Sagra del mandorlo: una “minestra riscaldata” servita sempre all’ultimo momento

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La difficile sopravvivenza di una manifestazione non inserita in un sistema organizzativo che ne garantisca fondi e realizzazione. Anche quest’anno si farà. Ma con quali risultati?

altSagra del mandorlo in fiore: ogni anno la solita polemica. “La Sagra si fa”, “non si fa”, “mancano i fondi”, “forse si fa”. E alla fine le solite critiche: “la peggiore Sagra di tutti i tempi”, “mai così scarsa di gruppi”, “pessima organizzazione”.Invero il problema sembra che sia sostanzialmente uno: la manifestazione non è inserita in un sistema organizzativo che ne garantisca fondi e realizzazione. Non basta pensare per tempo alla manifestazione dell’anno successivo, per quanto anche questo fatto è stato considerato a lungo un problema, se non il “vero problema”ed anche alcuni sindaci di volta in volta si sono affannati a dichiarare, l’ultimo giorno della kermesse, rassicurando tutti, di aver già “messo in moto la macchina organizzativa per la prossima Sagra”.Non è stato sufficiente neanche che un organo al di sopra delle parti, qual è il Distretto turistico regionale Valle dei Templi, avesse avuto affidato il compito di indicare le linee guida da seguire per il migliore svolgimento e la migliore promozione della manifestazione, redigendo un bando per selezionare l’organizzatore. Mancando i fondi, ogni buon proposito è stato sospeso. È più che ovvio dover ritenere che per una buona Sagra manchi realmente la volontà politica se, ogni anno, da Regione, Provincia o Comune, si manifesta la difficoltà oggettiva di reperire le somme necessarie per organizzare l’evento. È come se ogni volta si debbano spremere le già povere casse pubbliche per “un di più”, per un qualcosa che nessuno o in pochi vogliono, per una manifestazione che dalla maggior parte è ritenuta superflua, inutile, scarsamente vantaggiosa.

Pare, pertanto, ogni anno una lotta per qualcosa in cui si crede poco, una battaglia, una ricerca di soluzioni, che viene attuata quasi per inerzia.Perché combattere per qualcosa in cui non si crede?
Certo, la Sagra ha i suoi punti di forza: ha cadenza annua e quindi è facilmente programmabile; poi, è una festa che fa parte di una tradizione consolidata nel tempo; rappresenta un appuntamento unico nel suo genere in Sicilia e tra i pochi in Italia; è una Sagra fortemente radicata sul territorio e quindi non esportabile; tramanda messaggi di valore universale, quali la pace e la concordia tra i popoli, e quindi ampiamente condivisibili.Perché manca di mordente? Non sono pochi gli agrigentini che si sono stancati di seguirla, per il fatto che si tratta di una festa scarsamente coinvolgente, poco emotiva, se non per i diretti protagonisti, i gruppi folkloristici, che hanno l’occasione di gareggiare per un premio, di scambiare esperienze e di conoscersi.
Manca la partecipazione diretta della cittadinanza: si è detto nel passato che potrebbero essere coinvolte le famiglie nell’accoglienza dei giovani musicisti e danzatori, per stimolare uno scambio culturale diretto e rafforzare lo spirito di accoglienza degli agrigentini, sottolineando così anche quei valori pregnanti che sono della Sagra e del Festival internazionale del folklore.
altNon c’è da parte della politica la forza necessaria per far valere il principio della necessità di svolgimento di questa manifestazione. Insomma, pare che la Sagra vada a beneficio di una comunità piccola e al massimo per un paio di giorni: nei fine settimana, la notte del sabato, gli albergatori possono riempire gli alberghi. Ma la kermesse dura un’intera settimana e anche più. Perché la fiaccolata, ad esempio, si svolge ogni anno il mercoledì e non il venerdì, a ridosso del week end, in modo da invogliare ad una permanenza di almeno due notti? La festa è diluita come una “minestra riscaldata”, che va a vantaggio esclusivamente di chi per alcuni giorni ospita un numero imprecisato di “bambini del mondo”, o di “gruppi”. Scarsamente significativi i guadagni degli organizzatori, ridotti davvero a saccheggi da “rubagalline”. E allora? Annullare la Sagra? Invitare la cittadinanza – come propone qualcuno sul social network facebook – a fare una sagra coi carri infiorati e personaggi in costume tradizionale, come si faceva una volta? Una Sagra a costi notevolmente inferiori e con una maggiore partecipazione?
Manca sostanzialmente il coraggio di guardare avanti, di operare delle scelte: di saper dire anche di no, alla Sagra, come ad altre iniziative del territorio, ma con un’idea alternativa, di qualcosa che possa “superare” le difficoltà, superare una realtà inchiodata ai problemi di sempre, superare quella sensazione di abbandono e di non governo della cosa pubblica, che alberga ad Agrigento più che in altre città.
Non sono oggi i cittadini a dover decidere che cosa fare: se salvare la Sagra con il solito colpo di mano dell’ultima ora, affidando ai soliti noti, per ennesimi esiti discutibili, un’organizzazione destinata ad avere le gambe spezzate sin dal principio; oppure destinare questi fondi ad una buona causa, in grado di offrire un segnale sia ai cittadini, che ai suoi visitatori.
Il coraggio di cambiare non sia uno slogan elettoralistico, ma raggiunga una sua concretezza. In ogni caso si abbia la forza di fare in modo che gli errori del passato non si ripetano, che le attese non vengano più deluse, e, soprattutto, che ci si cominci a vergognare in futuro di spendere denaro pubblico per una kermesse, che in pectore dovrebbe essere di alto valore, ma che organizzata all’ultimo minuto, in assenza di promozione e di programma, non garantisce alcun ritorno d’immagine e assicura uno scarsissimo riscontro economico.

 

Anna Maria Scicolone

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