Rosso, s’intende!

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Il tuo racconto per Malgradotutto

Continuano ad arrivare al nostro sito i racconti in duemila parole che partecipano al concorso lanciato da Malgrado tutto. Vi ricordiamo che per inviarli c’è tempo fino al 30 novembre. Le modalità di partecipazione le trovate sul sito Malgrado tutto web nella sezione “Il tuo racconto”. La commissione che valuterà i racconti è composta da Carmelo Sardo, Giancarlo Macaluso, Gero Micciché, Toti Ferlita, Agata Gueli, Paolo Terrana e Gaetano Savatteri. Il vincitore riceverà in dono un’opera originale del giovane artista Giuseppe Cipolla, e il suo racconto, assieme agli altri ritenuti meritevoli, verrà pubblicato in volume.
Oggi pubblichiamo “Rosso, s’intende!” di Vincenzo Traina.
Buona lettura.

Rosso, s’intende!

di

Vincenzo Traina

Vincenzo TrainaUn’altra illusione s’era palesata.
Una volta, fino a qualche tempo prima, le realtà scelte, le cose di sostanza, persistevano nel loro essere solido qualche attimo in più.
Adesso, nel tempo sciolto, la solidità svaniva in un attimo.
“Sarà la mia ultima città. La conserverò come mio unico dogma!” si riprometteva a volte mentalmente, a volte sussurrando tra sé e sé, a volte gridando al cielo, Arturo, a ogni passo spinto verso l’ignoto.

 

Pochi anni erano passati da quando tutto era noto, maneggiabile, violentabile: la mia casa, la mia moto, i miei figli, il mio lavoro. Poi, improvvisamente, comprese che nulla era suo, che non si possedeva nulla realmente, che non si aveva diritto su nulla.
Il primo passo verso il dissolvimento fu compiuto.
A breve i passi sarebbero divenuti due: non solo nulla era suo, in fondo nulla era.
La casa perdeva le mura e le finestre divenivano ineffabili buche quadrate; il pavimento tremava e prometteva fragilità e caduta.
La moglie e i figli? S’erano fatti oggetti incomprensibili quando non furono più illuminati dall’affetto.
Il lavoro? Una cella, utile solo a colmare le ore: un suicidaore.
Ora camminava tra le vie strette di quella città. Un borgo medievale, come ve ne sono a iosa nel centro dell’Italia. Rimasto integro nei secoli, non aveva provato le gioie del crollo. Materia di pensiero per il giovane Arturo che, appena trentenne, aveva sentito tutti i brividi che precedono la caduta.
“Dio è morto. I valori marciscono tra le bocche sporche degli ipocriti e dei predicatori assetati di denaro, tra le bocche di coloro che comprano denaro con menzogna sonante. L’uomo è uno spettro, procede come un non-morto stokeriano, e questa città, questa stupida città, mi mostra fiera le sue mura integre, le sue chiese ancora intatte, ma mute di spirito. Vorrebbe mostrarmi pure la sua gente, una volta viva, intraprendente perché credente, ma arrossisce e tace”.
Queste parole Arturo le disse ad una giovane sconosciuta, incontrata per caso tra le vie del porto. Le offrì del vino, sentì che quella donna, come lui, ne aveva bisogno. Doveva riscaldare un’altra notte, prima che il freddo glaciale dei clienti ricoprisse quella giornata agostana.
“Non vivo un’ estate da due anni”, lei si confessò, “Sono stata buttata in questo posto, mi hanno insegnato metodo e disciplina, i segreti del mestiere, e adesso sono qui. A tutto ci si abitua, ma non alla glacialità delle mie sere. Dovrei essere cinica. Lo diventerò”.
Era la puttana del luogo.
Riprese il suo bicchiere e lo ingoiò d’un sorso, sperando in una nuova offerta di vino dallo sconosciuto.
Arturo la guardava e continuava a riempire il bicchiere. Non parlava, si limitava a pensare.
“Unire due deserti, il mio e il tuo…che bel paesaggio…”.
“Hai detto?”.
“No, parlavo del caldo, non si respira più. Forse sarebbe meglio passare alla birra, ma è troppo volgare per offrirla a una donna”. Si pavoneggiò per un attimo e si accorse che la vanità, il gusto delle belle parole, era duro a morire.
Quel vino rosso una volta prometteva passione, gioco, liberazione d’ogni istinto, gioia del corteggiamento, vita. Adesso tutto era cambiato: rosso o bianco, dove sta la differenza?
“Ti lascio la bottiglia. Vado a pagarla. Buona serata”.
Elihu Vedder. MemoryA nessuno dei due importava come l’altro si chiamasse: lei era una puttana, lui aveva smarrito ogni identità.
Uscì dal locale, fumò un paio di sigarette consecutivamente e si appoggiò un attimo su una panchina. Rimase lì, inebetito, ad osservare il mare.
La giornata stava tramontando, la gente sorseggiava un aperitivo nei bar mentre lui negava tutto: rifiutava ogni sole, pensandolo cretino, ripudiava le stelle, puttane del cielo, ed in fondo pure quel mare non aveva mai brillato per spirito di intelligenza né quando è stato calmo né quando ha fatto battere il petto dei pescatori di paura.
“Ridicolo, tutto ridicolo. Quella marmaglia che adesso beve il proprio bell’aperitivo – loro hanno ancora la certezza che sia loro – fino a pochi minuti fa stava sulla spiaggia, nel proprio duemetriperuno di tovaglia – quanto somiglia ad una bara! – a girarsi e rigirarsi al sole. Prima la schiena e poi il davanti, poi il davanti e poi la schiena. Un’unzione d’olio abbronzante e di nuovo a girarsi o rigirarsi.
Ma siamo uomini o pollo arrosto?”.
L’ultima frase fu urlata con rabbia.
Ormai somigliava ad un folle, ad un lupo abbaialuna.
Qualcuno sghignazzò – soprattutto i bambini – qualche altro fece finta di non farci caso. Una madre controllò i figli che osservava mentre giocavano vicino a quella bestia strana.
Nessuno lo temette. Non era un lupo, ormai era uno spettro e l’uomo fa paura solo quando assume la forma del lupo, non l’incorporeità del fantasma.
Eppure il mare una volta era suo amico.
Il vino era suo amico (il rosso, s’intende, con il bianco non si era mai incontrato).
Le stelle e il sole in cielo coronavano la sua vista.
Con loro aveva intrattenuto un’alleanza poetica fino a quando credette di essere uomo. Nelle sue orecchie, gli oggetti del cielo avevano sussurrato parole gentili, suoni profondi e lontani nel tempo. I suoi occhi erano stati invasati di luce gloriosa. Aveva ammirato le sfumature che conducono le Muse in terra e che le accompagnano felici nel cuore degli uomini.
Ma allora era un uomo.
Ora lui si sentiva una cosa, una cosa tra le cose.
Tutto era stato livellato.
Le stelle e il fuoco dell’accendino, le vergini e le puttane, se stesso e quel cane, il mondo e il nulla.
Sapeva in fondo che quell’ultimo dogma – la nuova città – sarebbe crollato ben presto. Lo sentiva già desustanziarsi. Fragile, perdeva solidità. Si perdeva nell’aere.
“Ed io cretino! Credo ancora che cambiare città faccia bene, cambi lo sguardo! A che pro cambiare città se, assieme alle valigie, si porta con sé se stesso!”.
Tutto vano. Tutto incementato in un blocco monolitico, in un indistinto magma primordiale, come quando le essenze non esistevano, come quando le individualità sonnecchiavano tranquille tra le pieghe del Tutto.
Arturo aveva rifiutato le differenze pur sapendo che sono le differenze a conferire valore.
Una volta tra Dio e le piante si innalzava la scala degli esseri: le piante, i lombrichi, i mammiferi, gli uomini, gli angeli, Dio. E tutto valeva almeno qualcosa.
Adesso tutto s’è unito e nulla potrà sciogliere più questo blocco.
Quella panchina portava cattivi pensieri, quella città non alleggeriva nulla, era lui il problema.
Avvicinava con la mente quell’acqua del mare.
“E se dalla teoria passassi alla pratica? Se aiutassi la natura nel mio dissolvimento? Se mi dissolvessi nel mare?
I pesci di certo non si lamenterebbero della mia presenza.
Sarei discreto. Scenderei in fondo all’umido fosso – cos’altro è il mare? – e mi poggerei silenzioso tra i più profondi sassi marini”.
Ma quello non era il tempo adatto e lui lo sapeva.
Aveva con sé un’ultima bottiglia di vino. Nero d’Avola: rosso impietoso.
Il vino aveva nella sua mente un effetto vivificatore, cacciava i pensieri ultimi, incitava il sangue a correre più in fretta, a dar forza alle membra. Ne prese un sorso, tappò la bottiglia e sentenziò: ” Il mio uccidipensieri preferito!”.
Il quadro di Giuseppe CipollaChiuse gli occhi per un attimo, ma non sognò. Non perse né lucidità né senso della presenza.
Passò lì una mezz’ora, mentre la gente continuava a passare, i camerieri servivano nuovi aperitivi a nuovi clienti, le stelle aumentavano di numero e di luce in cielo, i bambini instancabili a giocare, le madri ad osservarli preoccupate, i pensieri nella sua testa a tormentarlo.
Ma i minuti passarono e si accorse di aver riaperto gli occhi.
Due nuove presenze occupavano la sua vista: due giovani innamorati che promettevano vita. Maneggiavano una macchina fotografica, ne studiavano le funzioni, premevano dei pulsanti forse a casaccio e poi, curiosi, osservavano quello che accadeva. Ma le conseguenze non furono eclatanti: qualche flash buttato al vuoto.
Continuò ad osservarli. Sentiva intorno a sé pulsare una vitalità che prima, quando era solo col suo vino, non c’era.
Ora stavano seduti, parlavano piano.
“La gente che ti salva di solito non la si conosce. E ti salva solo perché non sa l’effetto che sta producendo sull’altro. Se invece lo sapesse…Chissà forse questi due ragazzi mi faranno tornare all’albergo meglio di quando ne sono uscito”.
Sembravano in attesa di qualcosa, ma a lui non interessava indagare intorno all’evento atteso. Il suo sguardo si era poggiato placido sui movimenti dei due, sui loro piccoli e gradevoli giochi, sulle mosse gentili della gioventù.
Riaprì la bottiglia di vino. Vino, poesia e gioventù si fanno splendida compagnia.
Svuotò in un sorso metà del contenuto della bottiglia.
Riprese a osservare la coppia.
I due cominciarono ad agitarsi e assieme a loro, il mare.
Si alzarono di scatto, ripresero la macchina fotografica sepolta tra la sabbia.
Una nave si avvicinava al porto. Uno yacht. Grande. Lussuoso. Carico di gente divertita, carico di champagne, di ori, si sorrisi e di sguardi vuoti, di ragazze e di vecchi miliardari.
“Sono loro, sono loro! Sbrigati! Ecco la macchina! Scatta! Adesso!”. La ragazza sembrava eccitata, quasi infuriata.
“Si fa così! Schiaccia quel maledetto pulsante!”.
Una folla si era spinta verso quel luogo e i tavolini dei locali erano rimasti vuoti. Attorniavano la panchina di Arturo che si sentì quasi soffocare.
“Sono loro, che emozione!”, urlò una vecchia zitella del luogo.
Un padre sollevò una bimbetta, la poggiò sulle spalle e la incitava a guardare laggiù, quella bella nave, quella bella gente.
Le stelle smisero per un attimo di brillare in cielo.
Non se la sentirono di far concorrenza all’altro spettacolo. Ubi maior…
Tutto si riempì di voci, di rumori.
La folla, da massa inerme si nullificò ancor più fino a diventare ciarpame.
La nave era di proprietà di un miliardario e tra i suoi ospiti primeggiavano dei personaggi celebri della televisione. Questo era il pasto odierno per la folla.
Una giovane attrice scese ed ebbe applausi prima, insulti dopo, quando la folla capì che quella stella dello spettacolo andava per la propria via senza un cenno di saluto, d’affetto.
“Questo è troppo!”. Arturo si alzò, spintonò la gente per passare e corse via.
“Potessi divorziare da questa specie lo farei…”, sconsolato biascicò.
La sera procedette e si fece notte.

Il giorno che seguì in quella città vi fu materia di cronaca nera.
Un giovane, di identità ancora ignota, fu ritrovato in mare.
L’inchiesta s’era chiusa ben presto: disgrazia.
Il giovane aveva voluto fare il bagno dopo aver bevuto una dose eccessiva di vino (Rosso, s’intende!).

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