Ritratti: Frà Diego La Matina

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L’eretico racalmutese amato da Sciascia bruciato dall’Inquisizione

Part. della copertina del libro di NatoliFiglio di Vincenzo e di Francesca di Gasparo, Diego La Matina risulta, dai registri conservati nella Matrice di Racalmuto, battezzato in quella chiesa intitolata all’Annunziata, il 15 marzo 1622: padrini uno Sferrazza, di cui non si legge più il nome, e una Giovanna di Gerlando di Gueli; officiante, il sacerdote Paolino D’Asaro. Era Signore di Racalmuto, a quel tempo, il Conte Girolamo II Del Carretto, che, appena due mesi dopo il battesimo di Diego La Matina, veniva assassinato per mandato di un monaco del convento degli Agostiniani Riformati, certo Evodio o Fuodio da Polizzi. Non un monaco qualsiasi, per essere esatti, ma addirittura il fondatore del convento. Non informato (è sperabile) sull’assassinio di cui era stato mandante, lo storico Vito Amico dice “pio” il monaco.

Diego La Matina era già, tra i Riformati di S. Agostino, arrivato al II degli ordini maggiori, e cioè al diaconato, quando, nel 1644, e cioè a 22 anni, fu arrestato dall’Inquisizione. Il teatino Girolamo Matranga, che sui casi di Frà Diego e sulla definitiva condanna pubblicò nel 1658 una relazione, dice che fu quella volta arrestato come “scorridore di campagna”, e cioè come brigante. Ma non si capisce perché dall’Inquisizione, che interveniva di solito in casi di eresia. Comunque, fu quella volta rilasciato. Ma di nuovo arrestato l’anno successivo e rilasciato ancora, tornò nelle carceri inquisitori ali l’anno appresso, 1646. Processato, ritrattò i suoi “propositi ereticali” e ne fu assolto: ma con la condanna di andare a remare, non si sa per quanti anni nelle galere. Ma mentre scontava tale condanna di nuovo cadde nell’eresia e ne fece anzi propaganda tra i suoi compagni di sventura. Lo riportarono in carcere, lo riprocessarono, lo condannarono a stare “recluso murato in perpetuo in una stanza”; ma “con meraviglia di chi vide il loco, ed il fatto udì, aprì delle segreti carceri fortissimo muro” e servendosi della corda che si usava per torture si calò fuori, fuggì nella campagna di Racalmuto. Le grotte di Frà Diego (foto P. Tulumello)

Non si sa quando, precisamente, fu ripreso, in quella campagna, cui è rimasto il suo nome. Riportato nel carcere inquisitoriale, tra la fine di marzo e i primi di aprile del 1657, gli venne fatto di uccidere, colpendolo con le manette che gli stringevano i polsi, l’Inquisitore di Sicilia Don Giovanni Lopez de Cisneros: presumibilmente durante un interrogatorio con relativa tortura. Condannato a morire sul rogo, la sentenza fu eseguita nell’Atto di fede del 17 marzo 1658.
Ma quale fu l’eresia di Frà Diego? Questa domanda ha incontrato finora, nella relazione del Matranga, nelle cronache, nelle carte d’archivio, una specie di congiura del silenzio. Mentre di tanti altri eretici condannati si trova definitiva e qualificata la loro colpa, più o meno genericamente, di quella di Frà Diego nulla ci è dato sapere. Ma appunto da questo nulla, da questo silenzio, da questa compatta omertà, si può cavare una ipotesi: che la sua fu un’eresia più civile e sociale che teologica. La sua vicenda si svolge del resto in anni di inquietudine sociale, di rivolte popolari, di congiure che si possono approssimativamente dire borghesi. Affratellandolo ai rivoltosi del 1647 e ai congiurati del 1649, Luigi Natoli ha in qualche modo intuito l’eresia di Frà Diego: un’eresia che non si poteva qualificare e definire senza pericolo di sedurre altri “nelli soi errori”, come dice il Matranga quando parla dell’effetto che i discorsi di Frà Diego ottenevano tra i compagni di pena.

Dal saggio introduttivo di Leonardo Sciascia al libro “Frà Diego La Matina” di Luigi Natoli edito da Flaccovio, Palermo

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