San Giuseppe torna a scuola con nonno Vincenzo

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Grotte. Una bella giornata al “Roncalli” tra tradizione, accoglienza e condivisione.

Cambiano i tempi, cambiano le tradizioni, ma i valori restano comunque. Si adattano, si inseriscono prendendo nuove forme e assumendo nuovi significati nel tessuto sociale.

Dunque, mentre un tempo San Giuseppe dalle nostre parti era la festa della solidarietà, quella in cui gli ultimi, i più poveri, si guadagnavano un posto a tavola, oggi molto è cambiato.

La festa di San Giuseppe si rivolge alle emergenze e alle diversità presenti nel territorio con l’obiettivo di accogliere e condividere. Questo non vuol dire che non esistano più casi di povertà, assolutamente no. La povertà c’è. E non stiamo parlando solo di povertà materiale, ma di una povertà che nega opportunità e scelte essenziali per lo sviluppo umano, che preclude la possibilità di condurre una vita lunga, sana e dignitosa, che nega il rispetto degli altri.

“A tutto questo – spiega Piera Volpe, docente di Religione- i giovani vanno sensibilizzati, vanno preparati, educati”.

E allora, San Giuseppe diventa l’occasione per parlare di tradizioni ormai dimenticate e lo si fa ascoltando la testimonianza di nonno Vincenzo Milano, che attraverso la sua viva voce racconta le tavolate di San Giuseppe di un tempo, di quando ancora ragazzo partecipava da protagonista al grande evento insieme alla sua famiglia e i suoi figli impersonando i ruoli della Sagra Famiglia.

Dal passato al presente, la festività di San Giuseppe cambia e si trasforma, rivolgendo la sua attenzione alle nuove diversità, alle nuove emergenze presenti sul territorio.

“La povertà materiale– aggiunge Piera Volte- è difficile da debellare, ma lo sono ancora di più le nuove forme di povertà. Penso, ad esempio, ai tanti immigrati che non riescono ad integrarsi nella nostra comunità, che vivono in veri e propri quartieri ghetto. Non è raro incontrare gruppi di ragazzi africani in giro per le nostre strade. Sono sempre soli tra loro. Bisogna partire dalla scuola per favorire una vera integrazione. Bisogna attivarsi nelle comunità parrocchiali per praticare vera accoglienza. Oggi noi abbiamo voluto raccontare diverse esperienze di diversità. Abbiamo voluto che fossero i veri protagonisti a raccontare le loro storie, affinché i loro messaggi diventassero più incisivi”.

Ecco perché stamattina attorno alle tavolate di San Giuseppe del “Roncalli” c’erano le ragazze di “Villa Santa Rita”, la Casa di accoglienza per gestanti e donne con figli da alcuni mesi presente a Grotte. Forti le testimonianze di queste donne, spesso vittime di violenza. Teneri i sorrisi e i pianti dei loro bambini. Belle, ancora, le storie di due famiglie africane ormai perfettamente integrate a Grotte.

“Tanto il lavoro fatto – continua la Volpe- ma ancora c’è molto da fare per sostenere i nuovi nuclei familiari da poco arrivati”.

“La festa di San Giuseppe – dice Anna Gangarossa, dirigente scolastico- per noi cattolici, è la festa del padre putativo che Dio ci ha assegnato. San Giuseppe ci insegna, col suo esempio, cosa vuol dire essere custodi buoni, essere padri generose, prendersi cura degli altri, curare. E quale miglior occasione oggi per sentire come tutti siamo invitati a prenderci cura degli altri, a prenderci cura delle persone che non hanno la fortuna di crescere e nascere in terre come quella nostra, dove non c’è la guerra, dove abbiamo la fortuna di essere custoditi e di poter vivere e restare ciascuno nella propria casa. Le testimonianze che queste giovani donne ci hanno portato sono fatti che sentiamo solo al telegiornale. Ringraziamo queste donne coraggiosissime per le loro testimonianze. Le ringraziamo perché ci hanno dato lezioni di vita vera: la lotta al razzismo, la lotta a chi dice no agli stranieri, a chi dice non li vogliamo devono restare a casa loro, la lotta contro la violenza sulle donne. E in Italia, purtroppo, ogni ora si registra un numero elevato di abusi e di violenze e di omicidi sulle donne. Sono tante le lezioni di vita che ci hanno dato. Il nostro impegniamo è che questi messaggi possano essere veicolati e giungere non solo alle nostre coscienze, ma a tutte le nostre famiglie e ad ogni singolo soggetto della nostra comunità”.

Insomma, San Giuseppe, tra tavole imbandite con frittate, minestre, pane e dolci tipici, ha offerto a tutti degli ottimi temi di riflessione. Ma al di là di tutto, ciò che la scuola vuole veramente è che ciascuno, nel suo piccolo, dimentichi i problemi quotidiani e inizi a porgere la mano a chi vive difficoltà reali.

 

 

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