Sciacca, sequestro Campisi: quel mistero mai del tutto svelato

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A distanza di quasi quarantanni resta ancora una delle pagine più oscure della città delle Terme. Pagato un riscatto di 7OO milioni. Il noto e facoltoso professionista, dopo 41 giorni, venne liberato a bordo di una lambretta

Nicola Campisi“No, non credevo di uscirne vivo». È una delle tante riflessioni, riferite al collega Toni Fisco durante un’intervista televisiva di alcuni anni fa, di Nicola Campisi, detto Ninni. Professore universitario di criminologia a Palermo, fu rapito a Sciacca la mattina di martedì, primo luglio 1975. Tornò libero la notte di lunedì 11 agosto 1975. Libertà riacquistata a carissimo prezzo. La sua famiglia pagò un riscatto pesantissimo: 700 milioni di lire.

 

All’epoca non c’era alcuna legge blocca-beni. Erano facoltosi, i Campisi. Eppure, per racimolare quei soldi dovettero andare a bussare alle banche. Non recuperarono mai un centesimo. Lo Stato non riconobbe mai quel rapimento come un episodio mafioso. Non credeva di uscirne vivo. In effetti la nuova “Anonima sequestri” in salsa siciliana, che già teneva prigioniero l’esattore di Salemi Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, non forniva grosse speranze. Racconta ancora Campisi: «Per ammazzare il tempo pensai a lungo alla mia famiglia, struggendomi per la loro ansia per me. Poi mi dolevo del fatto che essendo piena estate, mentre tutti erano al mare, io ero solo un ostaggio sotto chiave». Certo, se la cifra dei rapitori del professore dovesse basarsi sulla qualità del mezzo con il quale rilasciarono l’ostaggio, nei pressi di San Cipirello,  il risultato non sarebbe granché. Campisi lasciò la sua prigione a bordo di una lambretta. “Andiamo e non fare scherzi”, gli dissero. Lui pensò rassegnato: “Va bene, hanno deciso di ammazzarmi”. Ma probabilmente non sapeva se ridere o disperarsi quando gli chiesero di montare sulla lambretta. Lo condussero alla valle dello Jato. Durante un controllo notturno i carabinieri incrociarono quella lambretta a fari spenti. C’erano due uomini in sella. Due alcamesi: Giuseppe Filippi e Giuseppe Renda. Quest’ultimo riuscì a fuggire. Filippino. Lui non fuggì. Anzi: illuse i carabinieri di far ritrovare loro i soldi del riscatto pagato per Campisi. Li condusse in un luogo isolato. Un casolare di campagna di proprietà di Giuseppe Renda, nei pressi di Camporeale. Forse la prigione di Campisi. Ma Filippi beffò i carabinieri. Giunti sul posto riuscì a fuggire. Ma dove poteva scappare uno che rilasciava gli ostaggi con una lambretta? Fu ritrovato una settimana dopo, Filippi. Tempo dopo sarà condannato a 16 anni di carcere. Quella di Ninni Campisi è una delle pagine più misteriose della storia di Sciacca. «Mi davano da mangiare latte. E qualche banana. Fu così chetrascorsi quei 41 giorni in mano ai miei rapitori», ha detto a Toni Fisco. Professore di criminologia all’università di Palermo, figlio del latifondista Renzo, avvocato, a suo tempo podestà di Sciacca, Campisi fu rapito mentre andava a lavorare alla cartiera Isca, a Raganella, lungo la vecchia strada Sciacca-Menfi. «Fu un rapimento mafioso. Dovevano scegliere uno tra me, il barone Diego Planeta, il notaio Andrea Palermo e il commerciante Antonino Fiore. Scelsero me».I rapimenti non erano mai appartenuti alle pratiche criminali associabili a Cosa nostra. Quella di quel periodo fu una parentesi. Il gruppo di rapitori si costituì al centro tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo. La mafia aveva bisogno di nuovi “finanziamenti”. Il caso Corleo fu il più eclatante.
Il corpo dell’esattore non venne mai ritrovato. Il professore Campisi, per fortuna, fu rilasciato. Ma malgrado gli accertamenti e la verità giudiziaria, il mistero non verrà mai svelato del tutto.

Massimo D’Antoni

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