Ribera. Quegli esami di maturità che fecero scandalo

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A farlo scoppiare, nell’estate del 1965,  un’inchiesta del quotidiano “La Stampa”. Minacce, intimidazioni e pressioni di ogni tipo sui docenti che facevano parte della Commissione

altReticenze, minacce, ambiguità. C’è tutto questo e anche di più,compresa un pò di mentalità mafiosa, nella storia che vi raccontiamo.
È l’estate del 1965. Carmelo Pace non è ancora nato. E non solo lui.
All’istituto magistrale di Ribera “Francesco Crispi” sono in corso gli esami
di maturità. A far scoppiare la bufera è il presidente della commissione: un anziano e severissimo professore di Rieti, che si chiama Vincenzo De Angelis.Durante le prove orali De Angelis improvvisamente si dimette dalla carica.Ufficialmente si dà malato. In realtà, come si apprenderà da un esposto anonimoche da Ribera arriva al ministero della pubblica istruzione, è spaventatissimo dal clima di minacce che aleggia attorno agli esami.Clima intriso di pressioni, raccomandazioni, consigli non richiesti, pretese assurde come quelle di cambiare giudizi negativi già assegnati. Giorni prima qualcuno aveva fatto notare al professore De Angelis che non era il caso che uscisse da solo. Non si sa mai cosa potrebbe capitarle, magari un colpo di lupara, gli fu detto.

 I riflettori sulla vicenda, prima che i giornali siciliani, li accende il
quotidiano nazionale “La Stampa”. Lo fa perché della Commissione fa parte anche un docente torinese, Antonio Reviglio. Torino è la città dove il giornale viene pubblicato. Ed è nel repertorio storico de “La Stampa” che abbiamo scovato questa storia.
Che incuriosisce alquanto. Anche perché a finire sotto accusa, come accade spesso in Sicilia e come d’altra parte continuerà ad accadere anche in futuro, è chi le minacce le ha subite. Il provveditore agli studi di Agrigento Alberto Meli non esita ad attaccare chi – dice – ha messo in giro voci infondate. Una montatura scandalistica, dice il funzionario durante una conferenza stampa in cui i cronisti de “La Stampa” sono additati come provocatori, anche dai colleghi siciliani.
Per Meli quelle che circolano sono tutte stupidaggini, perché – dice – Nessuna minaccia è avvenuta. Il professor De Angelis viene facilmente additato al pubblico ludibrio. Di peggio accade al professor Reviglio. Mentre pranza in un ristorante agrigentino, un cameriere gli si avvicina e gli consiglia di non rendere ancora pubblici i voti da lui già dati ai concorrenti se non dopo averli modificati, ovviamente in senso migliorativo. Le cose si vengono a sapere, riferisce con l’aria di chi la sa lunga il cameriere di fronte allo stupore del docente che non si spiega come i suoi giudizi, ufficialmente riservati, siano già noti a qualcuno.
Il ministero intanto dispone che la sede d’esami venga spostata da Ribera ad Agrigento. Una scelta che il provveditore Meli, per il quale chiedere una raccomandazione non corrisponde ad alcuno scandalo, accetta a denti stretti.
Come dire: non ci sarebbe bisogno di tutto questo can can.
Di fatto però il clima è ormai quello dei genitori che scortano i figli. Per
rendere simbolica, non solo con le parole ma anche con i comportamenti, la pressione ai commissari d’esame.
I giornalisti intanto si precipitano a Ribera. La Stampa pubblica un’inchiesta a puntate. Ad uno dei cronisti che va in giro nei circoli e tra la gente, il padre di una esaminanda chiede: “Se cinquanta allievi forniscono tutti risposte sbagliate, lei che farebbe?”. Il cronista risponde: “Li boccerei tutti”. Il genitore replica che no, che non è giusto bocciarli, perché l’esame deve essere un colloquio, e non una fiera del nozionismo. Eppure gli strafalcioni che si odono alle prove d’esame sono irripetibili. Alla domanda sul nome di almeno un fiume che sfoci nell’Adriatico una giovane risponde: “Il Mississippi”. Eppure a finire sulla graticola sono i docenti.
“Nelle commissioni vogliamo professori siciliani, quelli torinesi vadano a
fare i commissari nelle scuole di Torino”, dicono i familiari di ragazzi e
ragazze sotto esame. Aggiungono anche: “Siete voi settentrionali che non vedete altro che mafia”. Già. La colpa è dei giornalisti. Qua è un’oasi di pace, un luogo tranquillo, non succede nulla. Ergo: la mafia non esiste. Il tempo èquello.
Insomma: il clima è quello che induce il sindaco di Ribera, il comunista Santo Tortorici, a chiedere incidentalmente la rimozione del preside del “Crispi”, che con la commissione non c’entra niente ma che in ogni caso è accusato di aver fatto assunzioni illegali di bidelli e docenti.
Il clima è quello della voce di diplomi comprati a 200 mila lire o di uno
sconosciuto docente che si fa dare 40/50 mila lire da ciascun allievo da
promuovere grazie ad una sua raccomandazione. È di questo che parla un giornale locale, che per questa grave accusa non subirà alcuna querela.
Un deputato democristiano, il noto onorevole Gaetano Di Leo, che di Ribera era stato sindaco prima di Tortorici, chiede un’inchiesta dettagliata. Ma neanche lui accetta il clima di caccia alle streghe. Intanto il professor Reviglio racconta la sua verità. E non esita a smentire lo stesso provveditore agli studi di Agrigento, confermando le intimidazioni e le pressioni.
E l’esito delle prove di luglio è disastroso. I privatisti vengono tutti
bocciati o rimandati agli esami di riparazione. Solo uno di loro si salva. I
rimandati si rifanno a settembre. A farcela dieci su tredici. Ma la commissione nel frattempo è cambiata. I docenti sono tutti siciliani. Anche Reviglio, che nel frattempo si è sposato, ha preferito togliere il disturbo.
La Procura della Repubblica ci mette tre mesi prima di decidersi finalmente ad aprire un’inchiesta. Manco a dirlo, senza alcun esito.

Massimo D’Antoni

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