Salvatore Cusimano. E la Sicilia va in onda tra sogni, passioni e ricordi

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Incontriamo il direttore di Rai Sicilia, uno dei più autorevoli protagonisti del giornalismo televisivo italiano. “La Rai è sempre stata e resta un grande specchio della realtà nazionale. Le sue teche costituiscono un prezioso scrigno della memoria e dell’identità collettiva. L’intervista che non avrei mai voluto Fare? Quella a una  ragazza che portava sul proprio corpo i segni devastanti dell’esplosione in via d’Amelio…” 

Salvatore Cusimano

“Era il mestiere che volevo fare. E sono fra i fortunati che possono dire di svolgere la professione che avevano desiderato fin da adolescenti. Scavando nella mia memoria non trovo altre passioni o interessi forti come questo. Forse la fotografia. Ma siamo sullo stesso campo. La voglia di raccontare. La curiosità. Sono le spinte che mi hanno portato a realizzare il mio sogno”.

Spiega così Salvatore Cusimano, autentico cavallo di razza del giornalismo italiano, la sua scelta di fare il giornalista. Un lavoro che gli ha consentito di raccontare, soprattutto, le vicende drammatiche che hanno funestato la Sicilia negli ultimi trent’anni. Dal 2006 Salvatore Cusimano è il direttore della sede regionale della Rai siciliana, ma non nasconde il desiderio di poter tornare, per gli ultimi anni di lavoro che gli restano, al giornalismo, “e concludere-dice– dove ho iniziato: in una redazione giornalistica”.

Dal tuo particolare osservatorio, quali cambiamenti sono avvenuti nella società siciliana e nella Rai in particolare in questi anni?

Ho avuto la sorte di fare il mio mestiere al massimo livello. Grazie alla borsa di studio che ho vinto all’inizio degli anni ’80 mi sono formato in Rai e ho conosciuto lì molti miei maestri che, una volta assunto, mi hanno voluto nella loro squadra. Ne ricordo due fra tutti: Guido Leoni a Torino e soprattutto Roberto Morrione, capocronista al Tg1. La Sicilia di cui mi occupavo era devastata dalla mafia e dalla collusione fra i clan e la politica. Non era facile scrivere di questi argomenti in un’azienda che subiva fortissima la pressione della politica. Ma la professionalità dei responsabili dell’informazione (ricordo in particolare i direttori Nuccio Fava e Nino Rizzo Nervo) ti faceva da scudo:ti proteggeva. Mi davano spazi e sostegno. Non sempre era facile. Spesso i miei servizi scatenavano reazioni e polemiche. Ricevevo accuse (essere un professionista dell’antimafia) che condividevo con investigatori e magistrati. Ma mi soccorrevano sempre l’insegnamento di mio padre: “chi ha spalle grandi deve sopportare pesi maggiori” e quello di Roberto Morrione:” fai quel che devi accada quel che può”. La Rai siciliana era piena di professionisti di valore. Alcuni facevano funzionare la macchina redazionale, erano preziosi anche se meno conosciuti; altri, invece, erano molto noti, perché, come me, si occupavano dei fatti più gravi della nostra terra e andavano in onda quotidianamente sui tg e i Gr nazionali. Complessivamente era una redazione impegnata. Che non arretrava di un metro sui temi della legalità, dell’informazione e della funzione del servizio pubblico. Ci si poteva dividere su tutto, ma davanti al lavoro o alle emergenze si tornava un solo corpo.

Hai seguito fatti di cronaca nera e giudiziaria negli anni della “mattanza” di Palermo. Che ricordo hai di quegli anni?

Ricordo la fatica, la preoccupazione, talvolta l’ansia di spiegare bene quanto accadeva. Facevo uno sforzo enorme per non fermarmi alla prima interpretazione delle cose. Cercavo di scavare. Di trovare connessioni. Mi aiutavano tante fonti. Tra queste anche magistrati come Falcone e Borsellino che con chiarezza facevano comprendere a me e agli altri colleghi se alcune ipotesi erano campate in aria oppure avessero un fondamento. Ricordo il” mio” primo omicidio, un giovanottone massacrato dentro una Ferrari, in una giornata caldissima. Le mosche che ronzavano intorno al corpo. I curiosi. I familiari afflitti ma anche rassegnati. E dopo di lui decine e decine, centinaia di cadaveri. Sono laureato in filosofia con una tesi di morale. Ho studiato per quattro anni psicologia. Mi chiedevo sempre quanto queste immagini devastanti potessero influenzare la mia vita. In che modo potessi metabolizzare tutta questa violenza. Ho capito piano piano che svolgevo un compito civile. Che lavoravo per gli altri. Per la comunità. E questo ha dato un senso anche a tutto il male che inevitabilmente mi ha attraversato fino a quello, più terribile di tutti, visto a Capaci e in via d’Amelio.

Che cosa hai provato come uomo e come giornalista nel dare per primo agli italiani la notizia della strage di Capaci. Come hai vissuto quella “crudele” giornata?

Sono state due giornate terribili. Non solo c’era l’emergenza della cronaca. Le mille richieste delle testate giornalistiche della Rai da soddisfare, ma c’era anche l’urgenza di non tralasciare nulla, di cercare una spiegazione efficace per quello che era accaduto L’attenzione di tutto il mondo era sulla Sicilia. Non solo ovviamente sui media e sui tg quanto sulla comunità che finalmente aveva trovato il coraggio, dopo gli eccidi, di ribellarsi ai mafiosi e ai loro complici e agli impavidi che per anni erano rimasti a guardare. Sentivo, come gli altri miei colleghi, la responsabilità di dare una visione complessiva. Di mostrare tutte le facce della medaglia. E allo stesso tempo c’era la dimensione umana. Falcone lo frequentavo tantissimo. Lo andavo a trovare spesso di pomeriggio nel suo bunker. Facevamo quattro chiacchiere. Era ironico, divertente ma sempre con un velo di tristezza. Andava al punto. Mi chiedeva cosa volessi sapere. Non valicava mai il rigoroso riserbo del magistrato ma se avevo notizie, mi aiutava a capire se fossero “polpette avvelenate” distribuite da uomini dello stato” infedeli” o fossero strade utili. Era una stagione di veleni, di “corvi” di lettere anonime, di accuse inaudite. Non era facile districarsi. Il rischio di fare, in modo inconsapevole, il gioco di “qualcuno” era altissimo. Qualche volta Falcone non era contento dei servizi che realizzavo. Ma mi rispettava. Sapeva che ero sempre in buona fede e che ognuno giocava una partita nel proprio campionato e quello dei giornalisti e dei giudici non sempre è lo stesso. Per fortuna aggiungo. Tornando a quei giorni, continuo, ancora oggi, a meravigliarmi della freddezza che ho mantenuto nell’immediatezza dei fatti. Parlavo delle vittime della più efferata strage di mafia ma allo stesso tempo si trattava anche di ottime persone, alle quali ero affezionato. Non oso dire che fossimo amici (troppi si sono spacciati per amici di Falcone e Borsellino dopo la loro morte, e tra questi anche tantissimi che li avevano avversati in ogni modo e con le peggiori insinuazioni e accuse). Ma Falcone come Borsellino erano fra le persone che più contavano per me sul piano professionale e civile. Alla camera ardente sono andato con mia moglie e sono crollato per l’emozione. Quella corazza che per due giorni mi aveva sostenuto era venuta meno davanti alle bare. Poi ho detto a me stesso che il modo migliore di onorarli era quello di fare il mio lavoro con coscienza e la necessaria durezza. Di andare avanti secondo l’insegnamento del mio amico e maestro Roberto.

Cosa resta dell’insegnamento di quei magistrati che hanno sacrificato la loro vita per lottare contro il male peggiore della Sicilia?

Resta un patrimonio legislativo che non ha uguali in tutto il mondo. Strumenti che consentono, se ben utilizzati e implementati, di neutralizzare il fenomeno mafioso. Oggi, nessuno, in Sicilia e nel resto del paese e del mondo, può negare l’esistenza della mafia o può sottovalutarne il pericolo. Anche i più scettici hanno dovuto arrendersi di fronte all’entità del “PIL criminale” e all’interferenza continua delle mafie sullo sviluppo economico e civile del paese. “E’ questo è merito del lavoro di denuncia fatto dai magistrati siciliani, a cominciare dall’instancabile Rocco Chinnici, fino a Nino Caponnetto. Ma ci vuole anche la volontà politica: servono non solo leggi, ma anche investigatori e magistrati ben formati, risorse per le indagini. Servono investimenti. Registro di continuo le preoccupazioni dei poliziotti che sono senza benzina o auto efficienti, che devono rinunciare allo straordinario nonostante l’imponente lavoro di appostamento e ricerche per assicurare alla giustizia pericolosi latitanti. La vittoria dello stato sulla criminalità è una battaglia che non si può perdere. E’ in gioco il futuro soprattutto delle nuove generazioni. Ho realizzato il documentario per fare memoria. Per impedire che le nuove generazioni restino all’oscuro del ruolo che hanno avuto magistrati e investigatori che hanno sacrificato la loro vita pur di affermare la giustizia e la legalità. Spero che la scuola superiore e l’università possano utilizzarlo come strumento di conoscenza e approfondimento della nostra storia recente. Già lo fanno i nuovi magistrati nei loro corsi di formazione alla Scuola Superiore della magistratura di Scandicci. E già questo mi ripaga di tanti anni d’impegno.

Se un bambino ti dovesse chiedere che cos’è la mafia, come risponderesti?

La mafia è costituita da un gruppo di uomini cattivi, di bulli, che cercano di ottenere con la violenza quello che non gli tocca, per il quale non hanno sudato e lavorato, né studiato. Che arrivano fino a uccidere pur di guadagnare tanto violando le regole di una comunità. Che sono tanto più pericolosi perché hanno la complicità dei politici, ma anche dei professionisti, avvocati, medici, ingegneri che li aiutano in questi loro affari loschi. Penso che con frasi semplici e qualche esempio si potrebbe far capire ai bambini che è un male dal quale stare lontani e contro cui combattere. Spiegherei anche che ci sono dei cavalieri coraggiosi che hanno combattuto con onore per vincere i maligni e che, nonostante abbiano perso la vita, sono riusciti a tracciare una via per renderci tutti più liberi.

I siciliani sono legatissimi alla Rai da sempre. Iniziavano la loro giornata con le notizie del Gazzettino di Sicilia e seguivano ascoltatissimi programmi come  “Il Calabrone”, “Il Ficodindia” con, “L’alto sparlante” e tanti altri. La Rai è la storia di tutti i siciliani?

Lo è stata e lo è ancora. Si possono non condividere alcune scelte o alcuni programmi. Ma nel complesso la rappresentazione generale che appare dalla tv e dalla radio cerca di avvicinarsi il più possibile alla realtà. La Rai è sempre stata e resta leader degli ascolti, un grande specchio della realtà nazionale. Le sue teche costituiscono un prezioso scrigno della memoria e dell’identità collettiva. Chi vorrà ricostruire la storia del nostro paese e della nostra regione oggi e domani non potrà fare a meno di consultare le immagini che migliaia di tele cineoperatori hanno girato e i servizi che altrettante migliaia di giornalisti hanno realizzato in questi decenni per la Rai.

A tal proposito vorrei ricordare che c’è un libro,“L’isola in onda”, curato da te e Gian Mauro Costa, che racconta la storia della Rai in Sicilia.

Il primo impegno assunto al momento della nomina a direttore della sede siciliana è stato quello di salvaguardare la memoria dell’azienda. Il libro che citi e il portale “www.siciliainonda.rai.it” sono due passaggi fondamentali di questo lavoro che si concluderà non appena potremo completare la digitalizzazione di tutti i materiali di archivio (qualcosa come trentamila e passa cassette di vario formato). Già tutti i programmi televisivi della ex Struttura di programmazione, alla quale tu hai collaborato, sono stati salvati. Sono in formato digitale e disponibili per tutti i visitatori del portale che ho indicato. Altri materiali sono andati persi nei traslochi di sede. E’ una ferita aperta. Di tanto in tanto un nostro lettore ci contatta e ci porta una vecchia registrazione di un programma. Noi l’acquisiamo e lo aggiungiamo al nostro patrimonio.

Che ricordo hai della sede di via Cerda?

In via Cerda sono arrivato all’inizio degli anni ’80. Era una piccola Rai. C’erano giornalisti ma anche attori, registi, cantanti. Un mondo variegato, espressione, la più ampia, di un mondo, fra informazione e intrattenimento, rappresentativo della Sicilia. Alcuni dei protagonisti dei programmi dell’epoca sono diventati personaggi di primo piano della scena nazionale e internazionale del cinema o dello spettacolo. Un nome per tutti Giuseppe “Peppuccio “Tornatore che lavorò in via Cerda come regista e firmò alcuni documentari proprio per la nostra sede. Poi Michele Guardì che da decenni inchioda alcuni milioni di persone alle sue trasmissioni. E tanti e tanti altri nomi. Non voglio fare elenchi perché rischierei sicuramente di dimenticarne tanti .

L’alto sparlante. Con Michele Guardì, Bertino Parisi, GiusY Carreca, Biagio Scrimizzi

Qual è l’intervista più bella che ricordi e qual è quella che non avresti mai voluto trasmettere?

Ho fatto tante interviste. Spesso per uno come me, cronista di nera e giudiziaria, si trattava di colloqui interessanti che magari non si possono definire “belle interviste”. Ricordo quelle con Michele Greco il “papa” della mafia, un’esclusiva ripresa da tutti i quotidiani italiani e stranieri oppure quella con il pentito libanese Bou Chebel Ghassan che aveva anticipato l’attentato al consigliere istruttore Rocco Chinnici. Ricordo una ragazza che portava sul proprio corpo i segni devastanti dell’esplosione in via d’Amelio. Aveva il viso pieno di schegge di vetro che la deflagrazione aveva scaraventato su di lei. Questa forse è quella che non avrei mai voluto fare come tante altre realizzate con familiari delle vittime di stragi o di morti violente che mi procuravano un dolore sordo, un sapore amaro del quale spesso non riuscivo a liberarmi per giorni.

Tra le tante, due cose bisogna riconoscerti: aver digitalizzato i programmi e avere aperto l’Auditorium  della Rai al territorio con esperienze straordinarie di spettacoli, incontri, dibattiti e presentazioni…

Anche l’Auditorium fa servizio pubblico. Offre opportunità agli scrittori e ai musicisti di farsi conoscere, alimenta il dibattito culturale e sociale. E’ diventato un centro culturale di primo piano per la città di Palermo, molto ambito. Speriamo di poter continuare su questa strada.

Naturalmente, sei soddisfatto del tuo lavoro?

Sono molto soddisfatto. Ho raggiunto posizioni di prestigio. Sono stato in un osservatorio che mi ha aiutato a comprendere meglio la realtà in cui vivo. Ho avuto momenti amari. Come tutti. Incomprensioni, accuse infondate. Decine di contestazioni di violazioni del segreto istruttorio. Ma ne sono uscito sempre con la testa alta.  Ora sono dirigente. Anzi lo sono da 16 anni. Mi auguro di poter tornare per gli ultimi anni che mi restano di lavoro al giornalismo e concludere dove ho iniziato: in una redazione.

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Da Sogni e passioni di Giuseppe Maurizio Piscopo, edizioni Medinova.

 

 

 

 

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