Riposa in pace, Spelacchio

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La fine prematura, a Roma, dell’albero di Natale di Piazza Venezia.

Era  nato e cresciuto in un bosco della Val di Fiemme, e di tutto il mondo conosceva solo quell’angolo, verde d’estate e bianco d’inverno; ma era sicuro che fosse il posto più bello della terra. Non poteva che essere così. Diventava ogni anno più alto, ed era orgoglioso di far parte di quell’incantevole tappeto verde scuro che rivestiva le pareti della valle.

Da sempre gli abeti più vecchi raccontavano ai giovani le “storie della valle”, e così lui aveva imparato tante cose. Sapeva che lì c’era stata una guerra lunga e terribile, che aveva fatto tantissimi morti. Quasi tutti ragazzi che parlavano lingue diverse e vestivano in modo diverso, ma che che erano morti della stessa fame, dello stesso freddo, delle stesse malattie e  uccisi dal nemico con bombe, fucilate e baionettate. Che avevano perso gambe, braccia, occhi, e la speranza di una vita normale. E tutto senza avere mai veramente capito quale fosse il motivo per  scannarsi in quel modo.

Sapeva anche che un giorno sarebbe arrivata la sua fine, ma non ne aveva paura, perché gli alberi non pensano come gli uomini. Gli avevano raccontato che un abete può finire in un camino, in calore, scintille e fumo che sale fino al cielo; o può diventare una sedia, o un tavolo, e passare tanti anni in famiglia con gli uomini. A lui, se avesse potuto scegliere, sarebbe piaciuto diventare barca, così avrebbe potuto finalmente vedere il mare, l’unica cosa che gli abeti anziani dicevano fosse altrettanto bella della valle.

Sapeva che certe curiosità un abete giovane se le sarebbe dovute tenere a lungo, e invece un bel giorno tre uomini si erano fermati proprio sotto di lui.

– Allora prendiamo questo qui?

– Direi che va bene.  Un peccato, però.

– Che ci vuoi fare.  Deve essere bello. Sai dove lo metteranno?

– A Roma, da qualche parte.

– A piazza Venezia. Nel posto più giusto.

– Ma non c’è il balcone da cui si affacciava Mussolini?

– Che c’entra stupido. C’è pure l’Altare della Patria col Milite Ignoto, no? Lo sai che forse il Milite Ignoto proviene da queste parti?

– Come no.

– Ma dai, che non sai niente. Fagli il segno sulla corteccia.

– Non c’è bisogno, io gli alberi di qua li conosco uno per uno.

Lo avevano abbattuto e lo avevano trasportato a Roma, nella grande piazza. Lo avevano messo dritto sostenendolo con certi tiranti, poi lo avevano riempito di luci e palle d’argento mettendogli persino una stellona sulla cima. C’era stata pure una cerimonia in presenza della sindaca. Tutti allegri e contenti… ma nessuno sembrava accorgersi del fatto che lui stava male. Perdeva aghi, seccava rapidamente. Moriva.

Qualcuno cominciò a chiamarlo “Spelacchio”, e in pochi giorni il nomignolo ha fatto il giro dell’Italia.

Oggi, 19 dicembre, il povero Spelacchio, albero di Natale che il Natale non lo vedrà mai,  è stato dichiarato ufficialmente morto.

Tutto quello che fa “audience”, in questo Paese in cui la politica si fa a colpi di media più che di fatti, viene subito cavalcato e strumentalizzato, e sono sicuro che Spelacchio non farà eccezione.

Intanto è cominciato il balletto delle responsabilità. Qualcuno dice che è era già malato quando era stato scelto; qualcun altro che è stato trasportato male.

Ma il bello deve ancora arrivare. Qualche ambientalista dirà che è stato fatto secco dal traffico di piazza Venezia. Qualche nemico della Raggi dirà che non è stato collocato nel modo giusto. Qualche amico della Raggi dirà che gli sono state somministrate due iniezioni letali per screditarla: una dalla sinistra e una dalla destra, ovviamente d’accordo. Qualche nemico di Salvini dirà che l’iniezione letale gliel’hanno fatta i leghisti in Trentino. Qualche amico di Salvini dirà che l’albero ha sofferto troppo nell’essere trasferito a ”Roma Ladrona” perché era trentino.  Qualche amico del neo presidente austriaco dirà più o meno la stessa cosa, sostituendo “trentino” con “südtiroler” e “Roma Capitale” con “ capitale nemica”. Qualche nemico del neo primo ministro austriaco Kurz dirà che l’albero è solo la prima vittima di un’operazione segreta contro il nostro patrimonio forestale, di cui si sa anche il codice: “Weder unsere Noch deine“, “Né nostro né vostro“. Qualche nemico di Putin dirà che il demodittatore ha ucciso l’albero nel quadro delle azioni messe sotterraneamnete in campo per disgregare l’Europa, che gli serve divisa per non avere rotte le scatole in Crimea e in Medio Oriente. Qualche amico di Putin dirà che è stata la CIA per fare cadere la colpa sulla Russia. Gli unici a non dire niente sarano i nemici di Trump, ma solo perché non hanno bisogno di inventarsi cosucce del genere, dal momento che il “fino-a-oggi-presidente” americano gli fornisce ogni giorno materiale ben più interessante.

Riposa in pace, Spelacchio. Può darsi che qualcuno si ricordi che sei pur sempre un abete, e ti usi per rivestire le pareti di una baita o di una birreria della tua Val Fiemme.

O chissà, se sei proprio fortunato potresti diventare parte di una barca che ti porti lontano da qui. Mooolto lontano.

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