San Calò contro la mafia

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Il vescovo di Agrigento “arruola” il santo nero nella lotta a Cosa Nostra

Ma chi vuole ascoltare nella provincia “più inquinata d’Italia”?

Un'immagine della festa di San CalogeroSan Calò è stato arruolato nell’antimafia. Ai tempi in cui questo anacoreta girava per i villaggi e le contrade della Sicilia meridionale, quasi duemila anni fa, non c’era ancora mafia, anche se di certo dovevano esserci prepotenze, violenze e sopraffazioni in abbondanza. Ma nell’ultima festa di San Calogero, l‘arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro – aggiungendo un altro tassello a un discorso che va facendo da quando si è insediato – ha detto che il santo nero è contro la mafia.

Le cronache della festa di San Calò sono state occupate dalla coincidenza della processione con la finale degli Europei di calcio e forse questo ha un po’ sfocato l’attenzione sull’omelia di Montenegro che invece merita attenzione. Cosa dice Montenegro? Dice che San Calò “uomo di Dio e amico degli uomini, perciò uomo di pace, chiede a noi suoi devoti, di essere decisi a dire di no a ciò che significa potenza e prepotenza violenta. Chiede che troviamo il coraggio di ribaltare la situazione di asservimento che si tenta, da parte di criminali, di innestare in questo territorio. Chiede di dire di no non solo alla mafia che uccide e minaccia, ma anche alla cultura mafiosa, che non è meno pericolosa. La cultura, cioè, che rende normali e possibili forme di vita che invece offendono la dignità di noi uomini”.


Francesco MontenegroIn altre parole, l’arcivescovo di Agrigento innesca sul ceppo secolare della devozione per il santo più amato dagli agrigentini, la necessità di un’antimafia vissuta da tutti, in particolare dai cristiani e dai cattolici, in modo attivo. E lo dice in modo franco e aperto: “Basta essere cristiani insipidi, imbottiti di un buonismo che non cambia le cose e tanto meno i cuori. Liberiamoci da quegli atteggiamenti omertosi che fanno crescere la logica dei privilegi, delle amicizie che favoriscono i favori, le raccomandazioni, il non rispetto delle norme. Abbattiamo e scardiniamo questa mentalità che ormai impregna le nostre vie, i nostri palazzi, i nostri uffici, i nostri rapporti. Diventiamo finalmente cristiani che hanno a cuore la cultura del rispetto, della legalità, della giustizia sociale, della correttezza morale, a tutti i livelli dalla scuola alla politica, dalle famiglie alla sanità”.

E se non fosse ancora chiaro, ecco cosa ha aggiunto, chiamando in causa la coscienza dei singoli e la coscienza collettiva: “Se c’è tanto male attorno a noi non è solo perché molta gente è cattiva e pericolosa ma perché noi, i buoni, non siamo quello che dovremmo essere. Ciò vuol dire che se la mafia è radicata in questa terra è anche colpa nostra (non è la prima volta che lo dico)”.

Montenegro, proprio nei giorni di luglio in cui pronunciava la sua omelia, è stato al centro di alcune critiche – più o meno sussurrate – e di molti elogi pubblici (soprattutto fuori dalla Sicilia e dalla provincia di Agrigento) per avere bloccato i funerali di un boss di Siculiana. Cosa che, come ammette Carmelo Petrone, direttore del settimanale diocesano “L’amico del Popolo”, “ha fatto molto discutere e ha aperto molti interrogativi”. Adesso, l’iscrizione d’ufficio di San Calò nell’antimafia militante.

Quello di Montenegro diventa così un atto d’accusa pesante contro il ceto dirigente di un’intera provincia, e contro quella che definiamo genericamente “società civile”. Nel 2010, nella sua lettera pastorale, l’arcivescovo diceva a chiare lettere: “La nostra è la provincia più inquinata dalla mafia. La stragrande maggioranza dei nostri comuni ha infiltrazioni mafiose e noi agiamo tranquillamente come se nulla fosse o come se il problema non ci riguardasse”.

La festa di San Calogero
Non era un’analisi costruita sulle sensazioni, ma fondata sul Rapporto Censis presentato nel settembre 2009 alla commissione parlamentare Antimafia. Nelle sue 143 pagine, lo studio sul Condizionamento delle mafie sull’economia, sulla società e sulle istituzioni del Mezzogiorno, sfruttando i dati forniti dal ministero dell’Interno, spiegava che per valutare la presenza di mafie in un Comune erano stati sfruttati tre indicatori: la presenza di un clan o di un bene confiscato o di un ente sciolto per mafia. Ebbene, scrivevano i ricercatori del Censis, “tra le province meridionali, si segnala in negativo la situazione della provincia di Agrigento, ove 37 comuni, pari all’86 per cento del totale, evidenziano almeno un elemento di criticità”.

Passando poi a calcolare la popolazione, il rapporto aggiungeva che “le province che hanno la quasi totalità degli abitanti che convivono con le organizzazioni criminali sono quelle di Agrigento (95,9 per cento), Caltanissetta (95,2 per cento), Napoli (95 per cento), Trapani (91 per cento) e Palermo (90,9 per cento)”.

Agrigento, come si vede, è la provincia in Italia dove la quasi totalità della popolazione vive in luoghi inquinati dalla mafia; prima in classifica, record negativo per una provincia che tradizionalmente (e comprensibilmente) si colloca invece sempre alle ultime posizioni nelle graduatorie del reddito e della vivibilità. Non è un caso: infatti, secondo il Censis, “dove la criminalità organizzata è più forte, è minore il Pil procapite ed è maggiore il tasso di disoccupazione”.

San Calò, che un tempo curava i lebbrosi, è incaricato di guarire le coscienze dal virus criminale, sviluppando anticorpi e difese immunitarie. Ma l’impressione – e qui sarebbe il caso di sentire l’opinione di un giornalista cattolico attento alla realtà di Agrigento come Carmelo Petrone – è che il discorso di Montenegro da una parte cada nell’indifferenza, dall’altra parte venga avvertito con un po’ di fastidio, soprattutto da parte di un ceto politico, imprenditoriale e professionale che si professa cattolico e venera San Calogero, tranne poi trovare giustificazioni e attenuanti ogni qual volta qualche suo esponente finisce nei guai con la giustizia per contiguità con Cosa Nostra.

Gaetano Savatteri

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