Sciascia, se ci sei batti un colpo! Sogni di mezza estate

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LETTERATURA E SPIRITISMO. A margine delle polemiche sul premio Leonardo Sciascia-Racalmare. Chi sogna lo scrittore di Racalmuto, chi sa con certezza cosa avrebbe letto e cosa avrebbe detto. Ma nel venticinquesimo della morte, non sarebbe più giusto lasciarlo in pace?

Il giurato dimissionario Gaspare Agnello ha sognato Leonardo Sciascia che gli diceva peste e corna del libro Malerba, scritto da Carmelo Sardo e Giuseppe Grassonelli. Sempre in sogno, Sciascia avrebbe manifestato la sua indignazione per la presenza di quel libro nella terna dei finalisti del premio a lui intitolato.

sciascia (foto scianna)

Leonardo Sciascia (Foto F. Scianna)

Probabilmente quella di Agnello è stata una metafora, una figura retorica, per spiegare come e perchè ritenesse il libro di Sardo e Grassonelli non degno di essere portato al voto finale della giuria di lettori che poi ha dato la vincita proprio a Malerba.

Ma forse proprio partendo da questo sogno di mezza estate, la polemica sul premio Leonardo Sciascia-Racalmare ha finito per assumere toni da spiritismo. Più di uno di coloro che hanno partecipato al dibattito, sia sui giornali che sui social network, si è avventurato a spiegare cosa avrebbe detto Sciascia, cosa avrebbe pensato Sciascia. I più laici si sono limitati a dire che si sarebbe quantomeno “rivoltato  nella tomba”.

Carmelo Sardo con Gaetano Savatteri al momento della premiazione

Carmelo Sardo con Gaetano Savatteri al momento della premiazione

Gaetano Cellura, intervendo sul sito Il Licatese, ad esempio, spiega: “Sciascia non l’avrebbe nemmeno letto Malerba, a prescindere dalla qualità o meno del libro”. Come fa a saperlo? Anche lui ha ricevuto in sogno l’autore de Il giorno della civetta? E’ vero, però, che era stato provocato dallo stesso Carmelo Sardo che, cadendo nel clima parapiscologico della discussione, si era spinto anche lui a dire che “Sciascia avrebbe accolto di buon grado” il suo libro scritto con Grassonelli.

C’è chi sa come Sciascia avrebbe voluto il premio a lui intitolato e sa, altrettanto bene, come non lo avrebbe voluto. Ora, siccome non è pensabile che un essere ragionevole si metta a indovinare i pensieri dei morti, bisogna ritenere che negli ultimi giorni Sciascia sia comparso in sogno a decine di persone oppure che sia stato evocato in innumerevoli sedute spiritiche con tavolini a tre piedi.

Sciascia, se ci sei batti un colpo!

Tra sogni, evocazioni, dialoghi con l’aldilà, il premio Sciascia-Racalmare ha finito per assumere quindi un tono parapsicologico, surreale, di dialogo telepatico tra i vivi e i morti. E allora anche Colpi di Spillo rivela che ha avuto in sogno l’apparizione di Leonardo Sciascia che, fumando l’ennesima sigaretta, con gli occhi stretti diceva: “Ma lasciatemi in pace, qui dove sono”.

Aveva ragione, Maestro: ce ne ricorderemo di questo pianeta. E magari con un po’ di fastidio.

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2 Responses to Sciascia, se ci sei batti un colpo! Sogni di mezza estate

  1. Roberto Salvo Rispondi

    5 settembre 2014 a 17:34

    E’ incredibile, a volte evochi appena il diavolo e subito spuntano le corna. Ben tornato colpi di spillo! I tuoi spilli ci sono mancati. A parte gli scherzi, voglio dirti che questa volta sono completamente concorde con quanto scrivi: “lasciamolo in pace il nostro amato Leonardo”, ma che questa regola valga per tutti, proprio per tutti. Qualche anno fa ho scritto proprio questo nelle pagine di un blog, chiedevo per cortesia di lasciarlo in pace, di evitare sempre e comunque di utilizzare il suo nome per i interessi personali, di non pronunciare il suo nome invano o per coprire qualche nobile iniziativa che tanto nobile non è. Io, caro colpi di spillo, non so se Sciascia si sia fatto il giro dei sogni di coloro che citi nel tuo articolo, ma so di certo che se Sciascia potesse parlarci, ne avrebbe di cose da dire.
    p.s. adesso che sei tornato non pensi che sarebbe il caso di occuparsi un po’ di più dei problemi e della politica della nostra piccola comunità?
    Carissimi saluti
    Roberto.

  2. calogero taverna Rispondi

    7 settembre 2014 a 10:32

    Il grande grandissimo Sciascia è immortale e giocoforza è sempre presente sulla scena soprattutto racalmutese e quindi grottese e magari anche la Spillina se ne serve per far colpo. Non si rende conto che finisce col giovarsi dello scrittore a la page pur essendo mi pare giurgintana: questo lo posso assicurare – la città che Sciascia non amò. Tolti naturalmente la Lucchesiana, specie dopo il divertente episodio di un preside esperto in lettere antiche che prese una gran papera nel tradurre un cartiglio di quella biblioteca del vescovo Lucchesi-Palli e cioè Bufalino, nonché padre de Gregorio che fascista quasi nazista corresse Bufalino e si mise ad adorare il laico Sciascia.
    Quest’altra verità la posso affermare ancora io: Sciascia avrebbe letto Malerba, perché Sciascia leggeva tutto. Quanto poi a non fare il suo indisponente sorrisetto ironico non ci metterei la mano sul fuoco. Rimembro tre episodi.
    Ben Morreale, un uomo della CIA finito a Racalmuto ospite di questo e di quello, scrisse un romanzetto SORCI VERDI ove in definitiva si fa una grande parodia del giovane Maestro di Regalpetra che lo spione americano riteneva quello che Sciascia mai fu, un comunista. Sciascia ebbe quel libro, lo lesse, l’apprezzò persino e deferentemente lo lasciò in eredità alla Biblioteca Comunale di Racalmuto, che è una buona biblioteca, meglio che ricorrere alla evanescente Fondazione.
    Padre Arrigo fu prete estroverso, avventuriero, amante di donne anche se qualcuna un noto avvocato imprenditore locale gliela fregò. Certo, era stato a Favara e lì fu ardito con le giovani Figlie di Maria. Quindi dovette far fagotto e approdare nella terra natia, al Carmine arraffandosi, sine titulo, il secentesco beneficio del Crucifisso. Entrato nelle paturnie del cinquantennio, ritenne la sua vita degna di futura memoria e si accinse a stilare un volume autobiografico. Considerava Sciascia un suo figlio spirituale e così
    pretese che Sciascia leggesse e prefazionasse il suo gran parto letterario. Sciascia si prese avidamente il manoscritto. Molto interessato perché riteneva quella confessione veridica e di conseguenza alquanto pruriginosa. Ma ne rimase deluso: niente sesso, solo malignità verso i confratelli preti, specie il padre Calogero Picone.
    Lasciò passare qualche mese. Un bel giorno restituì il manoscritto non all’autore ma al suo amico padre Fofò Puma Pagliarello. “Fofò – gli disse – teccà chistu è libru vuostro, cosa vostra. Iu nenti ci capisciu”. Padre Puma riconsegnò il manoscritto a padre Arrigo che divenne una furia. “Strunzu, ma chi cazzu cridi di esseri”. Il libro dal doppio titolo con disegno del nostro padre Fofò e cioè SVOLTA PERICOLOSA-LA BERRETTA DEL PRETE vide la luce tipografica con sussiegosa e ammiccante prefazione dell’altro genio racalmutese, sia pure in nero, il padre gesuita Salvatore Scimé (Garibardi) S. J.
    Ho cercato di leggere quel libro: non sono mai riuscito a giungere alla fine: tedio e sonno me l’hanno impedito.
    Terzo caso. Uno strano scriteriato del luogo credette di essere sapido narratore in quanto aveva una storia di famiglia che pensava esemplare. Scrisse il libro. Mi pare che s’intitolasse LA LUPA o simile. Si riteneva figliolino di Sciascia e a tutti costi pretendeva l’avallo dell’uomo della Noce. Avere udienza alla Noce era privilegio concesso a pochi, se racalmutesi: libero accesso invece alla miriade di presunti uomini di cultura se stranieri, meno i giurgintani: Lauretta credo non ebbe mai il piacere di stringere la mano al Nostro e Camilleri credo che venisse sbeffeggiato da un scettico Sciascia quando ospite di Moravia gli toccava stringere la mano a Pasolini essendo notoria l’omofobia di Leonardo e sorridere all’acida Maraini prima che questa si scatenasse contro Nanà reo di avere divulgato una grande verità: l’esistenza ancora in Sicilia del matriarcato. L’autore della lupa non ebbe mai possibilità di illustrare il suo risibile manoscritto a Nanà. Allora si rivolse a Giacomino Bellocchio, che discepolo – dice lui – alle elementari veniva tollerato dal Grande, anche perché Giacomino è ilare soggetto, gradevolissimo e non ha velleità né poetiche, né scrittorie, né giornalistiche. Ma se lo intervistano alla Radio della Pivetti è capace di oscurare il loquace autore di una Controstoria, il Taverna, cioè.
    Giacomino consegna a Nanà il manoscritto onde trattasi. Nanà è visibilbente contrariato, ma a Giacomino concede: “lassalu ddruoccu. Forsi na talita cci la dugnu”. Dopo molto tempo chiama Giacomino e gli riconsegna il parto letterario. “chi ta ddiri, iu nun sacciu scriviri accussì, ma nni sti tiempi ora si scrivi diversu,capaci ca chissu ha truvatu una forma moderna di scrivere. Dicci ca continua”.

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