Ripartiamo da cultura e legalità

|




Pubblichiamo la lettera che Felice Cavallaro, giornalista del Corriere della sera, ha inviato prima dello scioglimento del comune di Racalmuto ad alcuni esponenti di partiti storici che gli avevano proposto la candidatura a sindaco

Ripartiamo da cultura e legalità

Un progetto di reale rinascita del paese è possibile, purchè a portarlo avanti siano gli uomini di tenace concetto

La statua di Sciascia fotografata da Alessandro GiudiceCari amici, con calorose e affettuose telefonate mi avete chiesto da domenica scorsa di dare un mio contributo alla rinascita della nostra amata Racalmuto accettando di concorrere alla carica di sindaco per le prossime elezioni. Sono lusingato e vi confesso che la proposta ha determinato un travaglio in me, tentato e dissuaso allo stesso tempo ora dall’entusiasmo di un diretto impegno per la terra delle mie radici ora da incompatibilità evidenti del ruolo con la mia professione di giornalista svolta prevalentemente in una Sicilia dove troppo spesso s’incrociano vita politica e cronaca giudiziaria. E’ stato davvero un tormento per me in questi giorni quasi soffocare le vostre appassionate sollecitazioni che oggi mi vedo costretto a deludere con un diniego motivato essenzialmente per quella incompatibilità già evidente a me stesso sin dalla prima telefonata, ma confermata al massimo livello del giornale per cui lavoro. Si tratta di un motivo tranciante che, eseguito ogni ulteriore accertamento, mi impedisce di accettare la proposta, pur restando in me la convinzione di avere a questo punto firmato una cambiale da scontare nel futuro, anche nel futuro immediato, per un paese in cui tornare e impegnarsi soprattutto sul fronte della cultura e della valorizzazione di un tesoro sul quale siamo seduti da troppo tempo senza sfruttarlo adeguatamente. Penso a quel circolo virtuoso che attorno a Racalmuto si potrebbe attivare collegando, sullo sfondo dei Templi di Agrigento, come tappe obbligate per studiosi e visitatori, il Teatro Regina Margherita, la Fondazione Sciascia, la sua tomba, il Castello chiaramontano, il Castelluccio, le miniere, le cantine, le risorse di paesi vicini, a cominciare da Grotte.

Ecco il tesoro che potrebbe consentire ai giovani di restare nella loro terra senza dovere ambire a precarie occupazioni in amministrazioni pubbliche in passato maldestramente gonfiate per ragioni clientelari e adesso soffocate dalla mancanza di risorse. Seppure da lontano, ho seguito con afflizione le vicende giudiziarie che si sono abbattute su questo nostro paese indissolubilmente legato al nome di Leonardo Sciascia. Vedere sbalzare di sella un sindaco per una indagine di mafia seguita da un proscioglimento, apprendere dell’arrivo di commissari in un municipio soffocato da pesanti pressioni esterne, sapere di una comunità paralizzata in attesa di eventi incerti come il possibile scioglimento del consiglio comunale addirittura per sospette infiltrazioni mafiose ha turbato il mio animo come deve essere accaduto in voi, nei cittadini onesti, nei tanti giovani che maturano sulla scia di quei ragazzi di “Malgrado Tutto” da me tante volte sostenuti nelle battaglie per la trasparenza, per la legalità, per il rilancio di una economia sana. Pur avvertendo una mia inadeguatezza al ruolo, spaventato dai pesi che il nuovo sindaco dovrà sopportare e cosciente dei sacrifici richiesti alla pubblica amministrazione gonfiata a dismisura, in questi giorni di riflessione ho pensato alle speranze accese proprio all’inizio degli anni Novanta, quando con alcuni di voi, dalla piazza fra la Matrice e il Castello, invitavo i racalmutesi a ritrovarsi nel “partito del geranio”. Un “partito” senza tessere, un partito che avrebbe dovuto crescere in tutti noi come un “partito della bellezza”, e lo dicevamo anticipando lo Sgarbi di oggi perché ne parlavamo già alla fine degli anni Ottanta, quando Sciascia ci lasciò fra polemiche astiose. Ricordate il fuoco di fila sui cosiddetti professionisti dell’antimafia da parte di quella che si autocelebrava come intellighenzia ufficiale antimafia? Furono Paolo Borsellino e Giovanni Falcone venendo a Racalmuto a spiegare come stavano le cose. Vennero perché da noi invitati a una manifestazione che autoironicamente chiamammo “Il paese della ragione”. Riferimento esplicito a un piccolo paese che, pur spesso senza trovare ragione, offriva la sua piazza al Paese per passare dallo scontro al confronto. Evoco quell’evento perché fu il tentativo di accendere dal paese di Sciascia i riflettori sul Paese Italia. Pagina di speranza strappata poco dopo da una strage di mafia eseguita in quella stessa piazza, primo passo verso una voragine che ha inghiottito la ragione.

Occorre adesso unire attorno a un progetto di reale rinascita gli uomini di tenace concetto, se ce ne sarà il tempo, se i guasti accumulati da chi ha amministrato il municipio in questi ultimi anni non sfoceranno in provvedimenti governativi finalizzati ad un riassetto in grado di liberare gli uffici da vizi antichi. Sappiamo che incombe lo spettro di un commissario prefettizio, ma soprattutto in questo caso gli uomini di buona volontà dovranno mettersi subito all’opera per realizzare comunque la svolta. La rinascita di Racalmuto, come per tanti altri paesi meridionali, non può non ripartire da una cultura della legalità capace di sconfiggere quella mafiosa, spesso presente non solo nelle azioni di cosche e clan organizzati, ma anche in una mentalità bacata, talvolta riflessa da atteggiamenti in cui arroganza, sopraffazione, ambiguità si miscelano avvelenando l’aria che respiriamo. Parlo dell’atteggiamento di sufficienza che circonda chi lavora per il bene comune, talora scrutato di sbieco, quasi commiserato, pensando che qualsiasi cosa si pensi e si tenti di fare “munnu era, munnu è e munnu sarà“, riproponendo in mille modi la maledetta massima per cui nulla nel mondo, nel nostro minuto mondo, mai muterà. A noi, forse marchiati dai cliché gattopardeschi, il compito di liberarci dei nostri vizi. Ho colto questa aspirazione ad azzerare gli errori del passato parlando in questi giorni con voi, con alcuni giovani, con protagonisti della vita pubblica pronti ad accettare anche gli effetti del vento nuovo che potrebbe recidere qualche ramo del nostro albero. Mi auguro che dalle parole si passi ai fatti con il progetto per il quale non mi tirerò indietro, seppure fuori dal ruolo adesso proposto.

Grato a voi, sempre più legato alla nostra grande Racalmuto.

Felice Cavallaro

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *