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Storia di Mister X. Da Grotte ai palazzi romani del potere

la parabola di un protagonista del caso Montesi

Ugo MontagnaVeniva da Grotte Ugo Montagna. Ed era arrivato nel cuore dei palazzi del potere romano. Con il titolo di marchese di San Bartolomeo, gestiva la riserva di caccia di Castel Porziano che era stata dei Savoia. Ma nel 1953 quest'uomo dalla biografia sfuggente entra di prepotenza nel caso più clamoroso d'Italia: la morte di Wilma Montesi. Una saga giudiziaria e politica che occupa le prime pagine dei giornali, fa discutere e investe in pieno importanti uomini politici. Il giornalista del quotidiano "La Stampa" Francesco Grignetti, autore del libro "Il caso Montesi. Sesso, potere e morte nell'Italia degli anni '50", pubblicato da Marsilio, racconta per "Malgrado tutto web" chi era veramente Ugo Montagna e come finì al centro dello scandalo che cambiò il modo di raccontare la cronaca italiana.

Dapprincipio fu uno scoop. Era il 1953: uno sconosciuto giornalista, Silvano Muto, scrisse un articolo-bomba sulla morte di Wilma Montesi, ragazza romana senza grilli per la testa, trovata morta affogata a Tor Vajanica, poco distante da Ostia. Sostenne Muto che il responsabile di quella morte era un certo Mister X, gestore di una tenuta di caccia a Capocotta, sul litorale romano, molto bene introdotto nei giri di potere, anfitrione di ricconi e politici, e per questo ben protetto dalla polizia. Se il questore di Roma si era ridotto a inventare una storia ridicola come quella di un "pediluvio fatale" per spiegare la morte di Wilma, lo aveva fatto per tenere al riparo un certo Mister X. Coinvolgerlo nelle indagini avrebbe significato coinvolgere chissà chi, concludeva Muto.

Per i bene informati, che non mancano mai, non ci volle molto per capire chi fosse Mister X. Bastava dire Capocotta e nei giri della buona società s'intendeva Ugo Montagna, marchese di San Bartolomeo, amministratore della società venatoria "Sant'Uberto", uomo pratico di anticamere di ministeri almeno quanto di fucili. Era lui il gestore di quella riserva di caccia alle porte di Roma, che un tempo era stata parte della tenuta reale di Castel Porziano e che gli era stata affidata da Umberto di Savoia, con il quale era in buoni rapporti. Il marchese Montagna era un perfetto padrone di casa sia nella tenuta, sia nel suo castello di Fiano, qualche chilometro a nord di Roma, dove ospitava a ripetizione deputati, politici, professionisti, questori, prefetti, uomini di Chiesa. Più che alla cacciagione, però, Montagna era all'inseguimento di buoni affari. Affari immobiliari.


Il corpo di Wilma MontesiCon tutto il suo frequentare le persone importanti, ne sapeva sempre una più degli altri. Ed era indubbiamente bravo nel suo lavoro di faccendiere. Poi non disdegnava quell'altro tipo di caccia che si riserva alle belle donne. Alto e snello, con i pochi capelli tirati all'indietro, il naso forte e le maniere forbite, il marchese appariva ricco: ostentava un grande appartamento in città, diversi camerieri, una specie di castello nelle campagne di Fiano, addirittura due macchine, una Fiat 1400 e un'Alfa 1900, che all'epoca erano un gran lusso, e persino la tenuta di caccia (in affitto).

Ugo Montagna si era fatto da solo. E anche in fretta. Nato nel 1910 a Grotte, di famiglia modesta, a venticinque anni era sbarcato a Roma dove si era sposato, aveva avuto un figlio che morì presto, subito dopo si era separato dalla moglie. Il fascismo era all'apice della forza e del consenso. E Montagna era uno di quelli con una voglia pazza di sfondare. Cambiava vorticosamente lavori, case, fidanzate. Ronzava attorno al potere, stringeva relazioni, faceva affari. Era un intraprendente. Dopo la guerra aveva preso a farsi chiamare marchese, ma era una nobiltà tutta da chiarire. Aristocrazia della scaletta, la chiamavano: titoli nobiliari concessi da re Umberto all'atto di salire sull'aereo che lo portava in esilio, di dubbia legittimità. Ma lui ci teneva molto perché una certa aria aristocratica aiutava negli affari.

Certo è che Montagna aveva capito come navigare per le rotte del potere: Il caso Montesidiventando amico dei figli dei potenti. Ci aveva provato con i giovani Mussolini e la polizia lo aveva allontanato di forza. Qualcuno diceva che avesse tentato di agganciare anche Claretta Petacci e suo fratello Marcello. Comunque Montagna era riuscito con i figli dei ministri democristiani là dove aveva fallito con i figli del Duce: era il munifico datore di lavoro di Alfonso Spataro, rampollo del ministro delle Poste. Ed era ottimo amico di Piero Piccioni, il figlio jazzista del vicepresidente del Consiglio, Attilio Piccioni. Ma non solo.

Negli scaffali polverosi dell'Archivio di Stato, indagando sui retroscena del caso Montesi, ho trovato una serie di dossier che all'epoca erano stati sottoposti all'attenzione del Capo della polizia. In uno si accenna a una trama degna di una spy-story. Sarebbero stati i gesuiti a cospirare dietro le quinte. Vero o falso che fosse, in quell'appunto del 20 giugno 1954, con dicitura Riservatissimo, si legge: "Il Magistrato avrebbe raggiunto nuovi elementi a carico di Ugo Montagna e del prof. Riccardo Galeazzi Lisi, individui legati nelle loro attività affaristiche al banchiere Massimo Spada, segretario amministrativo dell'Istituto delle Opere di Religione, ente, com'è noto, destinato alla amministrazione del capitale finanziario della Santa Sede". Il magistrato, secondo questo rapporto della polizia, aveva scoperto che il medico pontificio e suo fratello, l'ingegnere-architetto Enrico, d'intesa con Spada e Montagna, "avrebbero interferito nell'acquisto di un terreno in località Capocotta e di altro appezzamento a Fiano per l'installazione di centrali della Radio Vaticana".

La spiaggia di TorvajanicaCertamente era un intreccio credibile: Montagna era un faccendiere dalle ottime conoscenze nelle burocrazie ministeriali, al Comune di Roma, e nel governo. I suoi amici, poi, inseriti ai piani alti del Vaticano, erano spregiudicati al punto giusto: Riccardo Galeazzi Lisi fu il medico che scattò le fotografie a Pio XII morente per venderle ai rotocalchi. Per la cronaca, l'enorme complesso di Radio Vaticana sorto lungo la via braccianense, un'enorme estensione di antenne poco distante da Roma, vicino Fiano, dove appunto Montagna era di casa avendo un castello, fu inaugurato nel 1966 da Paolo VI. E quel giorno l'ingegnere Enrico Galeazzi, in quanto responsabile degli apparati tecnici del Vaticano, era in prima fila.

A gettare su Ugo Montagna una macchia che mai più si sarebbe cancellata, a trasformarlo nell'archetipo del Faccendiere, ci pensò però un colonnello dei carabinieri, il famoso Pompei, comandante dei carabinieri di Roma e investigatore prediletto di Fanfani e del magistrato Raffaello Sepe. In una memorabile udienza del processo contro Silvano Muto, nel marzo 1954, il colonnello diede lettura di un devastante rapporto sul conto del faccendiere siciliano: elencò undici procedimenti penali, il primo nel 1935 per un incidente stradale a Palermo, l'ultimo a Roma nel 1944. Insolvenza fraudolenta, appropriazione indebita, falso in cambiali, contravvenzione al foglio di via obbligatorio. Non mancava un perfido riferimento dedicato al fratello, Diego: "Ha precedenti penali ed è associato alla malavita siciliana". Lo zampino della mafia? Forse. Il colonnello non escludeva niente.


Francesco GrignettiC'erano alcuni addebiti francamente irrisori: da giovane, Ugo Montagna si era fatto preparare dei biglietti da visita con la qualifica di "ragioniere" eppure non aveva fatto le scuole di ragioneria. E forse non era neppure un vero marchese. Tornarono a galla tutte assieme le denunce che avevano costellato l'attività di un affarista che prosperava all'ombra del potere. Pompei le elencò con gusto un po' sadico. Diffidato dal capo della polizia ai tempi del fascismo dall'avvicinarsi ai figli di Mussolini, "dei quali ostentava l'amicizia". Particolarmente legato al direttore generale dell'infame dipartimento Difesa della Razza, il prefetto La Pera, e sospettato di prestarsi, a pagamento, per far ottenere a cittadini ebrei i cosiddetti documenti di "discriminazione razziale" che li avrebbero potuti salvare dalle leggi antiebraiche del '38. Diffidato nuovamente dalla polizia, nel maggio 1941, in piena guerra, perché a casa sua in via Rabirio, dietro via Flaminia, dava scandalo con sconvenienti festicciole. "Era uso dare convegni a donne di dubbia moralità allo scopo di soddisfare i piaceri e la libidine di tante personalità del mondo politico... Con schiamazzi fino dopo la mezzanotte per divertire la sua numerosa ghenga di invitati di ambo i sessi".

Dopo la diffida, Montagna aveva cambiato casa, non abitudini. Organizzava "saltuari trattenimenti con la partecipazione, durante l'occupazione, di ufficiali germanici e, subito dopo la Liberazione, di militari americani e inglesi". E ancora: era stato confidente dell'Ovra e di qualche ufficiale nazista nei giorni dell'occupazione di Roma, "tanto che nel luglio '44 fu proposto, quale spia dei tedeschi e perché ritenuto agente sovvenzionato dell'Ovra, per l'internamento in un campo di concentramento, misura che non fu poi adottata perché a suo favore prestarono garanzia alte personalità".

Montagna era stato uomo dai doppi giochi: al tempo dell'occupazione aiutò alcune personalità che erano finite nei guai con i nazisti. Successe con un industriale arrestato assieme al figlio e anche con un alto magistrato di origine siciliana, Ettore Cipolla, avvocato generale di Cassazione. L'aiuto fu ricambiato al momento del procedimento di epurazione. Montagna si spese anche per il prefetto Tommaso Pavone, che s'era dato alla clandestinità ed era finito in carcere nei giorni dell'occupazione nazista e che adesso era il Capo della polizia. Dal rapporto del colonnello Pompei venne fuori il ritratto di un affarista senza scrupoli. Nell'ottobre 1946, l'ex questore di Roma Saverio Polito lo aveva denunciato per aver tentato di immettere sul mercato nero di Roma una partita di mille quintali di zucchero proveniente dalla Svizzera e "destinato a distribuzione gratuita tra i sinistrati". Montagna in quel periodo vantava forti aderenze all'Unrra, l'agenzia della ricostruzione degli americani. All'epoca aveva lasciato intendere addirittura di fare parte dell'Intelligence Service e invece era una vanteria. Più banalmente, era in combutta con un consigliere cantonale svizzero. C'era pure la traccia di una Tangentopoli ante litteram per la "vendita all'Inail di un fabbricato con la realizzazione del guadagno di molte decine di milioni". Erano appartamenti costati due milioni perché affittati; poi, con gli inquilini sfrattati, rivenduti per novanta.

Questo Ugo Montagna, disse il colonnello Pompei, è l'uomo che è di casa al Viminale. E non mancò anche un perfido accenno alle sue traversie private: l'uomo si era lasciato con la moglie perché, furono le ultime parole del colonnello, "dissipando tutti i suoi guadagni con donne di facili costumi e in viaggi di piacere, non le forniva nemmeno i mezzi di sussistenza".



Per colpa di Ugo Montagna, quel giorno quasi cadde un governo. Il pomeriggio del 10 marzo 1954, alla Camera, si votava infatti la fiducia al governo Scelba. Ma si parlò soltanto del marchese Montagna. Pompei Anna Maria Moneta Caglioaveva appena finito di leggere il suo rapporto a palazzo di Giustizia e già gli strilloni battevano le strade. L'Italia intera andò in tilt. C'è a questo proposito una pagina scritta da Pietro Nenni che merita di essere riportata integralmente perché rende il clima del tempo: "Stasera – scrisse Nenni nel suo diario – Scelba ha avuto il voto di fiducia con otto voti di maggioranza. La seduta è stata drammatica. Nella sua replica Scelba è stato moderato e abbastanza abile. Mi ha citato a proposito e a sproposito lungo tutto il suo discorso... Ma nell'aula c'era molta elettricità per l'affare Montagna. Nel pomeriggio in tribunale al processo Muto è stato letto un documento dei carabinieri schiacciante sul marchese fasullo. Risulta che è un lestofante, molte volte condannato e diffidato, lenone, agente dell'Ovra, dei tedeschi e degli americani. Lo scandalo prende così proporzioni vastissime. Non è più questione della Montesi. Come può essere che un personaggio di codesto tipo fosse culo e camicia con tanti personaggi altolocati? Alle polveri ha dato fuoco Pajetta con una invettiva feroce contro gli amici del lenone che forniva donne ai gerarchi democristiani, dopo averle fornite ai fascisti e ai tedeschi, e contro il governo che non può fare pulizia perché ha le mani sporche".

Furono ore convulse fuori e dentro il Parlamento. Ma nulla al confronto del parossismo che si scatenò ai vertici del Viminale. Scelba, che si trovava bloccato alla Camera per il dibattito sulla fiducia, fece una telefonata di fuoco al capo della polizia. Ricorderà il prefetto Pavone: "Mi si chiedeva se il rapporto era autentico e come mai io non avessi informato il Presidente. Risposi che anche io lo leggevo per la prima volta in quel momento sul giornale. Ebbi l'incarico di appurare come stavano le cose". Seguì una telefonata altrettanto furibonda del Capo della polizia al comandante generale dell'Arma. Il quale di quel rapporto del colonnello Pompei sapeva tutto, ma con Pavone fece finta di cadere dalle nuvole.

La notte stessa il capo della polizia fu costretto alle dimissioni. Appena tornato in ufficio, Scelba chiamò Pavone. Gli contestò i rapporti con Montagna. Il Capo della polizia, a testa china, capita l'aria, rispose a malapena che il marchese siciliano non era "quel pessimo soggetto che si racconta" e che i loro rapporti si erano sempre mantenuti su un piano di correttezza. Ma Scelba scuoteva la testa. "Non ritenevo plausibili le spiegazioni", scrive nella sua autobiografia. Alle 2.28 della notte, un flash dell'Ansa annunciò quanto alcuni giornalisti già avevano capito. "Il ministro dell'Interno ha accettato le dimissioni del prefetto". I retroscena li racconterà un giornalista, Corrado Pizzinelli, biografo di Scelba, in un vivido bozzetto: "Scelba convoca quest'ultimo [Pavone, nda] nel suo ufficio e, pur sapendo che non ha fatto nulla di grave, gli comunica, senza troppi riguardi o giri di frasi, che deve dare subito le dimissioni. Il discorso è duro. Scelba non esita a dirgli che il Montagna si è comportato molto male anche con lui, Pavone, e con la sua famiglia: poi, pallido e furente, convoca il capo ufficio stampa e, appena questi arriva, Scelba dichiara che i tre, insieme, dovranno elaborare il comunicato per dare la notizia. Non è un'impresa facile: bisogna dire e non dire, e soprattutto far capire che Pavone non ha altre colpe se non quella di aver avuto come "amico di casa" il Montagna. Si getta giù una bozza, poi un'altra, poi si corregge qua e là e si va avanti per ore. Alla fine è di Scelba la frase chiave di tutto il comunicato: "...causa le torbide compiacenze al Viminale...". A queste parole Pavone, che fino a quel momento, cupo e meditabondo, ha seguito i lavori preparatori del proprio "funerale" si impunta e accenna una lieve protesta per quell'aggettivo. "Torbide, poi... non so dove lo sono" dice il poveretto. Scelba scatta: Sessegnore, sessegnore, torbede, torbede compiacenze! Torbede sòno! E se non lo sòno come vorrebbe spiegare il signor capo della polizia alla openione pubblica che quel Montagna era di casa al Vemenale?".

Il resto è noto. Ugo Montagna fu incastrato dalle rivelazioni della ex fidanzata, la giovanissima Anna Maria Moneta Caglio, donna tradita e vendicativa. L'Italia si appassionò alle loro vicende di letto, alla macchina che lui le aveva regalato e poi ripreso indietro, alle cinquecentomila lire che le passava ogni mese come argent de poche. Il marchese fu arrestato, poi scarcerato, processato, assolto. Dopo il 1957 tornò al suo mestiere di faccendiere. E non si parlò più di lui finché, il 28 febbraio 1990, nella chiesa di Santa Croce al Flaminio, per dargli l'ultimo saluto, si affollarono personaggi illustri, ex ministri, politici vari, rappresentanti della nobiltà nera. Non lo avevano dimenticato.

Francesco Grignetti

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