Sciascia: “La giustizia in Italia è malata”

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Nel 1986 così Leonardo Sciascia parlava della magistratura e della macchina giudizizria. Un’analisi ancora oggi attuale

Il convegno sulla giustizia a Racalmuto 1986Nel maggio del 1986, auspice Leonardo Sciascia, si tenne a Racalmuto – presso la palestra della scuola elementare “Generale Macaluso” di Racalmuto – un’interessante convegno sui problemi della giustizia cui parteciparono competenti magistrati, giornalisti, uomini di cultura e tutti i responsabili nazionali del settore giustizia dei partiti. Radicali e socialisti, sull’onda del caso Tortora e delle sollecitazioni proprio di intellettuali come Leonardo Sciascia, avevano promosso un referendum – che si tenne nel 1987 – per affermare, nell’ordinamento italiano, attraverso l’abrogazione di alcune norme, la responsabilità civile dei magistrati.
Il referendum fu votato a larghissima maggioranza dagli italiani e l’anno dopo, il Parlamento approvò una legge, ricordata ancora oggi come legge Vassalli, dal nome dell’insigne giurista allora Ministro di grazia e giustizia.

Se ancora, dopo ben 25 anni, si discute oggi della necessità di un nuovo provvedimento legislativo in materia – messo da parte ovviamente Berlusconi e le innumerevoli strumentalizzazioni del recente passato – forse quella legge, così come era stata concepita, non ha prodotto alcun risultato ed anche per questa ragione l’Italia e stata richiamata dall’Alta corte di giustizia della Comunità europea.

Sciascia a partire dai primi anni ’80 è stato il suggeritore, l’animatore discreto di tante iniziative culturali, civili e sociali che hanno portato Racalmuto, una piccola comunità dell’entroterra agrigentino, alla ribalta nazionale grazie anche all’impegno di un’associazione, la Pro loco, che incoraggiata da questo autorevole sostegno e dall’impegno dell’allora suo presidente – Antonio Baldanza – riuscì ad organizzare innumerevoli iniziative che hanno avuto il pregio di recuperare storia, memorie e tradizioni.

Ci piace ripubblicare la sua introduzione ai lavori e le sue conclusioni: “a futura memoria”, se la memoria ha ancora un futuro.

Introduzione di LEONARDO SCIASCIA

Poiché gli interventi e le relazioni previste sono piuttosto ingenti, io mi limiterò soltanto a qualche parola.
Innanzi tutto voglio sottolineare il fatto che questo convegno nasce perché l’amico Baldanza, Presidente della Pro-Loco, si è trovato , credo come Giudice Popolare, ad avere a che fare con la macchina della Giustizia.
Cinquant’anni fa qualcosa di simile capitò ad Andrè Gide, che fece il Giudice Popolare, dopodichè inaugurò per l’editore Gallimard una collana intitolata «Non Giudicate». Purtroppo si deve giudicare e siamo qui a dibattere questo problema della «Giustizia oggi», che non è soltanto di oggi.
Il problema della Giustizia è sempre esistito; e chi c’è andato dietro ne ha scoperto le assurdità, le corruzioni, insomma tutto quello che noi sappiamo, che è inerente al funzionamento della macchina della Giustizia.
Io sono uno scrittore che scrive sui giornali e che da qualche anno, anzi da più anni, debbo dire che sento questo problema della Giustizia ossessivamente. Può darsi per mio difetto, ma è più facile dedurne che per difetto proprio della macchina della giudiziaria, che ormai è arrivata ad estremi piuttosto allarmanti.

Sciascia alla Noce 1979Qualche anno fa, tengo a ricordare cose proprio sul piano personale, perché io non sono in grado di affrontare problemi nella loro totalità, qualche anno fa un professore dell’Università di Palermo fu accusato di avere ucciso sua moglie. Un giornale palermitano chiese a coloro che lo conoscevano, naturalmente, quale fosse l’opinione di ciascuno su quel caso. I più, conoscendo la persona, abbiamo risposto che lo ritenevamo innocente, perché conoscendo il temperamento, la natura, il carattere … se avesse commesso quell’assassinio l’avrebbe detto subito.

Il professore fu poi prosciolto grazie a Cesare Terranova, magistrato acuto e sensibile. Era effettivamente innocente. Ma il Direttore del giornale, che ci aveva interpellati sull’innocenza o meno del professore, scrisse un articolo che diceva: «eh, questi intellettuali si sono mossi perché si trattava di un intellettuale. Se fosse stato un pescatore della Kalsa non se ne sarebbero interessati».

Ragionamento assurdo. Noi possiamo parlare di casi e persone che conosciamo, non di casi che non conosciamo; e se mai sarebbe dovere di un Direttore di giornale, di un giornale, sottoporci tutti i casi che sembrano oscuri, ambigui e incerti.

Ecco, ogni tanto, voglio dire, affiora qualche caso, per cui coloro che non sono direttamente interessati all’amministrazione della Giustizia si muovono. Così è stato per il caso Tortora, per esempio. Chi sa quanti altri casi Tortora ci sono nelle aule giudiziarie italiane, però non li conosciamo. Ne abbiamo conosciuto uno e siamo intervenuti.
Quando Manganelli ed io abbiamo scritto su il Corriere degli articoli sul caso, i magistrati che sono successivamente intervenuti ci hanno quasi dileggiati dicendo: «ah, gli scrittori, i letterati, si sa!». Non si sa un bel niente e se mai sono loro a non sapere.

E, tanto per affrontare ancora un caso, per dare concretezza a questo convegno, per dare ragione del perché si svolge in un paese … Ieri mattina è venuto a trovarmi un signore di Grotte, una persona che non conoscevo e né posso dire di conoscerla. Era in un’agitazione febbrile, perché certe parole come giustizia e come libertà suscitano un senso di ansietà, di aspettativa.
Quest’uomo si riteneva vittima di un’ingiustizia e allora lui ha pensato – come i contadini di Bronte pensarono quando Garibaldi pronunciò la parola libertà, che libertà significasse libertà dal sopruso feudale, libertà per loro -.
Quest’uomo ha pensato che la parola Giustizia comprendesse anche il suo caso.

Qui, ora mi ha esibito dei documenti. Io, ripeto, non lo conosco; ma da quello che mi ha esibito sono portato a credergli. Perché, tra le altre imputazioni ce m’è una, non solo ridicola qui in Sicilia, quella di abusivismo edilizio – l’abusivismo edilizio è impensabile faccia mafia, anche se da parte di costruttori può essere mafia, ma non da parte di coloro che si sono fatti la casa – e per di più quest’uomo aveva le carte in regola riguardo anche all’abusivismo, perché non aveva abusato per niente.
Esibiva una licenza del Comune che l’autorizzava ad edificare: quest’uomo era stato diffidato perché frequentava certe compagnie e aveva commesso un abuso edilizio.
Quindi, quando parliamo di amministrazione della Giustizia non parliamo soltanto della magistratura: in Italia giudicano tanti. Un brigadiere dei Carabinieri giudica. E credo sia il caso di questo signor Lorenzo Marsala che ieri è venuto da me con queste carte.
Insomma, qui si apre un dibattito che io spero non sia astrattamente tenuto, ma sia tale da far comprendere anche al signor Marsala che si dibatte il problema della Giustizia anche per lui.

Conclusioni di LEONARDO SCIASCIA

Io non credo di potere trarre conclusioni da questo convegno. Gli interventi sono stati numerosi e disparati. C’è stato un incontro ed uno scontro di opinioni da cui è difficile estrarre una sintesi, se non questa: «Che la Giustizia in Italia è malata!».
Anche il più ottimista dei medici, che è l’on. le Rizzo, conviene che qualche malessere c’è. Io direi che è molto malata, non dico agonizzante ma, insomma, quasi.
Per me, terra-terra, il problema è questo: ci sono dei cittadini che, conseguita una laurea in legge, fatto un concorso e vintolo, assumono un potere che nessun altro cittadino, in eguali condizioni, dentro altre amministrazioni, ha sui propri simili. E’ un potere enorme.

Naturalmente ci vuole scienza e coscienza per usarla, ma non tutti ce l’hanno e, anzi, la disgregazione in questo senso mi pare abbastanza avanzata. E allora, un rimedio bisogna pur trovarlo. Ci sono i magistrati buoni, ottimi, perfetti: ma le leggi non servono contro i buoni cittadini, servono contro i cattivi; quindi è contro il cattivo magistrato che si vuole avere una regolamentazione, una disciplina, al di là di quelle che già ci sono e non funzionano.

Tanto per finire più amenamente, c’è una novella del ‘400 in cui si racconta che una sera in albergo, un prete, un padre ed un figlio si trovano a cenare e c’è un solo pollo con un contorno di patate. Il prete che vuole mangiarsi il pollo, che tanto grosso non è, comincia a fare l’elogio delle patate: e il ragazzo abbocca e mangia patate. Ma, ad un certo punto, il padre gli dà uno schiaffo e gli dice: sei un maleducato: le patate piacciono al reverendo! E allora mi pare che anche noi, ignari di diritto, di giurisprudenza, incompetenti in fatto di legge, questa sera un po’ di pollo lo abbiamo afferrato: e lasciamo le patate ai reverendi.

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