Sciacca, il “Piano paesaggistico” rischia di bloccare sviluppo e investimenti

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Lo strumento licenziato dalla Soprintendenza ai beni culturali di Agrigento l’unico risultato che produrrà sarà una raffica di ricorsi giudiziari e amministrativi

SciaccaLo hanno battezzato “Piano paesaggistico”. Dietro il nome raffinato e tecnicamente accattivante, tuttavia, si nasconde solo un modo come un altro (l’ennesimo) per bloccare sviluppo e investimenti. Con la convinzione che sia questo il modo di rimediare alle colate di cemento e agli ecomostri che indubitabilmente negli anni hanno devastato il territorio.
Anno di grazia 2014: Sciacca non si fa mancare nulla. Neanche questa volta. Con una discrezionalità sui generis, dimostrando una superficialità sconcertante, la Soprintendenza ai beni culturali di Agrigento ha licenziato un piano che di paesaggistico ha decisamente poco, che l’unico risultato che produrrà sarà una raffica di ricorsi giudiziari e amministrativi.

I tecnici hanno calato dall’alto uno strumento che, di fatto, ha trasformato con un colpo di penna aree edificabili in agricole. Contrastando, in tal modo, non solo le odierne previsioni urbanistiche (il nuovo Prg dovrebbe essere approvato a breve), ma anche le stesse indicazioni contenute nel piano comprensoriale numero 6 del 1973. Indicazioni giocoforza superate, ci mancherebbe altro (40 anni dopo è fin troppo normale). Insomma: attrverso la Soprintendenza la Regione fa, la Regione disfa. Con la conseguenza che perfino i progetti già autorizzati rischiano di non vedere più la luce. È il caso di un piano di lottizzazione per la realizzazione in località Verdura di un’ottantina di villette di lusso a cura della Sir Rocco Forte & family. Tecnicamente non si può più fare nulla, perché l’area improvvisamente è diventata agricola. Dietro l’angolo cominciano già a scalpitare gli avvocati del magnate italo inglese degli alberghi di lusso per attivare i relativi procedimenti con inevitabile richiesta di risarcimento danno. Chi pagherà? Non certo la Soprintendenza, ci mancherebbe altro. Il cui unico obiettivo è quello di dire no.
Un’altra tegola in arrivo sulla testa di Rocco Forte, che di recente a “Virus” su Raidue si è già personalmente lamentato davanti ad alcuni milioni di telespettatori per la burocrazia siciliana, specialista nel far perdere tempo (e investimenti). Quello delle villette è solo uno degli esempi lampanti di una condizione pericolosissima. Chi punta sugli investimenti turistici può cambiare direzione. È anche Ribera se ne duole. Anche qui il piano paesaggistico tende a sbarrare la strada agli investitori. Ce n’è uno, che si chiama Stefano Arvati, che vorrebbe costruire un resort di alto livello, che attende da anni il via libera della classe politica. Se le previsioni della Soprintendenza restassero come sono, anche lui dirà addio a questo territorio. Evidentemente la Sicilia deve morire d’inedia. Ma qual è lo scopo di tutto questo? Forse quello di rimediare alle colate di cemento e agli ecomostri che hanno devastato il territorio in anni di incuria? Potrebbe essere, sì. Ma tra questo e il nulla si potrebbe immaginare anche una via di mezzo.
La Soprintendenza è abituata a stupire da sempre. Anni fa si oppose alla rimozione dei secolari alberi di piazza Scandaliato a Sciacca, costringendo i tecnici a rivedere il progetto di ripavimentazione che prevedeva anche la rinuncia ai ficus, le cui radici erano emerse pericolosamente dal sottosuolo. Disse no, la Soprintendenza, significando che le radici erano delle sculture naturali da salvaguardare. Avesse detto che gli alberi andavano salvati perché alti, belli e simpatici sarebbe stata più credibile.

Massimo D’Antoni

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