Se Leonardo Sciascia fa la spesa al centro commerciale “Le Vigne”

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Intervista allo scrittore Salvatore Falzone, autore del giallo “Piccola Atene”, ambientato a Caltanissetta. Un romanzo dove mafia e antimafia si mischiano in una miscela esplosiva. Intrighi, delitti e vizi di provincia.

Salvatore Falzone è uno scrittore di cui sentiremo parlare ancora a lungo, perché è giovane, ha una passione irrefrenabile per la scrittura ed è un’abile penna: il suo primo romanzo rifugge da ogni retorica e le parole si legano tra loro in una spontanea musicalità, che accompagna il lettore senza mai stancarlo. Questo è, in sintesi, anche il profilo tracciato da Tano Gullo, giornalista di Repubblica, che ieri, alla libreria Capalunga di Agrigento, ha presentato l’ultima fatica del trentenne  nisseno, Piccola Atene, edito da Barion.  Già autore di alcune biografie e del volume Il tempo di una fotografia. Istantanee d’epoca a San Cataldo, in modo brillante, Salvatore Falzone  si cimenta per la prima volta nel romanzo, raccontando di una realtà di provincia, quella di Caltanissetta, e, in particolare, le avventure di un detective per caso, Gaspare Lazzara, impegnato nella soluzione di un rebus, in cui i protagonisti sono il vescovo, l’onorevole, il proprietario di un centro commerciale, una femme fatale e gli imprenditori di un’antimafia di facciata.

–   Resiste ancora una parte di Piccola Atene a Caltanissetta?

“Forse soltanto nei luoghi, e non in tutti ormai – afferma Falzone – la Piccola Atene era un cenacolo culturale, un fenomeno elitario, sorto anche in modo del tutto casuale, che ebbe come protagonisti Vitaliano Brancati, Leonardo Sciascia, Stefano Vilardo, Massimiliano ed Emanuele Macaluso, e molti altri. Tra le due guerre si verificò la presenza straordinaria di intellettuali, scrittori, poeti, artisti, filosofi, persone impegnate in battaglie civili e politiche.  Fu Sciascia stesso a definirla  la Piccola Atene nella nota intervista di Marcelle Padovani del 1979, “La Sicilia come metafora”: era la città dove si passeggiava e si dialogava, in cui uno dei punti di riferimento era la nota libreria della casa editrice Salvatore Sciascia, che di recente ha chiuso i battenti. Della Piccola Atene rimane ben poco, ormai, anche da un punto di vista topografico”.

–  Quanta responsabilità della Chiesa nella “gestione del potere”, sia nella realtà nissena, che  in Sicilia?

“La Chiesa in Sicilia è da sempre una realtà complessa, con le sue luci e le sue ombre. Nel mio libro è vista quale espressione del potere, come può esserlo la politica o il potere economico-finanziario. La Chiesa non è che un tassello di una  mappa molto articolata. Oggi il potere, anche con il suo marcio, non è solo quello della politica: ha tante facce e può essere rappresentato anche da un’antimafia di facciata”.

–   Quanto c’è, nel romanzo, della ‘Primavera nissena’, espressione di un’imprenditoria che si rappresenta come un sistema nuovo e forte, capace di affrancarsi dalla mafia?

“Il libro è qualcos’altro rispetto alla cronaca, è una storia inventata; ma i processi di scrittura, si sa, sono complicati: ho cercato comunque di raccontare l’ambiente di provincia in cui vivo, in tutti i suoi aspetti. Non c’è dubbio che una particolare retorica ed enfasi di quella ‘primavera’ ha influenzato non solo le pagine del romanzo, ma la mia personale visione della società siciliana e delle sue evoluzioni rispetto ai decenni scorsi”.

–  C’è una speranza di ripresa economica in Sicilia? Nel romanzo, la nascita di un centro commerciale viene funestata da un omicidio: nella realtà, tra Agrigento e Caltanissetta, il centro commerciale “Le Vigne” fu segnato da un’inchiesta che rivelò gli interessi della mafia sulla struttura.

“Quando passo da Racalmuto, mi viene da pensare che, se Sciascia fosse vivo, probabilmente questo centro commerciale così imponente, alle porte del suo paese, in qualche modo avrebbe solleticato la sua fantasia e anche la sua interpretazione su come siano mutati l’economia e il mondo degli affari in Sicilia. Penso che siano cambiate le forme, le facce, i modi di esprimersi, di comunicare e che oggi siamo di fronte a sistemi di potere molto sofisticati. Ma è sempre la stessa logica del più forte a prevalere, quella della prevaricazione. Anche oggi, come un tempo, per chi vive nel centro della Sicilia non è facile dire ‘no’ al compromesso, in senso lato”.

–   Quanto i grandi processi di mafia hanno influito nella storia di Caltanissetta?

“Il distretto di Caltanissetta ha una sua storia, un suo prestigio per le vicende processuali legate a Cosa Nostra. C’è un monologo nel mio libro, messo in bocca al consulente della Curia, in cui si teorizza una centralità misteriosa del capoluogo nisseno nella storia della Sicilia e in quella d’Italia. Non lo si spiega naturalmente da un punto di vista scientifico, però si sostiene che dal centro della Sicilia, dalla crosta della ‘terra di mezzo’ sgorgano le fonti del potere. Peraltro, va precisato che  la provincia di Caltanissetta, e non la città, ha avuto una storia importante di mafia: quella del Vallone, di don Calò Vizzini, di Genco Russo e altri. A Caltanissetta la famiglia mafiosa è presente, ma nasce come gemmazione da San Cataldo, che ha avuto una storia di mafia, più seria e più forte”.

Quanto ad un’antimafia che sia realmente lotta alla mafia, e non un’operazione di facciata o l’esercizio di un nuovo potere, l’autore sottolinea: “C’è un passaggio nel mio libro in cui si dice che se vuoi fare l’eroe, basta inviarti due proiettili in una busta”. Poi Falzone puntualizza: “Nel romanzo non avevo come obiettivo primario la denuncia, altrimenti avrei scritto un’inchiesta o un pezzo giornalistico. Ho invece cercato umilmente di fare letteratura”.

E lo ha fatto mirabilmente. Il romanzo di Salvatore Falzone – avvocato e giornalista di Repubblica – va divorato d’un fiato, ritrovando volti e modi assimiliabili alla realtà.  “Ogni riferimento è puramente casuale” si puntualizza prima di cominciare a gustare il giallo; ma nel raccontare della Sicilia, è difficile dimenticarne i personaggi, spesso così eccessivi, da apparire caricature di se stessi.

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