Sciascia, Bufalino e “Malgrado tutto”: diceria della Ragione

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Il ruolo di questo giornale: un luogo dove discutere e dibattere

Leonardo Sciascia con Gesualdo Bufalino Racalmuto, 1982“Alla distanza i miei allarmi, le mie constatazioni e contestazioni suoneranno sempre più di verità. Di questa piccola immortalità – nel senso che andrà, anche se di poco, al di là della mia mortalità- sono certo”. Voglio ricordare il Maestro Leonardo Sciascia nella ricorrenza del 24° anno dalla sua morte. E lo voglio ricordare così come ci ha insegnato lui con la testa e non con le lacrime, con passione e stima e non con nostalgia e rimpianto, con l’ottimismo della volontà che deve avere il sopravvento sul pessimismo della ragione, parlando delle sue verità, della sua immortalità letteraria il cui mezzo è stato la ragione e l’energia propulsiva è stata il tenace concetto ovvero l’incessante travaglio per scovare la verità.

 

 

Sciascia scherzando con gli amici soleva definirsi un “ateo non praticante”, un non senso che porta ad arguire che lui riconosceva la religione, nel senso di morale cristiana e non la istituzione cattolica, come a ritenersi un eretico per la Chiesa e un credente per il Vangelo.

Ancora una volta ed ancora oggi il Maestro mi appare più vivo, nella sua attualità, nella sua capacità di mostraci la verità in maniera sintetica e con un po’ di piacevole sarcasmo. Anche qui, non un protestante, ma uno che constata e contesta.

Ed eccoci al continuo e sempre presente dualismo sciasciano tra l’inquisitore sinonimo di potere e l’eretico sinonimo della ragione, il potere abietto in assenza di senso autocritico e il suddito che fa uso dell’unica arma di cui è stato dotato dalla Divina Provvidenza ossia la ragione, il potere che si logora autodistruggendosi e si accanisce sulla ragione dei deboli e i sudditi che volendo sopravvivere non riescono a spegnere nè il lume della loro ragione nè il fuoco del rogo, morte dell’inquisitore e morte dell’eretico che segnano l’immortalità della ragione ed il valore della vita.

Sciascia, oserei dire, che crede nella religione come forma di ragionamento e si trova la prova oggettiva nell’aver quasi costretto il cattolico Gesualdo Bufalino a pubblicare il romanzo Diceria dell’untore, opera che l’autore aveva scritto e tenuta conservata per quaranta anni.

L’opera di Bufalino è un opera autobiografica che racconta la sua lotta contro la malattia della tubercolosi (li ‘mpistati- appestati) e la lotta contro tutti quei conseguenziali e meschini pregiudizi che insorgono in una società di provincia culturalmente sottosviluppata che in questi casi tende ad un micidiale e ripugnante conformismo. E forse lì che si trovano le ragioni per cui l’autore era molto restio alla pubblicazione, riserve che si sciolgono dopo quaranta anni con la consapevolezza che qualcosa nel frattempo è cambiato e che comunque gli untori maldicenti non possono più incidere sulla sua di vita e su quella della sua famiglia e con la certezza di Bufalino che oltre ad aver incontrato la fede in Dio, con Sciascia incontra la ragione umana in terra.

L’umanista Sciascia che mette al centro di tutto la ragione umana e la considera anche se fondata su principi cattolici, e non solo la tiene in considerazione ma gli da pure la possibilità di darne testimonianza, il Voltaire che c’è in Sciascia: “Non la penso come te ma darei la vita per farti dire quello che pensi”.

Su questo ultimo punto mi vorrei soffermare per riflettere cumulativamente su Sciascia, Bufalino e Malgrado tutto, che ringrazio per ospitarmi.

Bufalino ebbe a dire che mai aveva visto il suo amico Nanà sorridere come quando lo stesso Bufalino commentò il titolo di quel giornale che veniva pubblicato a Racalmuto a cura di alcuni ragazzi, il commento fu così : un giornale dal titolo malgrado e tutto, nonostante ci sia poco da fare e da dire in questo paese dell’entroterra siciliano per redimere il male e nonostante tutte le prepotenze ci proviamo; sono sicuro, dice Bufalino a Sciascia, che questo giornale non lo hai ispirato tu e nemmeno il titolo ma nella tua opera che affonda le radici per nascere.

Ritengo che ringraziando Malgrado tutto ringrazio pure Sciascia e Bufalino.

Gli ultimi due per la loro immortalità il primo per la sua longevità, per l’essere rimasto un giornale di provincia sganciato dai padroni dell’informazione e come tale ha svolto sempre il suo ruolo di cane a guardia di quei sani principi sociali e non ha mai fatto un giornalismo da cane da riporto a servizio di logiche di potere offendendo la libertà di stampa e di pensiero, ha consentito di poter svolgere dei ragionamenti e di dare testimonianza in un paese che sembra ridotto a un coro di muti.

Un paese dove non si perdona: il fare; il parlare; il pensare; i sogni; le ambizioni; le passioni; la verità.

Un paese dove è normale tollerare: la trasgressione delle regole; l’offesa della dignità delle persone; gli opportunisti vili; gli impostori calunniatori; i miserabili questuanti; il tradimento istituzionalizzato; i delatori di mestiere; i diffamatori di marciapiede; i briganti della politica.

In un paese dove nemmeno a Sciascia inizialmente fu perdonato lo scrivere mi sento di dire agli amici di Malgrado tutto, con rispetto parlando, che della Vostra “Diceria della Ragione” non se ne può fare a meno e, come si dice da noi, miegliu chissu ca un pugnu ‘ntra ‘n uocchiu, anche perché al prossimo pugno rischio la cecità e non potrò che vederla nera.

Ignazio Scimè

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