Sanremo, foto di un Paese ingessato

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Eppure il festival che delude può forse aiutarci a capire cosa accade in questo strampalato Paese

altSan Remo delude gli ascolti, fa quasi flop e tutti i giornali strillano titoli allarmati neanche dipendesse da quel Festival il destino di questa Nazione. Eppure forse il flop di Sanremo, il suo cadere immolato sull’altare della nostalgia canaglia può aiutarci a capire cosa accade in questo strampalato Paese. Sanremo è il sempre uguale a se stesso, è l’eterno ritorno dello stesso rito, delle stesse canzoni, delle stesse facce, degli stessi attori. Che inevitabilmente invecchiano. E’ la fotografia del Paese ingessato, della sua incapacità di cambiare, del suo ritrarsi indietro. Quest’anno poi, più che mai.

Finisce così anche Raffaella Carrà, anche Arbore, a furia di riproporci la stessa canzone, la stessa battuta, nel proporci dal vivo quel che vediamo da anni trasmesso e ritrasmesso in migliaia di sketch e di programmi Rai che grondano solo nostalgia per il bel tempo che fu, finisce che questa pietanza un tempo ghiotta arrivi a stomacare non solo i nuovi commensali, i giovani che avanzano nell’indifferenza cattiva della politica, dei genitori, dei datori e creatori di lavoro ed anche dei curatori dei palinsesti televisivi che sono troppo vecchi anche loro per accorgersi di questa esigenza naturale di novità di cui i giovani sono naturaliter portatori, ma anche i vecchi, a cui come si diceva da noi in Sicilia, se gli dai tutti i giorni pasta col sugo finisce per stomacare anche l’ottimo sugo di pomodoro nostrano.

Il paradosso è allora questo, mentre a Montecitorio Renzi si affanna a dare le ultime spallate rottamatorie e si accorge di quanto duro sia in Italia scalzare i vecchi e pesanti accaparratori di poltrone, quell’esercito di immobili immobilizzatori di risorse collettive, il Festival nazionale celebra l’immobilità, il già visto, l’abbiamo già dato. Come se al tentativo magari bislacco del battutaro fiorentino, volesse disperatamente opporre il suo nostalgico sberleffo “non me ne vado neanche con le cannonate, pardon con lo share che crolla”.

Luigi Galluzzo

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