Sciacca, quella calda estate del 1963 con Germi e la Sandrelli

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Quando nella Città delle Terme venne girato il film ” Sedotta e Abbandonata”

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Fu una delle estati più calde, quella del 1963 a Sciacca. Nella sua lucida follia tutta genovese, Pietro Germi si presentò proprio qui per girare “Sedotta e abbandonata”. Camicie sudate, ciocche cadenti sulla fronte, baffo corvino e toscano tra i denti, coccolava paternamente Stefania Sandrelli mentre imprecava contro Saro Urzì per una battuta sbagliata, prendeva per il bavero Lando Buzzanca perché si era presentato sul set in ritardo, gettava il sigaro per terra mentre rimproverava due comparse che non resistevano alla tentazione di guardare in camera. E intanto Pietro Germi faceva da scudo a Stefania. Lei no, la sua musa non doveva toccarla nessuno. Perfino a lui era negato il diritto di avercela con lei.

 

Se la teneva stretta, Stefania. Palpitava il suo cuore mentre girava la scena madre: quella della folla che schernisce la vittima della seduzione (e dell’abbandono) che non accetta il matrimonio riparatore. Perché ci si sposa per amore, non per evitare la galera. Ma le comparse mica conoscevano la trama del film! Il gran maestro del cinema col megafono gli ha fornito solo alcune indicazioni. Poi ci penserà lui, al montaggio. Stefania, scapigliata, deve ripetere all’infinito la stessa scena: scansare giovinastri arrapati, vecchi bavosi, signore isteriche. Tutti ad accusarla: “Buttana, buttana”. Perché, come dice nel film il padre del seduttore: “L’uomo ha il diritto di chiedere. La donna ha il dovere di rifiutare”.alt
Dicono che mentre Stefania Sandrelli attraversava quel carnaio accalorato, si sentisse addosso mani malandrine, sguardi minacciosi, eccitazioni assai poco eludibili. Germi se ne accorgeva, ovviamente. E mentre accendeva e riaccendeva nervosamente il toscano capriccioso, era combattuto tra la voglia di proteggere la sua attrice e la necessità che la scena fosse per come lui l’aveva immaginata. E con gli occhi implorava Stefania di resistere. “Bambina, dobbiamo rifarla. Non preoccuparti, solo un’altra volta”.
Che Stefania non fosse più una bambina Germi lo sapeva. Odiava però che qualcuno la paragonasse solo lontanamente ad una Lolita. No! Che Lolita d’Egitto? Stefania era l’arte della postura, la seduzione dello sguardo, l’intemperanza delle movenze, l’aggressività della forma, l’erotismo degli zigomi, la raffinatezza perfino delle caviglie. Era tutte queste cose Stefania. E lui voleva difenderla. Per rispetto paterno, affidabilità protettiva. E vicino all’operatore, stava lì fermo. Sotto il sole di piazza Purgatorio, tra la puzza degli indumenti da lavoro stesi nel quartiere dei marinai, tra le case cotte di sole del vicolo Gino, Pietro Germi la guardava, la seguiva. Dicono che il suo aiuto regista Francesco Massaro una volta avesse aspettato inutilmente lo “Stop” della posa, osservando Germi che a sua volta masticava il tabacco del sigaro bruciato e mangiava con gli occhi chi si azzardasse a comportarsi male con Stefania. Fu lui, Massaro, a gridare “Stop”, risvegliando dal torpore romantico e sfuggente l’ammaliato Pietro Germi. Sì, lui. Il socialdemocratico del neorealismo, colui che superò con la sua arte certa prevenzione culturale nei confronti di chi non osava stare in mezzo al coro.alt
Dicono che l’ultima sera, a riprese finite, al ristorante “al Porticello” dei fratelli Marino, al tavolo della troupe, Germi si sia intrattenuto ad un angolo del tavolo con Vincenzo Licata, il poeta del mare, che nel film fa il beccamorto mafioso. “Pietro, adesso rilassati. Le riprese le hai finite. Stefania è al sicuro, adesso”. Sì, Stefania era al sicuro. Ma il cinema l’aspettava ansioso.

                                                                            Massimo D’Antoni

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