Socrate e Gesù avrebbero perso anche nell’era di internet

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Il consenso di per sé non sempre determina una democrazia

Quasi nessuno ne parla e tutto è dato evidentemente per scontato, ma l’idea di primarie di un partito alle quali partecipano tutti, ma proprio tutti, iscritti, non iscritti, amici, simpatizzanti, antipatizzanti è davvero, come affermano con forza i dirigenti del PD, un segno di democrazia? Sia concesso dubitarne.

Intanto a livello nazionale Matteo Renzi, a quanto pare, piace a tutti, ma proprio a tutti, da Marchionne alla Camusso, ed è arrivato al governo, dopo che il Parlamento è stato allegramente bypassato, grazie a un quasi plebiscito alle primarie nazionali del PD. Francamente, nessun rimpianto per il passato e per coloro che nel PD hanno detenuto il potere negli ultimi anni. Non se ne poteva più e anche i dirigenti della generazione successiva, i Cuperlo e i Civati, per quanto diversi fra loro, rappresentano oggi delle strane minoranze, che eccitano un’ironia un po’ amara, soprattutto quando agiscono e deliberano, aderendo con mugugni ai dettami del leader di maggioranza, in nome di un senso di responsabilità che assomiglia molto a un accomodamento e che, nonostante l’aria pulita e la buona cravatta, ricorda quel vecchio comando alla Peppone: “ contrordine compagni!”. Ma è un segno di democrazia la regressione del consenso politico alla sola legittimazione del leader di turno, sia esso istituzionale, sia esso politico? E’ un segno della democrazia lo scoloramento dei partiti che sono quasi soltanto macchine fatte da soli dirigenti e da leader?  cuperlo-renzi-civati_640

La nostra Costituzione prevede per la democrazia la presenza dei partiti, ma non credo che i fondatori avessero previsto questo tipo attuale di partiti. Si parla tanto della democrazia telematica, di internet, di facebook e di twitter. Va tutto bene, ma solo fino a quando la cosiddetta partecipazione non si riduce al fatidico “mi piace”, con cui si cerca un consenso semplice e facile. Proviamo a immaginare Socrate e Gesù nella nostra epoca, cioè nell’epoca di facebook e di twitter e del “mi piace”. Avrebbero sicuramente perso anche oggi con un’ondata del “mi pace” alla proposta di condanna in quelle tragiche primarie dove Socrate si presentò da solo e Gesù in concorrenza con Barabba. Il consenso di per sé non determina una democrazia. Quel che conta sono le modalità del rapporto fra consenso (e dissenso), partecipazione e decisione, ma queste modalità oggi sono assai fragili e ambigue. Quando Matteo Renzi si rivolge ai giovani dicendo loro che se ce l’ha fatta lui che non ha ancora quarant’anni, ciò vuol dire che i giovani ce la possono fare, parla come un imprenditore, un cantante o un calciatore di successo che è riuscito ad arrivare alla vetta. Non è questo il segno di una modificazione della politica e del rapporto fra politica, democrazia e consenso? Infine, essendo in vista anche delle elezioni europee, si vede bene purtroppo che il segno della crisi attraversa anche le liste che si presentano come alternative. Andrea Camilleri e Paolo Flores d’Arcais si sono già defilati dalla lista di Tsipras, ma, a parte questo, e pur con tutta la simpatia possibile, non sa di paternalismo la candidatura di eminenti figure come Barbara Spinelli, Moni Ovadia e Adriano Prosperi, i quali, se ho ben capito, se eletti, sono disposti a rinunciare per fare posto ai candidati giovani? Ma i giovani non possono pensarci da soli, senza la benedizione dei padri?  Renzi, almeno, bisogna dargliene atto, ne ha fatto a meno.

Da Il Tirreno

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