Le Rubriche

I cilindri del potere e le città vuote nelle opere

News image

Si conclude oggi nella galleria dello studio fotografico "Riflessi" di ...

Sabato, 8 Marzo 2014

Leggi tutto

Il filo rosso delle storie di "Donne allo specchio

News image

Un contributo letterario con forte valenza sociale nella raccolta di ...

Giovedì, 6 Marzo 2014

Leggi tutto

E Matteo il Magnifico si prese l'Italia

News image

E' bastato un blitz durato poche settimane e la determinazione ...

Sabato, 1 Marzo 2014

Leggi tutto

Rubriche - L'opinione

Alla Noce (Foto F. Scianna)Per molti Sciascia resta lo scrittore del capitano Bellodi, o di scolari e parrocchie di Regalpetra. Per tanti altri il maestro di Racalmuto è legato alle dispute sull'affaire Moro, sui professionisti dell'antimafia, sulle imposture scrutate anche col metro della rappresentazione storica, fino all'Abate Vella. Gialli, saggi, analisi, pampleth prodotti lungo l'asse di una vita trascorsa fra Palermo e Roma, Milano e Parigi, fra la casa editrice Sellerio e il cenacolo di Maurilio Catalano, fra gallerie e librerie di Brera, fra aula e commissioni di Montecitorio, ovvero a caccia di stampe antiche fra le bancarelle del Lungosenna o di documenti negli archivi dell'Inquisizione spagnola. Ma per chi l'ha visto da vicino, da molto vicino, Sciascia è soprattutto la Noce.

Il suo buen retiro a sei chilometri da Racalmuto dove resiste ancora la vecchia casa in pietra. Approdo estivo di uno scrittore che dalle otto del mattino a mezzogiorno se ne stava davanti alla sua Olivetti portatile per raccontare e interpretare il mondo. Come un impiegato part time. Se questo può dirsi di un intellettuale che continuava a macinare informazioni e opinioni per tutto il giorno nelle letture e nelle riletture, nella conversazione con i tanti che lo andavano a trovare o che gli telefonavano. Con difficoltà. Ed è questo rapporto via cavo con il resto del mondo che richiamo offrendo qui nitidi flash di memoria vissuti dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, quando non si discuteva ancora di economia globale e nessuno avrebbe mai immaginato di coniare neologismi come giocai per agganciare un luogo a città e Paesi lontani.Tramonto in contrada Noce (Foto P. Tulumello)

Eppure, allora la Noce attraverso un vecchio apparecchio telefonico di nera bachelite sembrava, grazie a Leonardo Sciascia, il centro del mondo, mentre oggi con cellulari, Internet e parabole «è diventata un deserto», come constata triste l'unica sentinella rimasta a guardia di questo giardino sempre meno frequentato, Nico Patito, il contadino filosofo dello scrittore, come lo definì in un suo articolo Enzo Biagi visitando quella casa e quella campagna aperta a registi e intellettuali, statisti e artisti. Radicato nel casolare di fronte, che non lascia nemmeno nei rigidi inverni, a 83 anni invecchia Nico con la pena di chi vede ingiallire i campi di sterpi fra ville e case vuote di amici che non ci sono più. E gli occhi si poggiano sul profilo dei pini all'orizzonte dove Casa Matrona si ergeva fiera su vasche e fontane cinte da magnolie alte dieci metri, punteggiate da fiori sbocciati in profumate e bianche pennellate sospese fra mandorli, limoni e palme, come un giardino degli emiri, quasi il tempo si fosse fermato per mille anni. Sbocciavano allora le rose dall'altra parte della contrada e si raccoglievano le ciliegie nella villa di Carmelino Rizzo, giù verso il fiume, verso Fontanamara, la fontana dall'acqua amarostica. Ma il cuore della Noce stava lì, al centro, a duecento metri dall'armoniosa casa di Nenè Cavallaro, sul piano, una sorta di piazza sopraelevata, quasi una terrazza sulla campagna, appunto un piano sul quale si affacciano le dimore degli Scimè, da una parte, e, dall'altra, quella di un ramo della famiglia Cavallaro, edificio padronale su tre livelli. Al piano terra di questo edificio, ultima Lo scrittore con la moglie, 1985 (Foto Ferdinando Scianna)sgangherata porticina a destra, un piccolo vano, un tempo adattato a stalla e rifugio dei contadini, era stato trasformato in una singolare, atipica, postazione telefonica. Unico telefono di contrada Noce e delle contrade vicine, per chilometri e chilometri. Perché non c'era altro fino al paese e nessuno aveva ancora telefoni in casa. Non esistevano linee. C'era solo queir apparecchio a scatti, incollato sulla parete scrostata, sopra un malfermo tavolinetto con un cassetto dove chi finiva di telefonare depositava la somma indicata da una tabella consunta ma chiara: uno scatto 50 lire, due scatti il doppio, tre il triplo e così via fino a cento.

Mai un ammanco. Mai un furtarello. Ed è da qui che Sciascia intratteneva rapporti continui con editori e scrittori come Calvino e Pasolini, con i grandi giornali, con direttori e capiredattori delle pagine culturali e politiche, tutti in attesa di un contatto dal pomeriggio a sera. Cioè nelle ore in cui Sciascia, col suo bastone dall'impugnatura argentata, scendeva lungo il pendio della sua casa, quasi sempre a braccetto della moglie, la signora Maria, e fumando una sigaretta inglese fra i mandorli e la vigna, procedeva a passo lento prima giù per un pendio ripido, poi lungo la stradella pianeggiante fino alla breve salita del «piano» dove su una delle due dimore, quella dei Cavallaro, sulla porticina sgangherata, campeggiava una insegna gialla con il simbolo del disco telefonico. L'insegna della Sip, laRacalmuto, contrada Noce società dei telefoni che per delegato in quell'angolo di profondo Sud aveva la «zia Pina», come tutti chiamavano la consorte di Guglielmo Cavallaro, aulico avvocato e gran pianista, deciso a delegare la cura delle terre a questa imprenditrice che, pur nelle sue piccole grandi follie, anticipò la figura della donna-manager. Da una parte lei. Dall'altra Mastro Vanniddu, il mezzadro che con moglie quattro figli e due muli dormiva nelle due stanze accanto alla «cabina telefonica». Due affumicati ambienti in sequenza, il primo per la famiglia, una cucina e tre letti, un solo ingresso aperto sul piano, l'altro usato come stalla per le bestie che per raggiungerla strisciavano davanti ai giacigli del primo vano. E se oggi Mastro Vanniddu fosse vivo non avrebbe certo rimpianti per quell'antro in cui si specchiava il niente di una Sicilia da dove i suoi figli scappavano verso il Belgio. Questo il mondo che si ritrovava davanti Sciascia arrivando su quel piano. E quando s'attardava oltre le canoniche ore in cui bene o male il mondo sapeva di poterlo trovare nelle vicinanze della cabina-stalla, se a uno dei ragazzi che giocavano a nascondino nei dintorni capitava di sentire squillare la campana collegata alla suoneria del telefono (e ce n'era una fortissima), rispondendo e prendendo appunti, poteva accadere di sentir chiedere del «maestro» da Roma o Milano, Parigi o Madrid, da città lontane, da giornali, direttori come Scardocchia, registi come la Wertmuller, scrittori come Bufalino e Consolo, artisti come Guttuso, uomini politici, da Craxi a Pannella. E la sera poi, nella terrazza davanti a casa Scimè, trasformata in circolo per chiacchiere mai vuote, riecheggiavano i nomi di quelle città e di quei personaggi trasformando la Noce nel centro del mondo, del nostro mondo. Vitale e attivo.
Come non è più nella Noce che a Nico appare un deserto.

Felice Cavallaro