Sicilia e Unesco: storia di un “amore” sbocciato vent’anni fa

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Tutto cominciò nel 1997 con la Valle dei Templi. Dieci importanti riconoscimenti in meno di due decenni che conferiscono all’isola del sole l’invidiabile primato (che dal luglio 2017 condividiamo con la Lombardia) dell’area geografica col più alto numero al mondo di beni tutelati dall’Unesco. 

Valle dei Templi Agrigento: Tempio di Giunone

E’ un’isola-continente, perché ne racchiude in sé tutte le caratteristiche, dalle assolate spiagge ai ghiacciai eterni, dalle pianure ai picchi montuosi, per non parlare poi dei suoi abitanti, tutti molto simili ma allo stesso tempo tutti profondamente diversi tra loro. La Sicilia è un vero e proprio microcosmo umano, territoriale e soprattutto culturale. Ragion per cui, da quasi vent’anni, l’Unesco – l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – ha letteralmente “preso di mira” (e, in questo caso, mai condizione potrebbe essere considerata migliore) quella che è la terra emersa più grande all’interno del Mediterraneo, luogo dalle mille contraddizioni, perché è caleidoscopio di unicità tra le più varie, in grado di originare profonde emozioni.

Tutto ha avuto inizio quando nel 1997 è stata ufficializzata l’inclusione nel patrimonio dell’umanità del primo sito siciliano, la celeberrima Valle dei Templi di Agrigento, il cui parco da 1300 ettari ospita una delle più importanti “collezioni” doriche al mondo (ben cinque templi – alcuni però in ruderi – tra cui il maestoso e magnificamente completo Tempio della Concordia), acquedotti, necropoli e il rinato giardino della Kolymbetra, splendido esempio di terrazzamento a uso agricolo di origine greca che, dopo un oculato restauro, è giunto fino a noi praticamente intatto. Le preziosissime testimonianze doriche presenti nella Valle furono erette nel VI secolo a. C., a dimostrazione di quanto fosse divenuta prestigiosa l’antica colonia greca di Akragas, la stessa che il poeta Pindaro definì addirittura la più bella fra le città dei mortali. Ma il sito agrigentino comprende anche il quartiere ellenistico-romano, che presenta i suggestivi resti delle sontuose abitazioni dell’edilizia privata locale (erette in un arco di tempo che va dalla fine del IV secolo a.C. fino alla tarda età romana), e il Museo Archeologico Regionale “Pietro Griffo”, che raccoglie reperti sulla storia di Agrigento e delle aree limitrofe, dalla preistoria alla fase di ellenizzazione. Particolarmente consigliata è la visita notturna della Valle, dove all’atmosfera quasi magica è possibile unire il ricordo indelebile dello scintillante giallo del tufo che si staglia sull’oscurità della notte.

E il 1997 ha segnato solo l’inizio di questo incredibile percorso. Nello stesso anno infatti (caso molto raro e da primato) l’Unesco ha concesso il suo ambitissimo sigillo anche a un altro bene archeologico siciliano, la Villa del Casale, magnifica dimora rurale dell’antica nobiltà romana edificata nei territori dell’attuale Piazza Armerina in piena epoca imperiale (III-IV secolo d. C.) e scrigno contenente inestimabili mosaici policromi sia pavimentali che parietali, eccezionali per la loro notevole qualità artistica e per la loro estensione. E c’è anche un’altra peculiarità a rendere le decorazioni piazzesi davvero uniche. Le migliaia di tasselli inscenano una fedele e dettagliata riproduzione dello stile di vita di quell’epoca ma anche, e soprattutto, dell’articolata organizzazione finanziaria che in quei lontani secoli fondò i primi strategici rapporti tra la civiltà a sud del Mediterraneo (quella del nord Africa) e la cultura romana a nord dello stesso. Una vera e propria cronaca affrescata su come il ruolo del Mare nostrum sia stato semplicemente fondamentale per la creazione del mondo occidentale così come noi oggi lo conosciamo e viviamo.

Appena tre anni dopo, nel 2000, gli esperti di tutela delle Nazioni Unite laureano patrimonio mondiale le Isole Eolie, sette piccoli gioielli vulcanici a nord della costa messinese che ammaliano per la selvaggia bellezza naturalistica che le contraddistingue (immortalata in famosi film) e per la loro importanza scientifica (l’attività “stromboliana” è nata e si è sviluppata qui, ai piedi della temuta isola-vulcano). Ma le Eolie stregano sia sott’acqua, essendo un paradiso per i sub, che sulla terra, dove agiscono efficaci e particolari fanghi sulfurei e vini dolci che contribuiscono a rendere esclusiva anche la vita notturna – tra terrazze a strapiombo sul mare e panfili da sogno – frequentata ormai dal jet set internazionale.

Passano solo due anni e nel 2002 la Sicilia fa già poker al tavolo dei beni da preservare. Questa volta tocca al barocco del Val di Noto, espressione artistica che nella parte sud orientale dell’isola ha caratterizzato e resa unica la ricostruzione di numerose città dopo che lo sconvolgente terremoto del 1693 le aveva rase al suolo. Modica, Scicli, Ragusa Ibla e Caltagirone, tanto per citare gli esempi più illustri, rappresentano il meglio che il tardo barocco poté donare a livello europeo in termini di ricchezza decorativa e canone stilistico dell’epoca.

Ed ecco trascorrere altri tre anni (2005) per una splendida cinquina che comprende Siracusa, nella cui parte più antica si trova l’isola di Ortigia, dove le acque della Fonte Aretusa fanno da specchio ai suoi straordinari papiri. L’isoletta siracusana è molto particolare anche per altre sorgenti naturali che ne caratterizzano il territorio, tra cui quella che crea l’unico miqwè (il tipico bagno rituale ebraico) visitabile in Sicilia e tra i più suggestivi d’Europa – tra l’altro, nel 2008, dopo più di cinque secoli, a Siracusa si è anche ricostituita la comunità ebraica che fino al 1492 era considerata la più antica del vecchio continente – e la famosa Vasca della Regina, sorgiva naturale che si trova addirittura sotto il livello del mare, all’interno del medievale Castello Maniace. E la città aretusea vanta anche uno dei teatri greci meglio conservati (risalente al V secolo a. C.), frequentato ogni anno da più di centocinquantamila spettatori che, provenienti da ogni parte del mondo, lì assistono agli allestimenti delle immortali tragedie. Qui l’idea dei “Cicli di Spettacoli Classici” nasce nel lontano 1914 e da oltre un secolo (quasi ininterrottamente a causa dei due conflitti mondiali) l’INDA, ovvero l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, organizza prestigiosi eventi finalizzati a valorizzare la cultura classica. Ed è scorrendo l’albo d’oro delle rappresentazioni che colpisce lo spessore artistico delle opere rappresentate, dalle versioni dei drammi concepite da Quasimodo e Pasolini alle interpretazioni attoriali – divenute negli anni quasi leggendarie – come quelle di Gassman e Albertazzi. Milioni di occhi in tutti questi anni hanno potuto ammirare l’arte teatrale forse nella sua più intima e originaria essenza scenica, universale e sempre da brividi.

Ma nel 2005, il riconoscimento Unesco ha abbinato alla patria di Archimede anche il celebre sito di Pantalica, necropoli talmente antica e unica (XII secolo a. C.) che gli esperti la considerano come il risultato di una civiltà a sé stante e che con le sue cinquemila tombe a grotticella – che cesellano il canyon scavato dallo storico fiume Anapo – è la più grande d’Europa. La storia di questo straordinario sito archeologico merita un accenno. La peculiarità delle sepolture presenti a Pantalica infatti è quella d’essere state scavate a strati su pareti che oggi sono a strapiombo e sembra quindi incredibile che uomini di un lontanissimo passato abbiano potuto realizzarle su rocce impraticabili. Ma lo studio sistematico del luogo ha fornito una spiegazione che lascia stupefatti. Le tombe sono state create su più livelli poiché l’Anapo nel corso dei millenni ha naturalmente eroso la roccia calcarea, permettendo quindi che i sepolcri venissero scavati, dall’alto verso il basso, in diverse epoche e da diverse generazioni di ominidi, risalenti sicuramente all’Homo Sapiens e forse addirittura fino alla tipologia di Neanderthal. Le pietre di Pantalica, le stesse che tutti noi oggi possiamo visitare e toccare, sono letteralmente state testimoni dell’alba dell’evoluzione umana.

Appena tre anni dopo (2008) l’Unesco imprime il suo segno sul primo bene siciliano patrimonio orale e immateriale dell’umanità, l’Opera dei Pupi, ovvero la forma più significativa e rilevante del “Teatro di Figura” che esista al mondo. Orlando, Angelica e Rinaldo per omaggiare tutta la poetica delle antiche opere cavalleresche e ricreare la magia che, sui palchi artigianalmente costruiti, entra in scena ogni qualvolta sale su il piccolo sipario. Le avventure che hanno per protagonisti i pupi siciliani sono tutte tratte dai romanzi e dai poemi del ciclo carolingio, letteratura medievale francese – concepita a cavallo dell’anno Mille – che celebra la figura di Carlo Magno attraverso le sue epiche imprese e quelle dei suoi fedeli paladini. L’Opera, sublime espressione della tradizione tutta siciliana dei cuntisti, è storicamente contraddistinta dall’esistenza di due scuole principali, la palermitana (famosa è quella ancora molto attiva di Mimmo Cuticchio), caratterizzata da pupi più piccoli e ben snodati, e la catanese (capeggiata dai fratelli Napoli), in cui invece le marionette sono più grandi e più rigide ma vestite anche con addobbi più raffinati.

Bissiamo nella stessa categoria due anni dopo (2010), quando alle Nazioni Unite certificano essere la dieta mediterranea (di cui ovviamente fa parte anche la nostra tradizione culinaria) un patrimonio inestimabile, quindi da proteggere. Non è infatti un mistero che dalle nostre parti quella praticata in cucina sia una vera e propria forma d’arte, uno “stile di vita” fondato su quell’insieme di antichi saperi e genuini sapori che i tanti popoli del Mediterraneo hanno saputo ben amalgamare nel corso dei secoli. Dal vero olio extravergine d’oliva ai pomodori (magari “Pachino”), dal pesce azzurro agli agrumi (arance “sanguinelle” in primis), in tutto il mondo, per stare bene e sentirsi in forma, i migliori nutrizionisti invitano a provare e seguire i menu tipici delle nostre tavole. Pasticceria esclusa, ovviamente.

E a ulteriore dimostrazione di quanto siano davvero tenuti in gran considerazione i beni tutelati della nostra isola, si è svolto proprio in Sicilia la terza edizione del Festival ICCN 2016 del Patrimonio Immateriale Unesco. L’importante evento nell’ottobre del 2016 e per otto giorni (quattro tra Catania e Noto e quattro tra Palermo e Agrigento) ha costituito una fondamentale vetrina da cui far apprezzare il meglio delle nostre tradizioni culturali ed enogastronomiche, dando loro al contempo la visibilità internazionale che meritano.

Ma il 2010 ci riserva anche un’altra sorpresa, tanto inaspettata quanto davvero significativa. Quell’anno il nostro amato dialetto siciliano è stato addirittura elevato – almeno secondo gli standard internazionali degli esperti Onu – a lingua madre. Non più quindi semplice variante dell’italiano classico, ma lingua autonoma (con proprie regole e costrutti grammaticali) individuata come tale tra quelle italo-meridionali, in coppia col napoletano. E tale riconoscimento – che però non è stato recepito dall’Italia, dove ufficialmente la lingua madre è ancora una sola – ha creato curiose conseguenze, come l’inserimento della nostra parlata tra gli idiomi utilizzabili nel sistema operativo della Apple. L’azienda di Cupertino sta lavorando infatti alla possibilità di poter “siciliniarizzare” pc, portatili e tablet, ma anche di far esprimere la voce della famosa Siri come se si trovasse nel cortile sotto casa nostra, pur essendo noi magari in giro per il mondo.

Il 2013 inaugura poi un biennio, con ben tre riconoscimenti, assolutamente da record. L’ottavo sigillo se lo aggiudica niente poco di meno che l’Etna, il vulcano attivo più grande del vecchio continente, altra meraviglia naturalistica e scientifica nostrana che incanta per i suoi paesaggi quasi lunari ma che terrorizza a ogni suo sbuffo. Sono passati infatti solo pochi mesi – era il dicembre del 2015 – dalla più recente e spettacolare eruzione della Muntagna (appellativo con cui affettuosamente gli abitanti delle sue pendici chiamano il gigantesco vulcano), la più violenta degli ultimi venti anni e che ha ricoperto di cenere tutta la costa ionica siciliana, addirittura fino a Reggio Calabria. Evento che ha incollato davanti agli schermi televisivi di tutto il globo milioni di spettatori e appassionati – affascinati da quelle immagini notturne in cui le esplosioni di fuoco sembravano grandiose fontane di lava – e solo l’ultimo di un’intensa attività che, come è stato dimostrato, dura ininterrottamente da almeno 2700 anni, trasformando, proprio per questo, l’intera area del Mongibello nel laboratorio scientifico all’aperto più importante (e pericoloso) al mondo.

Il nono è del 2014 e valorizza – inserendolo tra i beni immateriali – il metodo dell’antica coltivazione ad alberello delle uve zibibbo, tipico di Pantelleria. Risultato ancora più significativo se si considera che è la prima volta in assoluto che l’Unesco dispone la sua tutela su una particolare pratica agricola. Quella pantesca, infatti, è una tecnica frutto della saggezza contadina locale, tanto antica quanto unica, che al più industriale metodo del “cordone speronato” preferisce invece una coltivazione della vite del Moscato d’Alessandria (l’altro nome dell’uva zibibbo) attraverso piccole buche scavate nel terreno e profonde circa venti centimetri, che permettono alla singola pianta di poter facilmente accedere alla poca acqua presente nell’arido sottosuolo e, contemporaneamente, di potersi proteggere dalle fortissime correnti d’aria che tutto l’anno spazzano l’isola, non a caso chiamata dagli arabi “Figlia del vento”.

Ed è notizia del 2015 il raggiungimento della doppia cifra in questo straordinario elenco di eccellenze siciliane. Decimo bollino ottenuto per il percorso arabo-normanno che parte dagli splendidi mosaici del duomo (con annesso chiostro) di Monreale, passando per siti palermitani come Palazzo dei Normanni (il parlamento ancora attivo più antico del mondo) e la Cappella Palatina (dove assolutamente unica e significativa è la contemporanea presenza artistica riferibile alle tre grandi religioni monoteiste), fino alla superba imponenza della Cattedrale (sempre con chiostro annesso) di Cefalù. La cifra stilistica di quest’ultimo riconoscimento è data dall’unicità dei nove beni monumentali che hanno ricevuto la tutela e che rappresentano la perfetta fusione tra le morbide linee tipiche dell’architettura arabo-musulmana con le rigide geometrie di quella normanno-cristiana. Oltre ai tesori già citati, infatti, l’Unesco ha certificato appartenere al patrimonio dell’umanità anche la Chiesa di San Giovanni degli Eremiti, la Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio (nota anche come Chiesa della Martorana), la Chiesa di San Cataldo, la Cattedrale di Palermo, il Palazzo della Zisa e il Ponte dell’Ammiraglio. E i motivi del sigillo culturale delle Nazioni Unite stanno tutti nella peculiarità della loro storia, che amalgama quasi tre secoli di dominazione saracena (di cui oggi purtroppo esistono solo poche tracce) con l’opera di riconversione sistematica operata dai normanni, i quali, pur stupefatti dalla magnificenza degli edifici arabi, utilizzarono le stesse maestranze orientali per innestare il loro stile nordico, in tal modo creando una mescolanza artistica assolutamente inedita.

Dieci importanti riconoscimenti in meno di vent’anni che conferiscono all’isola del sole l’invidiabile primato (che dal luglio 2017 condividiamo con la Lombardia) dell’area geografica col più alto numero al mondo di beni tutelati dall’Unesco e che dimostrano, al contempo, come la nostra terra dovrebbe probabilmente essere riconosciuta tout court come bene patrimonio dell’umanità. E in questo forse aveva ragione Goethe quando scrisse che è in Sicilia che si trova la chiave di tutto.

 

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  1. Articolo citato qui: UNESCO SICILIA | A vent’anni dal riconoscimento UNESCO dei templi dorici tra i più importanti monumenti di arte e cultura greca

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