Le Rubriche

I cilindri del potere e le città vuote nelle opere

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Si conclude oggi nella galleria dello studio fotografico "Riflessi" di ...

Sabato, 8 Marzo 2014

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Il filo rosso delle storie di "Donne allo specchio

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Un contributo letterario con forte valenza sociale nella raccolta di ...

Giovedì, 6 Marzo 2014

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E Matteo il Magnifico si prese l'Italia

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E' bastato un blitz durato poche settimane e la determinazione ...

Sabato, 1 Marzo 2014

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Rubrica a cura di:Giancarlo Macaluso

Giancarlo Macaluso
Uomini e donne, visti da vicino, che hanno lasciato il segno nella loro manciata di mondo. Ma non solo...

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Ovvero la vendetta di Giancarlo Macaluso costretto dal direttore a scrivere questo articolo la notte di San Silvestro, quando tutti i giornalisti, per contratto, dovrebbero riposare

Foto ShobhaNella foto che vedete sono raffigurati attempati signori che un tempo furono ragazzi. I ragazzi di Malgrado tutto, li chiamarono. Nulla di particolare avevano, sia chiaro. Ma per vivere in un paese come Racalmuto degli anni Ottanta ti dovevi adeguare. Loro si adeguarono stampando un giornale. Cercarono un direttore straniero, ché in paese non c'era chi ne avesse titolo. Andarono nell'esotica Grotte e trovarono un giovanotto senza capelli. Anche oggi troppi non ne ha. Nè abbiamo mai messo insieme i soldi per regalargli un trapianto.

 

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Il cronista politico del Giornale di Sicilia aderisce all'appello per salvare l'istituto scolastico chiuso da settembre

Giancarlo MacalusoCi sono problemi che una società appena appena civile affronta immediatamente e li risolve. Senza ciance, senza perdite di tempo, senza cavilli, senza pretesti. Una scuola nelle condizioni dell'Ipia di Agrigento è uno di quelli. Non solo per l'ovvia considerazione che le nuove generazioni debbano essere messe nelle condizioni di formarsi bene, ma perché tutto ciò che ha a che fare col diritto allo studio ha a che fare con la civiltà e, dunque, con la libertà. Se le istituzioni non avvertono tutto questo avranno contribuito ad allargare la crepa che li separa dai cittadini.

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L'intervista di Giancarlo Macaluso al poeta Stefano Vilardo, compagno di banco di Leonardo Sciascia. "Tutti a quel tempo conoscevamo i boss dei nostri paesi. La mafia non incombeva, ma si avvertiva. Leonardo è sempre stato contro la mentalità e i metodi mafiosi". In libreria torna un saggio di Sciascia su Cosa Nostra

La storia della mafiaLa casa editrice Barion (vecchio e glorioso marchio editoriale fatto rinascere dalla Mursia) ricomincia le sue pubblicazioni con il volume "La storia della mafia" di Leonardo Sciascia, ristampando un saggio disperso del 1972. Nel libro anche l'intervista di Giancarlo Macaluso al poeta novantenne Stefano Vilardo, amico e compagno di banco di Sciascia che racconta qual era la percezione della mafia tra gli adolescenti siciliani.

Centro della Sicilia. A cavallo fra gli anni Trenta e i Quaranta del secolo scorso. La miseria si taglia a fette; il fascismo incombe e sorveglia; la mafia è acquattata per la repressione del "prefetto di ferro", ma pronta a rimettersi in piedi. La giustizia è solo una vaga idea, la libertà nemmeno quella, i diritti solo una parola, la violenza fa parte del paesaggio, l'arbitrio è la regola, l'equità solo un incidente di percorso nella vita dei povericristi.

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Sciascia e la moglie fotografati da Ferdinando SciannaSono passati ventitré anni dalla morte di Leonardo Sciascia. Al di là della retorica celebrativa, e al netto delle tante banalità scritte e dette sulla sua figura, ci pare che la parola più ricorrente sia "vuoto". Concetto su cui concordiamo. Perché lui era la "corda civile" d'Italia - sempre tesa e sempre attenta -, ma si è spenta ormai quattro lustri fa, senza che un'altra abbia cominciato a vibrare.

 

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Morì suicida il giorno dei morti, nel 2005. La sua passione: riparare le brutture del paese

L'uomo che si sentiva fuori dal tempo

Al suo funerale la banda suonò musiche a festa e si spararono i fuochi d'artificio

Totò Vaccaro (ph: Luigi Scimè)Apparve, a un certo punto. Come in una favola. Spuntò da chissà dove, con la sua aria svagata, la camicia bianca con le punte fuori dai pantaloni, il passo lento e i baffi all'insù, età indecifrabile. Non si sa come, ma accadde così: si vide quel ragazzo magro e inquieto sciamare per le strade di Racalmuto. Qualche scartafaccio sotto braccio, solitamente ricette mediche da barattare in farmacia con qualche flacone di antibiotico. Oppure coi pantaloni neri e le mani macchiati di gesso.
Devotissimo all'anziana madre che accudiva – racconta chi li frequentava – con tenerissimo impegno e solida abnegazione.
Si chiamava Totò Vaccaro. E, come appunto nelle fiabe, non aveva mestiere se non quello di alimentare il suo personaggio.

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