Se l’Eni fa le valigie chi raccoglie i cocci?

|




GELA, l’estate non poteva iniziare nel peggiore dei modi: l’Eni ferma tutto e fa capire che si chiude tutto.

Gela, la Raffineria

Gela, la Raffineria

L’Estate non poteva iniziare a Gela nel peggiore dei modi. L’Eni ferma tutto e fa capire che si chiude tutto. La politica prova a reagire e la risposta del colosso italiano è la peggiore che potesse arrivare. Come accade nell’avanspettacolo:  “Bambole non c’è un euro”.

E mentre si discuteva di nuovi investimenti di attese strategie la città che s’interroga sul futuro ha un presente disastroso. E questo accade ad un anno dalle elezioni amministrative e mentre c’è a Palermo un Presidente della Regione gelese, Salvatore Crocetta.

E’ tutto fermo. Per la prima volta lavoratori dell’indotto protestano insime agli operai del diretto, per il momentaneo mancato assorbimento nelle aziende Sicilsaldo ed Ergo Meccanica: i primi e per lo spettro di un cambio di strategia aziendale Eni, con dislocamento di risorse destinate ad altri stabilimenti industriali, i secondi.

La raffineria è una polveriera. La città sembra essersi ammalata di “schizofrenia industriale”. Fino a ieri era forte il grido di protesta di coloro che intimavano all’Eni di andarsene, per l’inquinamento, perché lo stabilimento è una zavorra che impedisce alla città di sviluppare turismo e agricoltura, perché ci si ammala e si muore, perché l’Eni è un mostro che fa paura.

Oggi i le urla dei detrattori sono coperte dall’urlo ben più forte di tutti quegli operai che vedono il  posto di lavoro a rischio. Lavoratori che chiedono all’Eni, davanti i cancelli della fabbrica, di restare per garantire il futuro ai figli.

Quello che si sente dire per strada, nei bar, ovunque è che la città vivrebbe una crisi senza precedenti. Perché senza lavoro si muore, perché Gela senza industria in pochi la riescono ad immaginare.. E se registriamo l’intervento forte e chiaro della nostra guida spirituale Don Giuseppe Fausciana ad unire le forze e a far sentire forte il grido della città, la politica sembra non sapere dare le giuste risposte. I sindacati provano ad alzare il tiro e i lavoratori e le loro famiglie hanno paura che una nuova Termini Imerese possa realizzarsi in questo lembo già molto provato della Sicilia. In quel mare dove ogni giorno arrivano migranti bisognosi di cure e di lavoro si rischia di provocare una crisi terribile come mai si era vista dall’arrivo dell’Eni a Gela.

Non è più il tempo delle parole. E’ il tempo delle azioni concrete a salvaguardia del lavoro degli operai dell’Eni e al contempo per un progetto serio e ambizioso per una città che ha molto da dire nel Mediterraneo.

Ansia, paura, angoscia, sospetti avvelenano un clima già pensante. Da giorni si respirava una brutta aria a Gela in tutti i sensi. Adesso il sipario sembra essere calato sul sogno di una industria che s’interrogava su uno sviluppo quanto possibile sostenibile e conciliabile con il turismo, l’enogastronomia, il rischio che certi investitori stanno correndo creando strutture ricettive in zona.

E’ un momentaccio. Forse uno dei peggiori della storia di Gela. E’ inutile nasconderlo. E’ il momento in cui ognuno deve fare il proprio dovere. Certo…stampa compresa. Ma vediamo chi lo farà e chi no. Restiamo convinti che l’unione fa la forza!!!

ha collaborato Totò Catania

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *