“Scampato alla strage di Capaci”

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Conversazione con Angelo Corbo, agente di scorta di Giovanni Falcone

Angelo CorboGli ultimi momenti di vita del giudice ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992. Il racconto dell’inferno dopo lo scoppio. La storia di chi allora aveva soltanto 27 anni che ha visto morire tanti giovani colleghi. “Il Dottor Falcone era ancora vivo e aveva bisogno d’aiuto”, ricorda Corbo che ha partecipato ieri alla presentazione del libro “L’altra storia” di Laura Anello organizzata dalla Fondazione Sciascia di Racalmuto. “E’ una storia che i giovani devono conoscere”, ha commentato Aldo Scimè, vice presidente della Fondazione.

Angelo Corbo, palermitano che oggi vive a Firenze, ricorda le sue origini di Canicattì. “I miei genitori venivano da questa provincia”, dice. Corbo ricorda quel 23 maggio di venti anni fa. A Palermo, a Punta Raisi, arrivò Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo. Le auto blindate, con gli uomini della scorta, pronti a partire. “Ricordo tutto – dice con una punta di commozione – momento per momento. Il ricordo è ancora vivo fino allo scoppio. Quel giorno una parte di me è morta”.
Quando ha capito cosa era successo?
Io ero dentro la macchina che stava dietro l’auto di Falcone. Non abbiamo visto il muro di terra che si è soprelevato a causa del tritolo, abbiamo sentito solo un grande boato. Poi abbiamo visto ciò che era successo. Un inferno…Capaci, 23 maggio 1992
Falcone era ancora vivo…
…e anche la moglie, la Dottoressa Morvillo. Lo sguardo del Dottor Falcone era rivolto verso di noi come se cercasse aiuto. Eravamo giovani, io non avevo nemmeno 27 anni. Un evento come quello andava oltre ogni drammatica aspettativa. Tra l’altro in quel momento avevamo paura di essere ammazzati, magari da chi voleva capire se il giudice era davvero morto.
Aveva già lavorato con Giovanni Falcone?
Da più di due anni facevo parte della sua scorta. Seguivo il giudice nei suoi spostamenti a Palermo e in Sicilia. Era una grande persona. Lo posso ancora ribadire che giudici come lui non ne ho più incontrati, nonostante in questi venti anni ho continuato a lavorare nell’ambiente. Non c’è nessuno che possa superare la sua figura. Era un esempio, un faro anche per tutti noi. Con noi era abbastanza duro, pretendeva molto. Dobbiamo distinguere l’uomo – allegro con gli amici, scherzoso – con il professionista che era capace di stare ore e ore chiuso nella sua stanza a lavorare. Per lui il lavoro era tutto.
Cosa pensa quando rivede le immagini di Capaci?
Non è facile, l’emozione avanza, anche a parlarne. Ci sono tante cose che mi vengono in mente. Provo tanta rabbia perché sono convinto che le stragi si potevano evitare, soprattutto Via D’Amelio. Siamo stati portati alla mattanza, senza poterci difendere.
Lei non vive più in Sicilia da allora. Come è cambiata secondo lei questa terra rispetto a vent’anni fa?
Io sono un codardo perché sono scappato. Ho avuto paura di rimanere a Palermo forse perché scoraggiato dagli eventi. Avevo preso questa decisione senza consultarmi con mia moglie. All’epoca ero già sposato e padre da poco. Quando tornavo, poco dopo le stragi, vedevo un grande fermento, una sorta di ribellione. Oggi torno e vedo sempre più rassegnazione e questo mi fa paura. Mi sembra di essere tornati prima delle stragi. Vedo un ritorno al passato e questo mi dispiace molto, soprattutto per i giovani.

Salvatore Picone

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