente. Tornato a Roma dopo due giorni ricevetti una telefonata da Ferruccio. “Puoi raggiungermi a Milano? Devi sostituire un attore nel mio spettacolo di commedia dell’Arte”. Iniziò cosi un rapporto con un grande maestro che mi ha insegnato tutto.

Tu sei un regista molto sensibile che ha affrontato il grave problema della tossicodipendenza. Cosa pensi dei giovani di oggi?

Tutto il bene possibile, incontro spesso ragazzi appassionati di cinema e teatro, se vedo il talento mi faccio in quattro per aiutarli nel mio piccolo ovviamente. Bisogna aiutarli e avere fiducia in loro. Ricordiamoci sono il nostro futuro.

Un ricordo di Nino Manfredi, che nella tua vita artistica ti ha incoraggiato molto…

Tutto nasce da Nino Mafredi. Quando decisi di provare il concorso in Accademia, mia madre mi portò da Nino Manfredi, come ho già detto, mia madre è di Castro Dei Volsci e anche Nino era di Castro, spesso la domenica lui la trascorreva sempre nel suo paese natale. Avevamo parenti in comune e quella domenica a Castro mi spiegò molte cose. Poi mi disse di andare in Accademia e parlare a nome suo con il grande Orazio Costa. Ero ancora minorenne, mia madre mi accompagnò a Roma in accademia e incontrammo Orazio Costa. Fu molto gentile e i suoi consigli mi furono utili. Un anno dopo feci il concorso e fui ammesso. Con Nino Manfredi ci siamo visti varie volte, anche nella sua villa a Scauri, feci un piccolo ruolo in un film in cui lui era protagonista.

Qual è il tuo rapporto con Andrea Camilleri, tuo suocero nella vita? So che è stato tuo professore all’Accademia, come hai vissuto questa esperienza?

Nino Frassica e Maurizio Casagrande in una scena del film La scomparsa di Patò

Era ottobre del 1977, avevo 18 anni e mezzo. Andai a fare l’esame in Accademia. Mi preparò un allievo consigliatomi da Orazio Costa, portai come scena recitata “Il Drago” di Schwarz, la trasformai in un antieroe recitando Lancillotto, portai anche il 33°canto della Divina Commedia e infine una mia improvvisazione con una maschera della commedia dell’arte, spiegando alla commissione che l’avevo usata in uno spettacolo di denuncia su le centrali nucleari. L’esame andò benissimo. Ad un certo punto un signore seduto all’estremità del tavolo mi fece una domanda. “Perché usate le maschere per lo spettacolo di denuncia contro le centrali nucleari?” Pausa, non seppi rispondere. Gentilmente mi fecero accomodare. Uscito fuori pensai “cavolo non mi prendono” non avevo risposto a quella domanda. Eppure era semplice, mi venne dopo la risposta da dare, ma non potevo rientrare. Usavamo la maschera perché avevamo scelto di trattare il tema con comicità e chi non avrebbe colto il messaggio si sarebbe comunque divertito coi lazzi di Pulcinella. Due giorni dopo mi confermarono il mio ingresso in Accademia. L’insegnante che mi fece quella domanda era Andrea Camilleri. Avevo quasi 19 anni quando incontrai Andrea, ora ne ho 59, ho passato una vita con la sua presenza. Di Andrea si è detto tutto, le cose private le tengo per me. Posso solo dire che Andrea mi ha insegnato a non snaturare quello che sono e che un’idea buona va difesa fino alla fine.

Quali sono i messaggi che intendi dare al pubblico con i tuoi  films?

Non mi piacciono i messaggi, preferisco farmi delle domande. I personaggi dei miei film alla fine guardano sempre l’obiettivo cinematografico, quindi il pubblico, lascio allo spettatore continuare la storia e se quello che ho raccontato ha suscitato almeno una domanda.

Può raccontare qualche nota curiosa vissuta nel set?

Partiamo io e l’aiuto regista per venire in Sicilia, dovevamo imbarcarci con la macchina a Civitavecchia. Il raccordo anulare di Roma era letteralmente bloccato, insomma non saremmo mai arrivati all’orario dell’imbarco. Decidiamo di andare in Sicilia via terra e viaggiare tutta la notte, contro la volontà del mio produttore, gli inventammo la palla che avremmo preso un traghetto a Napoli. Durante il film il regista viene assicurato e tutelato, se si ferma lui si blocca tutto e i costi lievitano. L’indomani mattina avevo da fare i provini per piccoli ruoli e comparse, stiamo parlando del film: La scomparsa di Patò. Insomma viaggiammo tutta la notte. Distrutti arrivammo a Naro la mattina all’alba. Posate le valige in albergo ci dirigiamo subito nella piazza principale dove stavano costruendo il palco per il mortorio e addobbando le vetrine ricostruite per l’epoca. Saluto il costruttore, Franco Tarantino, ad un certo punto si avvicina un signore, “lei è il regista” “si” dico io, passa la sua mano sul suo viso mostrandomi la barba incolta e va via. Neanche il tempo di prendere un caffè al bar, si pone davanti a me un secondo uomo con barba incolta, “Vede signor regista ho la barba lunga” “E chi se ne fotte” penso subito. Io e il mio aiuto regista ci guardiamo increduli senza preferire verbo. L’uomo si allontana. Un terzo e un quarto uomo si avvicinano, anche loro con barba incolta. Anche loro, senza dire nulla, si strofinano con la mano la barba. Capiamo a questo punto l’enigma. Era stato dato l’ordine che ai provini degli uomini dovevano presentarsi tutti con la barba incolta. Si stavano già raccomandando al regista mostrandosi prima del provino.

E’ difficile per un padre-regista dirigere la figlia Alessandra?

Alessandra Mortelliti

Alessandra è cresciuta in teatro, ha visto tutti i miei spettacoli, ha assistito alle prove, mi ha fatto anche da aiuto regista in un’opera lirica. Quando lavoro con lei costruiamo tranquillamente e spesso ci divertiamo. Parliamo la stessa lingua. Credo che abbia preso qualcosa da me. Anzi approfitto per farle l’imbocca al lupo per la sua prima opera cinematografica, sta girando il suo primo film da regista.

Quali sono le difficoltà che incontri nel tuo lavoro prima, durante e dopo la lavorazione di un film?

La difficoltà primaria è procurare il danaro necessario per realizzare il film. Durante la lavorazione bisogna stare attenti che tutto funzioni, la produzione deve funzionare alla perfezione, altrimenti si rischia in primis di sforare la lavorazione e questo non piace al produttore, poi di non pentirsi di aver scelto persone sbagliate come collaboratori. Infine stare attenti a come fare uscire il film, se partecipa a un festival farlo uscire in contemporanea altrimenti si perde l’interesse. Comunque il film ha un suo destino.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ci sono ovviamente, ti dico solo che spero di continuare a raccontare e di venire al più presto in Sicilia, scenario indispensabile per il mio prossimo film.

Foto da Internet

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