Sambù. Riscoprire la vita attraverso gli occhi di un bambino

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Il tuo racconto per Malgradotutto

Continuano ad arrivare al nostro sito i racconti in duemila parole che partecipano al concorso lanciato da Malgrado tutto. Vi ricordiamo che per inviarli c’è tempo fino al 30 novembre. Le modalità di partecipazione le trovate sul sito Malgrado tutto web nella sezione “Il tuo racconto”. La commissione che valuterà i racconti è composta da Carmelo Sardo, Giancarlo Macaluso, Gero Micciché, Toti Ferlita, Agata Gueli, Paolo Terrana e Gaetano Savatteri. Il vincitore riceverà in dono un’opera originale del giovane artista Giuseppe Cipolla, e il suo racconto, assieme agli altri ritenuti meritevoli, verrà pubblicato in volume.
Oggi pubblichiamo il terzo racconto. Buona lettura

Sambù. Riscoprire la vita attraverso gli occhi di un bambino
di
Ilaria Romito

Ilaria RomitoEcco che l’abisso si mescola al blu profondo di questa notte. Notte vergine. Vergine per me che la guardo tutti i giorni e mi appare sempre diversa, sempre più bella.
La notte mi ricorda la pace del Darièn, quella tranquillità rubata alla nostra civiltà, la calma di un fiume, un viso che guarda, una lancetta che scorre lenta.
Guccini cantava della nostra società, della nostra maledetta corsa: «Nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento». Credo abbia ragione.
A Sambù le ore sembravano dilatate. Ho il tempo per una passeggiata, il tempo per giocare a nascondino con i bambini, per chiacchierare con padre Hector.

 

È impossibile non accorgersi di entrare in Darièn. Le strade cominciano a farsi frastagliate,Il quadro di Giuseppe Cipolla sempre meno case, sempre più capanne. La foresta lentamente divora il paesaggio lasciando spazio all’immensità di quella natura ancora intatta. Tac, perdo la linea cellulare. Sì, siamo entrati nel Darièn.
Trovare Sambù sulle pagine di Internet è stata impresa difficile. Tra le mappe della rete si incunea un aeroplanino che va a collocarsi in un punto disperso dell’oceano Pacifico: è “Sambù”, villaggio indigeno nella comarca del Darièn.
Provo a parlare con i panamensi e chiedo di questo angolo di paradiso. La gente mi risponde con distacco, mi racconta degli indigeni, gli Emberà Wouannan, molti hanno paura. Capisco che è un luogo avvolto dal mistero, un luogo di cui non si parla molto.

I bambini mi accolgono calorosamente: «Hola mama, como te llamas?» Mi accarezzano la mano, incrociano il mio sguardo, giocano scalzi senza preoccuparsi di farsi male o di sporcarsi. La gente passeggia lungo la piazzuola, saluta gli stranieri. Chissà perché noi europei non ci salutiamo per strada, chissà perché sfuggiamo gli sguardi, corriamo, produciamo. È il frutto della nostra civiltà – mi rispondo -, il frutto dello sviluppo, del miglioramento dell’uomo. Poi entro nel “centro de salud”, dove scorrono le nostre mattinate. La gente timidamente si avvicina a noi studenti di Medicina, si lascia visitare. Alcune donne sono più restie: hanno “miedo”. Le mie mani affondano nel corpo dei pazienti, misuro la frequenza cardiaca, ausculto cuore e polmoni.
SambùI pomeriggi scorrono lenti, pieni di interrogativi senza risposta: chissà perché questo popolo non ha avuto la capacità di evolversi? Chissà perché non ha voglia di andare via, di scoprire cosa c’è al di là del “Rio”? Sarà forse un retaggio culturale l’idea di voler rendere questi luoghi mondi migliori che, in fondo, per noi europei significa renderli più simili al nostro? Allora perché io, come tanti altri, sento la spinta di fuggire dal tran-tran quotidiano per rifugiarmi in posti dove non è ancora arrivata la civiltà?
Ecco perché Sambù ha i colori della notte, quelli dove il traffico della città si spegne e lascia spazio alla riflessione. È il canto di “una mattina” di Einaudi, lento e speranzoso; è un uomo cieco che riacquista la vista; è il colore di quei bambini dipinti con inchiostro nero; è l’odore del fiume in piragua; è una corsa sotto la pioggia tropicale; è una scarpa sporca di terra; sono io tornata bambina, che riesco a sorridere in una realtà che apparentemente non ha niente.
E’ forse di quel niente che mi sono riappropriata a Sambù, quel niente ormai scontato nella nostra società, quel niente sterile nel nostro mondo ormai avanzato. E adesso che quella bianca cecità è andata via dai miei occhi, non posso che fare di questa luce il mio cammino, indossare un camice e correre tra le nostre nuove e lussuose corsie d’ospedale e aspettare solo di risporcarmi le mani con quella terra bagnata.

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