Rutilum falernum

|




Il racconto di Magda Messaglia finalista al nostro concorso “Il Mare colore del vino” .

Rutilum falernum
(Falerno rosso come il fuoco)
di
Magda Massaglia

Liberamente tratto dalla vita dello scrittore latino Tito Petronio nigro, autore del Satyricon.

 

Magda Massaglia” Hominem pagina nostra sapit “
” La nostra pagina ha il sapore dell’uomo “
Marziale, Xenia

” Gli ospiti […] capirono il senso delle ultime parole di Petronio: con lui era perito tutto ciò che possedeva ancora il loro mondo in quel tempo: poesia e bellezza “
Henryk Sienkiewicz, Quo vadis?

Lo avevano portato via dalla sua capanna. Cacciatori di schiavi senza scrupoli. Vagavano in ogni parte del mondo conosciuto alla ricerca di uomini adatti ad essere piegati dall’umiliazione della schiavitù. Se erano di cattivo umore, uccidevano tutti gli sventurati che incrociavano il loro cammino.

Aveva urlato, si era dibattuto ma era troppo debole per resistere alla forza di quegli esseri che lo avevano trascinato via dal suo mondo per darlo in pasto ad una società, quella costituita dall’Impero Romano, che si stava prendendo ogni nazione ed ogni tribù.
Angus stava cenando con i suoi familiari.
All’improvviso la porta si era aperta, lasciando entrare l’aria fredda delle paludi. Sagome nere, che non parlavano il gaelico ma una lingua strana, che con il tempo avrebbe imparato a conoscere, urlarono. Sua madre e suo padre erano immobilizzati dal terrore, gli occhi chiari completamente spalancati.
” Fermatevi! Vi prego, signori… Fermatevi…”. La sua preghiera era rimasta inascoltata e prima di rendersene conto, si era trovato imbarcato su di una nave diretta verso il caput mundi.
Verso una nuova vita.
La sua carriera di schiavo (se così può essere definita) era cominciata sotto il regno dell’imperatore Nerone.
In mezzo al mercato, la sua silhouette esile e longilinea aveva attirato l’attenzione di molti patrizi, intenzionati a trasformare il giovane Iberno nel loro coppiere. Attorno al grasso mercante che aveva acquistato Angus si era formato un capannello di uomini che offrivano cifre piuttosto alte per aggiudicarsi quella meraviglia esotica.
” Mille sesterzi! ” tuonò una voce. Era autoritaria e glaciale.
Angus guardò verso la direzione dalla quale gli era sembrato che provenisse quel suono così strano. Non aveva capito nulla della discussione che si era svolta vicino a lui. Poteva solo intuire che si trattasse del prezzo che quegli uomini avevano stabilito per la sua vita.
” L’arbiter!…”
” Avete visto chi è arrivato? “
” Se lo aggiudica lui il giovane Iberno..”
Molti uomini, fra i quali liberti, soldati e gente libera, s’inchinarono e fecero grida di apprezzamento. L’uomo che stava avanzando sembrava non appartenere a quel mondo. Camminava avvolto da una veste perfettamente pieghettata e con un cenno della mano ringraziava e salutava coloro che lo avevano applaudito.
Uno dei patrizi, un uomo dal volto quasi suino e dagli occhi piccoli e malvagi, gli chiese perché non stesse circolando sulla sua bella lettiga preferendo insudiciarsi i piedi nel fango del Foro.
” Salute, Vitellio. La risposta alla tua domanda così carica di significato è concisa: non desidero essere soffocato dal grasso come te ma mantenere un corpo abituato al movimento. Preferisco sporcarmi la toga con la terra di Roma piuttosto che grufolare come un maiale ogni volta che partecipo ad un banchetto “
Il mercante osservò l’uomo che si faceva largo tra il gruppo di patrizi. Tito Petronio Nigro, una delle figure più importanti alla corte di Nerone. Nonostante sapesse che fra i cortigiani egli non si distingueva per crudeltà o pazzia omicidi, decise che lui, potente fra i potenti, si dovesse aggiudicare il ragazzo.
Si inchinò profondamente.
” Petronio, è un onore avere un figlio di Giove in questo…”
” Risparmiati i convenevoli. Ecco qui mille sesterzi. Lo compro ” e indicò Angus.
Il ragazzo si era reso conto che quell’individuo vestito con una toga sgargiante e riccamente decorata era divenuto il suo padrone. Scese dal piedistallo su cui era stato in piedi fino a quel momento e lo seguì.
” Salute a te, Iberno. Mi chiamo Tito Petronio Nigro. La sorte mi ha consentito di possedere grandi ricchezze e soprattutto, un amore per la bellezza e per tutto ciò che è stato sfiorato dallo sguardo delle Grazie… Per questa ragione, durante la mia visita al Foro alla ricerca di nuovi libri da acquistare, non ho potuto fare a meno di posare i miei occhi su di te. Ah, la regione da cui provieni, si favoleggia, non fa che fornire cani rabbiosi che spargono sangue e morte nelle nostre arene. Eppure tu, con questo viso graziosamente coperto di efelidi, come un giardino costellato di asfodeli ed anemoni, non puoi certamente provenire da un simile luogo. Tu sei nato nelle regioni iperboree per mano della dea Cipride, che tanto ama giocare con i cuori degli uomini ” Detto questo, lo pizzicò amorevolmente su di una guancia.
Angus si accorse che l’uomo sorrideva e lo osservava con desiderio. Cercò di ricambiare il sorriso ma fece una smorfia abbastanza disgustata.
” Diventerai il mio favorito, il mio coppiere, colui che allieterà le mie serate e le mie mattinate ” continuò Petronio. I profondi occhi neri scrutavano il giovane con avidità.
Angus non aveva capito nulla di quanto gli aveva detto quell’uomo, ma fece un segno affermativo con il capo. Non essendo stupido, si era fatto un’idea di ciò che poteva fare di lui il patrizio, ma preferiva non pensarci. Pregò che Cu Chulainn, eroe del suo popolo e guerriero coraggioso, lo proteggesse e vegliasse su di lui.
” Ottimo! Ci divertiremo, vedrai “
La domus di Petronio era grande e arredata con gusto. Si trovava in uno dei quartieri più belli di Roma, lontano dal caos e dal lezzo dell’immensa Suburra, la zona più abitata della città. Alcuni schiavi si affaccendavano per mantenere vivi i focolari. Angus rimase rapito dalle bellissime pitture che ornavano la pareti. Rappresentavano scene di vita comune ma anche animali esotici, battaglie e banchetti faraonici. Si poteva respirare un’odore gradevole di cibo che proveniva dalle cucine. Carne forse, addirittura spezie…
” Ho fatto preparare una cena speciale. Questa sera ho organizzato un banchetto qui. Vedrai, tantissima gente importante, giochi pirotecnici e giocolieri… Meraviglie che voi Iberni non riuscite nemmeno ad immaginare, là, nelle vostre paludi puzzolenti ” disse Petronio. La lunga toga svolazzante luccicava quando passava vicino al fuoco. I suoi gesti erano teatrali, ben studiati. Non era come gli uomini che abitavano dalle sue parti, rozzi ed animaleschi. Questo tizio, pensò Angus, si comporta come una donna. Nonostante ciò, lo trovava affascinante. Gli rammentava qualche personaggio delle favole che tante volte aveva ascoltato nella sua infanzia. Era una creatura eterea, simile ai Tuatha De Danann, i nobili ed affascinanti spiriti che popolavano il sottosuolo della sua terra. ” Vieni, ti porto nel luogo che d’ora in poi ti sarà familiare “. Lo tirò per un braccio e ridacchiò.
Stavano percorrendo un lungo corridoio, al cui fondo si trovava una stanza larga con un letto magnifico. Drappeggi colorati e stoffe preziose lo decoravano, facendo risaltare tutta la sua grandezza. Ovunque, ghirlande di fiori profumati spandevano il loro aroma. Vasi finemente decorati ornavano le nicchie del muro.
” Il mio umile giaciglio ” indicò Petronio. Non c’era vanità nelle sue parole. Gli premeva di indicare al giovane l’arredo della casa, senza sottrarsi all’ironia che spesso contraddistingueva i suoi discorsi. Fece un ampio gesto con la mano, in modo tale che l’Iberno capisse a cosa si stesse riferendo. Dopodichè si buttò mollemente sui cuscini. Angus stava fermo, imbarazzatissimo. Non sapeva, anzi, non voleva sapere cosa lo attendesse.
” Forza, mio fanciullo dalla chioma color delle fiamme… Accomodati “. Lo trascinò con forza sul letto, allungando il muscoloso braccio scuro.
” Vieni, vicino a me. Non aver paura. Non sono una belva! Di quelle ne conoscerai molte, ma non ora “. Petronio aveva un tono languido ma fermo. Angus si sedette, rigido come un fusto di pino, sulle stoffe preziose.
Petronio sorrise e lo chiamò verginella timida. Uno schiavo alto, con gli occhi chiari ed i lunghi capelli biondi sparsi sulla schiena fece capolino nella stanza e gli lanciò una lussuriosa occhiata. Angus era spaventato ma allo stesso tempo, inebriato da quell’ambiente dove il vizio e il piacere sembravano essere in ogni luogo, pronti a trascinarlo con loro in baccanali sfrenati. Tutto strideva con quanto aveva vissuto e visto fino a quel momento nella sua vita. L’insula di Petronio era l’opposto dell’angusta capanna in pietre e paglia dove era cresciuto. A Roma l’atmosfera non era accogliente e familiare ma misteriosa e tentatrice.
Mentre era assorto in simili pensieri, Petronio lo contemplava. L’amore per la bellezza che lo aveva spinto ad acquistare quel giovane Iberno ubriacava la sua anima. Amava di lui ogni particolare del volto, la sottile curva del collo e le membra ancora magre ma forti. Si avvicinò alla sua bocca e lo baciò appassionatamente. Angus non oppose resistenza.
Il ragazzo si domandava se l’amore cantato dal grande poeta Ossian nascesse da un gesto come quello, un umido contatto fra due bocche. Lo trovava disgustoso. Avrebbe voluto cacciarlo via, dirgli di smetterla.
Biascicò qualche parola nella sua lingua ma Petronio non se ne accorse nemmeno.
Angus era ancora stretto nell’abbraccio del suo padrone. Non riusciva a divincolarsi. Tuttavia, con sua grande sorpresa, si accorse che in quella morsa, si sentiva protetto.
Il bacio non gli dava più fastidio come prima.
Con il passare del tempo, Angus riuscì ad imparare molte parole latine e si abituò a quegli strani “giochi” che Petronio lo costringeva a fare in camera da letto. Capì subito di essere uno schiavo privilegiato. Poteva contare su trattamenti di tutto riguardo, come la possibilità di avere abiti sgargianti e preziosi come quelli del suo padrone, di partecipare ai banchetti e di potersi recare alle terme.
Petronio lo trattava come il suo favorito. Ad ogni banchetto al quale veniva invitato si portava l’Iberno. Angus, d’altro canto, cominciò ad apprezzare questa vita libertina e dissoluta che conduceva accanto al padrone. Si faceva chiamare πῦρ, pronunciato alla latina Pur, che in greco significa fuoco. Aveva anche creato un nome latino con il quale a volte si presentava: Gaio Fulvio Iberno.
altIl cibo e il vino lo conquistarono subito. Abituato a nutrirsi di pane duro e di qualche raro salmone, assaporò con gioia i piatti ricercati della cucina romana. Si deliziò con lingue di pavone, cervella di quaglia, pesce, carne di maiale, di bue e di qualsiasi animale conosciuto senza dimenticare frutti esotici e verdure saporite. Inoltre era diventato un grande amante del Falerno, il costoso vino che allora veniva servito in gran quantità. Ne trangugiava boccali interi, per sentire quell’ebbrezza che lo rendeva così allegro. Il suo fisico, che prima era stato così mingherlino, ben presto si gonfiò. Le braccia si fecero ben tornite, il doppio mento rese il volto più adulto ed autorevole. La barba, rossastra come quella che si era tagliato l’imperatore, gli contornava il volto come una gorgiera di raggi rossastri. Angus aveva l’aspetto di un gigante corpulento, ben diverso da quello di giovanotto denutrito che aveva solo un anno prima.
La sua figura era imponente. Quando passeggiava accanto a Petronio, pareva la sua guardia del corpo.

Quella sera Petronio gli truccò gli occhi verdi con il carboncino. Il nero risaltava sulla sua pelle pallida rendendolo simile ad una larva infernale. Il banchetto che si doveva tenere a casa dell’imperatore vantava tra i suoi invitati il filosofo Seneca, i poeti Marziale e Lucano ed infine alcune importanti figure della corte come il pretore Tigellino.
L’ elegantiae arbiter sapeva che doveva riacquistare credito presso Nerone. Pensava di attirare la sua attenzione presentandogli Angus, travestito come una creatura infernale. Era perfettamente cosciente che Nerone amava il cattivo gusto. Nel suo cuore, sperava che trascorrere una notte in compagnia di un uomo gigantesco travestito da spirito avrebbe tentato l’imperatore. Il pensiero di separarsi dal suo favorito e lasciarlo nel palazzo, come una volgare vittima sacrificale, riempiva il cuore di Petronio di tristezza. Eppure, se voleva salva la vita… Se voleva liberarsi dell’angoscia che ogni volta lo assaliva quando qualcuno gli toccava la spalla… Ogni momento poteva presentarsi la sua sentenza di morte, portata a mano da un pretoriano.
” Padrone, mi viene da lacrimare con tutto questo nero…” si lamentò Pur. Non indossava più i cenci laceri e strappati di quando era arrivato a Roma ma un complicato abito bianco con decorazioni verdi che gli fasciava il ventre gonfio e sporgente.
” Oh zitto, Pur. Sei peggio di una giovane sposa il giorno prima del matrimonio… Stai benissimo “. Petronio sorrise. Lo trovava assolutamente adorabile, grottesco ma al contempo affascinante. Mentre lavorava al suo racconto traeva ispirazione da quel corpo deformato dai vizi per creare uno dei personaggi che più gli piaceva, Trimalcione.
Angus si alzò per prendere del vino da una brocca che uno schiavo aveva appena portato. Se ne avesse bevuto ancora un bicchiere, pensò Petronio, avrebbe potuto fare un’entrata di scena da ubriaco fradicio, come Alcibiade nel celebre Simposio di Platone. Il pensiero lo sfiorò, strappandogli un sorriso.
” Pur, andiamo. Nerone ci aspetta”
” Un po’ di vino…?” Gli porse la coppa con atteggiamento voluttuoso.
” Quello non si rifiuta mai. “
Angus rise. Bevve dalla coppa senza inghiottire e poi si avvicinò al suo padrone. Mentre si baciavano, il vino passò dalla bocca del ragazzo a quella di Petronio.
La domus aurea di Nerone era un luogo adattato alle feste e alla voglia di divertirsi del suo padrone. Ovunque c’erano spazi in cui era possibile suonare la cetra, concedersi ai massaggi di schiavi egizi ben addestrati o ad assistere ai mimi più comici ed osceni che erano diffusi in città.
Petronio accompagnava Angus al suo primo banchetto imperiale. Attualmente i suoi rapporti con l’imperatore non erano proprio buonissimi ma un invito a palazzo non si poteva assolutamente rifiutare. Al momento, Nerone era in collera con Petronio perché aveva criticato molti dei suoi comportamenti ed aveva considerato ” degne di un insignificante e crudele re d’Asia ” le sue decisioni in campo politico. La buona stella dell’arbiter era tramontata.
Intanto il ragazzo avanzava lentamente, gravato dalla mole del suo corpo. Tutto gli sembrava così bello e nuovo.
E’ l’effetto di quel vino, pensò Angus. Si sentiva allegro.
Nerone li accolse calorosamente. Petronio lo trovava come al solito esagerato con i suoi pacchiani braccialetti impreziositi da grandi quantità di pietre preziose. I suoi occhi castani mandavano fiammate di furia repressa. Una corona di alloro realizzata con foglie d’oro gli cingeva il capo. Ad Angus pareva un gigante quasi quanto lui. Emanava una strana energia. Evocava timore. Il suo sguardo dava l’idea che da un momento all’altro avrebbe potuto uccidere qualcuno o fare qualcosa di atroce.
Petronio si inchinò e lo salutò, dopodichè gli presentò Angus.
” Questo, o divinità, è il mio schiavo favorito, Angus. E’ un’Iberno che ho acquistato un anno fa. Si fa chiamare Pur, come il colore dei suoi capelli di fiamma”
Nerone lo scrutò a lungo.
Sorrise malignamente e gli cinse il braccio pallido. La sua stretta era d’acciaio.
” Un Iberno! Per Giove, dunque da così lontano provieni? Ho sentito molto parlare di te… Pare che tu sia un ottimo commensale. Vorrai deliziarci con le tue abilità questa sera, Pur dalla chioma fiammeggiante?” Nerone parlava con il linguaggio forbito ed elaborato degli intellettuali. Angus ne rimase molto colpito e cercò di sfoderare il suo sorriso più accomodante.
” Ne sarò lieto, mia divinità “
” Eccellente! Venite, miei signori, andiamo a prendere posto”
I triclini erano per la metà occupati dai personaggi più influenti di quel tempo.
Seneca, con il suo capo canuto reclinato sulla spalla, sedeva vicino all’imperatore. Aveva una tavoletta in mano. A volte osservava gli altri commensali e prendeva appunti.
Petronio si chiese se stesse lavorando ad una nuova e noiosissima tragedia prendendo spunto da quell’umanità corrotta che popolava la corte. Più in disparte, osteggiato ma allo stesso tempo invidiato da Nerone, vi era Lucano. Giovane, scuro e malinconico. Nulla di quanto accadeva nella stanza pareva attiralo. Sembrava che si trovasse in un’altra dimensione, forse pensava a qualche nuovo poema. Angus gli fece un cenno. Lo aveva conosciuto e si erano trovati a discutere piacevolmente di poesia e di arte. Petronio lo stimava grandemente, ma sapeva che un uomo dotato del suo talento non poteva sopravvivere a lungo in quella corte di adulatori e furfanti. Gli rivolse un’occhiata piena di dolcezza.
” Salute, Lucano ” gli disse.
” Salute, Gaio Petronio. Anche tu partecipi a questo straordinario banchetto e ti appresti ad ascoltare i versi del nostro divino imperatore? “
” Certamente, carissime. Il mio cuore è colmo di gioia come quello di Odisseo che alla fine del suo lungo peregrinare torna dall’amata Penelope”
” Sì, è senza dubbio questo il sentimento che infiamma anche la mia anima…” pronunciò queste parole con un velo di tristezza. Quando l’imperatore aveva presentato la sua Troica, un componimento basato sulla distruzione della leggendaria città di Troia, il giovane poeta aveva osato criticarne alcuni versi.
Da quel momento, Nerone non cercava che un pretesto per condannare quel giovane ad aprirsi le vene.
” Sai, ho letto alcune parti della tua Pharsalia e per Giove! Questa volta hai davvero superato te stesso. La scena della maga tessala, Erichto, è meravigliosa. Chi, in nome delle Muse, ti ha ispirato simili parole? Pare che tu abbia parlato con lo stesso Erebo e che lui ti abbia descritto le sue seguaci! “
Il quadro di Giuseppe CipollaLucano arrossì. Per un attimo nei suoi occhi pieni di malinconia si empirono di gratitudine.
Angus intercettò il volto pieno di odio di Nerone. Li osservava con le sue pupille leggermente strabiche. Erano così cariche di risentimento che invitò Petronio a cambiare compagno di conversazione.
L’arbiter si guardò intorno. Molte delle persone che vedeva erano crudeli e false, pronte ad indicare all’imperatore coloro che avevano parlato male di lui, sperando di ingraziarselo. Fra questi spiccavano Tigellino e Vitellio, che in un angolo della stanza, confabulavano in modo sospetto. Petronio lanciò loro un’occhiata disgustata.
Vicino ad un imponente vaso che lo nascondeva quasi interamente, c’era un giovane dalla bella capigliatura bionda. Era vestito in maniera semplice, e reggeva in mano una coppa di vino, che permetteva di vedere solo i suoi penetranti occhi scuri.
Marziale osservava tutti i presenti con uno sguardo ironico. Nerone lo aveva invitato con la speranza di impressionarlo con i suoi versi ma il giovane poeta, amante della satira e ispirato esclusivamente dalla musa Indignatio, coglieva l’occasione per trovare nuovi soggetti per i suoi pungenti epigrammi.
Petronio lo lasciò alle sue osservazioni. Credeva che quel giovane avesse un gran talento ma a volte disprezzava l’eccessiva volgarità dei suoi scritti.
” Padrone, vogliamo prendere posto? ” gli propose Angus.
” Certo. Occupa quei due triclini vicino a Seneca e Lucano. Mi raccomando, quando l’imperatore comincerà a declamare quegli abomini che lui si ostina a chiamare poesia, non compiere il fatale errore di assopirti! “
” Lo terrò a mente, padrone “
In mezzo all’enorme stanza alcuni acrobati e ballerine facevano capriole e giochi di prestigio, accompagnati dalle urla di gradimento dei presenti. Alla fine dell’esibizione, si dispersero per la sala. Molti di loro scambiavano effusioni con i commensali.
” Salute Petronio” disse la moglie di un senatore particolarmente in vista, Giulia.
” Domina, la tua vista mi ricorda Diana e al contempo Afrodite per i tuoi occhi così lucenti! Ti posso presentare il mio caro amico Iberno, nonchè mio favorito…? “
” Petronio, sei sempre così prodigo di complimenti. Iberno? Addirittura…” Giulia arrossì sorridendo e distolse lo sguardo. Era difficile non rimanere ipnotizzati dagli enormi occhi verdi di Angus.
Il ragazzo gli fece un grazioso inchino.
La donna si congedò rapidamente. L’imperatore li stava nuovamente guardando ma questa volta sia Petronio che Angus percepirono il suo sguardo. Nerone conversava con Tigellino, indicandoli. Il pretore, cortigiano in vista, odiava tremendamente Petronio. In particolare, disprezzava la sua arguzia e la sua grande cultura.
Il suo modo di fare pungente aveva infastidito molte volte anche lo stesso Nerone. Non amava essere bersaglio dell’ironia del suo cortigiano. Tuttavia, non poteva fare a meno di lui. In quella corte di corrotti e delinquenti, Petronio era l’unico ad avere ancora un certo senso estetico. Le sue idee riguardo la poesia, la musica e l’arte erano come oro colato per l’imperatore. Senza di esse, Nerone non sarebbe riuscito a costruirsi la fama di intellettuale. Senza Petronio, la sua vera natura sarebbe fluita all’esterno come un fiume in piena che distrugge dighe e città. Il suo elegantiae arbiter aveva costruito argini che permettevano a Nerone di sfogare quell’insana rabbia repressa in altri modi. Tuttavia anche queste difese stavano venendo meno.
Petronio avrebbe voluto che il suo protetto entrasse nelle grazie dell’imperatore. In questo modo si sarebbe sentito più sicuro. Attualmente, anche se lo dava a nascondere con abilità, aveva paura di vivere. Si sentiva continuamente braccato, perforato da sguardi ed insinuazioni. Donare il suo favorito a Nerone lo disgustava immensamente. Quando ne aveva parlato con Angus, lui aveva acconsentito senza problemi.
” Faccio tutto ciò che il mio padrone comanda, come l’ubbidiente Iride serve Era in ogni suo bisogno ” aveva detto, sfoggiando un po’ di quella cultura che Petronio gli aveva trasmesso, in interminabili pomeriggi trascorsi nel chiostro.
Il suo cuore di romano, sensibile all’arte ma coriaceo alle emozioni, per un attimo si crepò. Quando Angus uscì dalla stanza per andarsi ad occupare di alcune faccende domestiche, Petronio prese i fogli di quel racconto che da un po’ di tempo lo aveva tenuto impegnato. Trimalcione, quell’essere così negativo, non doveva ispirarsi ad Angus.
Il suo schiavo era un uomo puro. Amante dei vizi, certo, ma puro come una verginella timida, pensò.
Sorrise di quel paragone ed una lacrime scese per la sua guancia.
Intanto, al centro della stanza, alcuni schiavi avevano portato serpenti con i quali combattevano e si intrecciavano in strane simbiosi uomo-animale. I presenti applaudivano. Con la coda dell’occhio, Petronio vide Angus ridere e godersi l’atmosfera di ebbrezza di cui era pervasa la serata.
Nerone era mollemente sdraiato sul suo triclinio. Lanciava sguardi soddisfatti in giro.
Lo scrittore trangugiò un sorso di vino dalla coppa. Gli sembrava, in quel momento, molto simile al sangue.
Vennero servite portate faraoniche, costituite dall’accostamento di cibi che sembravano avere nulla in comune fra di loro. Il vino scorreva a fiumi e ben presto i primi ubriachi caddero dai triclini, suscitando alte e sguaiate risa. Molti si facevano solleticare la gola con una piuma di struzzo dagli schiavi, in maniera che potessero vomitare e poi ricominciare a mangiare. Lo stesso Angus ricorse, ebbro di vino, a questo disgustoso espediente. Nerone lo chiamò a sé.
Angus, ondeggiando pericolosamente, si diresse verso l’imperatore.
” Mangia! Mangia! ” urlavano i cortigiani. Il ragazzo continuava ad ingurgitare ed intanto Nerone gli accarezzava il testone rossiccio.
Petronio dal suo triclinio, cominciò a sperare.
” Bravo, cane Iberno, saziati di questa carne. Sei così simile ad una bestia che quasi mi susciti dei versi… Oh, il mio animo è così vicino a quello di Orfeo che mi sembra di essere nelle selve d’Arcadia, a contemplare le fiere…”. L’imperatore aveva uno sguardo quasi invasato. La sua testa era reclinata all’indietro, in modo teatrale. Una schiava, travestita da ninfa, gli porse una lira d’oro.
” Sì, divinità, facci sentire i tuoi versi! ” proruppe una voce indefinita, poi rafforzata da un coro adulatorio proveniente da ogni parte della stanza.
Nerone, gonfio per gli apprezzamenti ricevuti, prese lo strumento e ne pizzicò le corde.
Muse, Apollo, tutti gli dei, aiutatemi a sopportare questo fardello, pensò Petronio.

Il banchetto si protrasse fino all’alba. Angus era scomparso. Petronio non riusciva a trovarlo da nessuna parte. Nel suo cuore si augurò che non fosse andato con Nerone. Temeva che quell’individuo lascivo e corrotto lo costringesse a fare cose orribili. Temeva che lo riempisse di cibo, fino a fargli scoppiare lo stomaco, per poi deliziarsi della vista delle sue viscere sanguinolente. Era un comportamento di cui era capacissimo. Non si esaltava forse quando gladiatori e belve si affrontavano nell’arena, straziandosi a vicenda le carni? Non rideva di gusto quando i gladiatori scivolavano sul loro stesso sangue, inciampandosi nelle membra recise?
D’altra parte, se Angus era riuscito a conquistarlo, la possibilità di acquistare fiducia e rispetto aumentava di molto.
I vari invitati erano ancora impegnati a scambiarsi parole stanche. Sorrisi languidi si dipingevano sui volti. Era la fine della festa.
Il ragazzo comparve improvvisamente, più pallido ed emaciato del solito.
” Padrone! ” urlò.
Petronio riconobbe la voce.
” Pur! Per Castore, dove ti eri cacciato? “
” Nerone mi ha portato in una stanza ma appena ha realizzato che avevo il fisico di un satiro, mi ha ripudiato, dicendomi di tornare dal mio padrone amante di tali creature! “
” Angus, sono addolorato per le parole che quella scimmia ti ha rivolto…”
” Ha detto anche dell’altro… “
” Che cosa? Parla, dunque! “
” L’imperatore parlava di un viaggio in Campania, di chi avrebbe voluto avere con lui e di chi no… Ha pronunciato il tuo nome quando ha indicato chi non doveva seguirlo… Da quanto ha capito il mio umile cervello di servo, Nerone ti vuole morto “
Il ragazzo pronunciò quelle ultime parole con un misto di tristezza e paura. Il mondo che finora era ruotato intorno a lui, l’uomo che lo aveva nutrito ed istruito, le attività alle quali finora si era dedicato erano destinati a scomparire.
Petronio sembrò soppesare quelle parole come una merce che era in procinto di acquistare. Le analizzò da ogni punto di vista. Finalmente! Dunque, il suo timore era confermato. La paura che ottenebrava i suoi gesti e lo rendeva timoroso, quell’assurda paura di vivere, che lo aveva da un po’ di tempo stretto in una morsa prendeva una forma concreta. Una lama affilata che gli avrebbe reciso le vene e lo avrebbe vuotato di ogni goccia di sangue.
” Φεῦ… ” Non gli venne in mente nient’altro che l’esclamazione greca che sta per ahimè!. Si sentiva in balia di qualcosa di completamente aleatorio.
” Padrone? “
” Io… Sì… Ho capito, Pur. Ti ringrazio per tutto quello che hai fatto”
Le parole fluivano senza controllo. Angus lo guardava senza comprendere. Non rideva ne piangeva. Il suo sguardo cercava di cogliere i pensieri che si annidavano nel profondo di Petronio. Lo aveva conosciuto come un uomo elegante, raffinato, forse a volte troppo superficiale.
Ammirava l’interesse per la cultura e l’abilità nell’usare le parole.
Amava i suoi occasionali lampi di cinismo.
Considerava affascinante il suo corpo longilineo, lo sguardo profondo da persona intelligente, i lineamenti sfuggenti e la capigliatura nera e riccia.
” Petronio… Padrone…”
” Angus…”
” Se voi doveste morire, il mio cuore potrebbe affondare nei mari neri della tristezza “
” Diventi poeta proprio nel momento sbagliato, Pur. Ti ringrazio del pensiero. Tuttavia, non ottenebrare i tuoi splendidi occhi con questi pensieri di morte. Il mondo non si libererà così facilmente di Tito Petronio Nigro “
L’uomo sorrideva. Qualcosa danzava nelle sue iridi castane. Qualcosa di allegro, di vivo.
Quando arrivò a casa Petronio decise di fare l’ultima azione ” fastidiosa ” della sua esistenza. Afferrò una pergamena che sarebbe dovuta servire a scrivere un’altra pagina del suo racconto e cominciò a scrivere una lista di fatti. Alcuni di questi erano davvero disgustosi. Altri erano persino comici
Il lungo elenco descriveva con minuzia da osservatore privilegiato tutte le nefandezze compiute dall’imperatore Nerone.
Petronio gli applicò il proprio sigillo, lo ruppe e diede ordine al suo segretario di darla a chi avrebbe potuto usarla per accusare il folle regnante.

Mentre si trovava a Cuma, Petronio fu invitato a non raggiungere l’imperatore mentre partiva per la Campania. La tavoletta gli venne consegnata da un giovane pretoriano, di cui Petronio aveva conosciuto il padre.
Era giunto il momento. Quell’ordine, dato con la solita indifferenza, equivaleva ad una sentenza di morte.
Poté solo immaginare la faccia crudelmente felice di Tigellino.

Quel mattino, Petronio ordinò agli schiavi di convocare molte delle persone di cui era amico. Un gran numero di intellettuali, prostitute, ragazzi di vita e poeti ma anche semplici clientes che il padrone di casa aveva apprezzato per l’umorismo vennero invitati a prendere posto nell’ampio salone adibito ai banchetti. Petronio comparve avvolto in una delle sue vesti più sontuose, profumato con olii orientali. Salutò tutti i presenti con un gran sorriso.
” Miei cari e mie care amiche, vi ho invitato quest’oggi perché mi facciate compagnia nel momento in cui nessuno di noi dovrebbe essere lasciato solo… La morte “
Occhiate smarrite e sguardi carichi di preoccupazione corsero fra gli invitati. Petronio vuole morire?
” Quindi, mentre io compirò l’atto che mi porterà dritto nel buio Ade, vorrei che in questa sede avesse luogo il più solenne e magnifico dei banchetti… Cominciate a servire le portate, schiavi! “
I presenti presero posto sui triclini, sempre più imbarazzati e a disagio. Si servivano le porzioni di cibo con movimenti lenti, come se stessero vivendo un sogno.
Tuttavia l’atmosfera cominciò a diventare sempre più festosa, man mano che il banchetto procedeva. Carne di pavone, di ghiro, di quaglia e garum di primissima qualità realizzato con interiora di pesce azzurro ispanico imbandirono la tavola. Angus riuscì ad essere allegro per buona parte del pranzo ma quando vide che vicino a lui Petronio cominciava ad essere sempre più pallido e privo di forze, si sentì raggelare. Sapeva la morte orrenda che aveva deciso di darsi il suo padrone. Con una lama si recideva le vene dei polsi lasciando scorrere il sangue, aspettava che esso si rapprendesse e poi di nuovo se le tagliava. Lasciava che la vita lo abbandonasse ma poi se la riprendeva, con un gesto disperato.
” Angus…”
” Padrone! “
I suoi occhi castani divennero come di vetro.
Una lacrima scese sulla guancia lentigginosa del ragazzo.

Il suo cadavere pesava ben poco quando lo portò in braccio fino alla spiaggia che tante volte in vita Petronio aveva amato, ad Anzio. Il sangue si era raggrumato sui polsi, come un bracciale intarsiato di rubini.
Lo posò sulla sabbia. La schiuma era colore del vino, quando il corpo fu lambito dalle onde. Gli sembrava che il mare intero avesse assunto quella tonalità purpurea, come se avesse indossato un mantello luttuoso.
Un paragone che lui avrebbe apprezzato, pensò il ragazzo.
Gli altri invitati avevano il capo abbassato e guardavano l’uomo che veniva accarezzato dalle onde del Mare Nostrum.

 

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *