Regionali. Chi vincerà in provincia di Agrigento?

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Gli interrogativi della vigilia del voto. Chi ce la farà del PDL: Fontana, Iacolino o Bosco? Perchè Alfano non si è fatto vedere durante la campagna elettorale? Firetto col vento in poppa, ma l’UDC supererà il 5%? I malumori del PD e il nuovo che non avanza: Panepinto o Di Benedetto? Ci riprova con SEL Miccichè. E poi Cimino, Di Mauro e Gentile. Ci sarà posto per tutti? E infine l’incognita 5 Stelle.

altDi questa campagna elettorale c’è un solo elemento certo: abbiamo assistito a manovre, alleanze strategiche, scelte di campo, cambi di rotta, punzecchiature velenose, comunicazioni populistiche o kamikaze, insomma a tutto ciò che media e politica hanno insegnato in questi ultimi anni e a nulla che possa somigliare concretamente ad una proposta per la Sicilia.
Pur nella consapevolezza del profondo divario tra chi ha finora governato e il popolo siciliano, e malgrado la totale disaffezione espressa da parte degli elettori nei confronti della politica, i detentori del potere hanno giocato le loro ultime carte puntando sul disgusto, sulla nausea, sull’accentuazione della divaricazione sociale.
Il risultato è facilmente intuibile: a costo di rischiare l’ingovernabilità, con percentuali di gran lunga risicate rispetto ai grandi numeri del 61 a zero, la politica radicata, quella che non intende schiodarsi dalle poltrone, ha giocato il tutto e per tutto sull’elettorato clientelare, lasciando a casa il popolo degli indignati. Meglio il poco e sicuro, coi tempi che corrono e dopo le pessime esposizioni mediatiche sulle cronache italiane di esponenti di ogni compagine politica.

 

Detto ciò, credere che i Grillini domenica prossima possano smuovere oltre due milioni di probabili astenuti è fantascienza.La voglia di cambiamento proposta dagli aspiranti deputati non è una leva innovativa e la delusione dei cittadini è talmente forte, che una gran parte degli aventi diritto al voto continua a giurare che resterà a casa.
altNon è una buona notizia per chi crede, come Grillo, che dalla Sicilia debba partire una rivoluzione capace di trascinarsi dietro l’Italia indignata.
Invero, i tempi non sono così maturi come si vuol far credere, e c’è ancora uno zoccolo duro di correi della mala-politica che di cambiare sul serio non ne vuol proprio sapere. Non esiste nemmeno la possibilità di scegliere di passare dall’altra parte del fiume, da sinistra a destra o viceversa, tale è la confusione generata dalle ultime alleanze tessute dal Governo Lombardo e nelle singole realtà locali.
Quando ancora, a livello nazionale, s’invoca la ricostruzione del partito dei moderati, o quando si chiamano i moderati a sostenere ideologie centriste, qui in Sicilia viene soltanto da sorridere: le ambiguità sono tutte sottolineate dalle attuali alleanze sui candidati.
Ai cattolici più ferventi non è rimasto che scegliere tra le proposte di partiti minori, che a stento potranno garantirsi di toccare la soglia dello sbarramento del 5 per cento, o tuffarsi nell’ignoto di candidati distanti anni luce dalle proprie ideologie e dai propri valori.
Peraltro, una sostanziosa parte di questi partiti minori, che si preannuncia all’opposizione, non potrà certo evitare di stabilire delle relazioni pericolose con il nuovo Governo, dacché di quella vecchia politica, spesso, è anche diretta emanazione. Anzi, potremmo affermare, da questo punto di vista, che si stia assistendo, in anteprima in Sicilia, a quella frantumazione delle grandi coalizioni di partiti ventilata in questi giorni a livello nazionale: una rottamazione tutta gattopardesca, che appare come l’applicazione dell’ormai collaudata teoria del “cambiare tutto per non cambiare niente”, che ha come obiettivo creare nuovi gruppi coesi di peones, pronti a canticchiare inni e a spellarsi le mani per nuovi leader, fino a dimenticare i reali motivi del popolare scontento. Non è un momento quello che stiamo attraversando che ci permette di dormire sugli allori. Anzi, Il peggio deve ancora arrivare e molte famiglie lo avvertono già, con la perdita di posti di lavoro, con una drastica riduzione della spesa di beni di prima necessità e con un’assoluta mancanza di prospettive per il futuro. Se il fondo del barile è stato già scavato dall’amministrazione regionale, c’è da credere che il nuovo Governo possa soltanto continuare a tagliare e sperare negli aiuti europei per dare un minimo di risposte ai siciliani. Intanto dovrà abilmente barcamenarsi per evitare il dissesto finanziario, dovrà pianificare per fronteggiare la mole di debiti, ma dovrà soprattutto continuare a garantire i pagamenti degli stipendi ad un esercito di regionali, precari compresi.
Di tutto questo, al momento, i nostri candidati pare che non si preoccupino più di tanto. Il loro problema è, per ora, riuscire ad occupare un posto all’Assemblea Regionale Siciliana e assicurare alla propria lista una buona affermazione, nonché ottenere quel risultato necessario a far scattare i seggi all’interno del listino.
altChi vincerà in provincia di Agrigento? Nel Pdl pare che ci siano intese per far quadrare il cerchio con ipotetici prestiti di voti da un candidato all’altro, quasi che al posto degli elettori ci fossero semplici pedine su una scacchiera e non persone in grado di scegliere liberamente. Vincenzo Fontana, a quanto si dice, sarebbe disposto anche a qualche sacrificio; eppure nessuno potrà in futuro garantirgli un posto da deputato, nemmeno Angelino Alfano, di cui, in questa campagna non s’è vista l’ombra ad Agrigento. Salvatore Iacolino, sempre abbastanza autonomo in verità, sta correndo, da solo e per vincere, non certo per fare regalie alla lista, visto che è un eurodeputato con data di scadenza. Nino Bosco era andato fortissimo alle passate consultazioni regionali, ma sostenuto dalla totalità degli alfaniani, ora frantumati. E’anche posizionato nel listino e, pur consapevole di un buon consenso nella città di Favara, può al momento incrociare le dita. Poco probabilmente saranno eletti tutti e tre, ma daranno una mano d’aiuto non indifferente al partito. L’affermazione in Sicilia del Pdl e nella provincia di Agrigento sarà un banco di prova per il segretario nazionale Alfano, che ha gli occhi puntati addosso non soltanto da Silvio Berlusconi, ma da tutti i massimi vertici del Pdl in rottamazione.
Banco di prova sarà anche per il Partito Democratico, che si trova a un altpasso dal poter consegnare la Sicilia ad un proprio candidato. Anche in seno al Pd ci sono i malumori e, qui in Sicilia, per motivi diversi da quelli nazionali. Giovanni Panepinto non può essere definito il nuovo che avanza, ma la sua indipendenza e il suo spirito battagliero sembrano essere in tendenza con l’obiettivo del Pd di mostrarsi più vicino possibile alla gente. Non è nuovo alla politica nemmeno Giacomo Di Benedetto, altro deputato regionale uscente, nonché reduce dalla recente elezione a sindaco di Raffadali.
Queste elezioni sono un banco di prova anche per l’Udc, che spera di poter superare abbondantemente il 5 per cento e di individuare nuovi argomenti di contrattazione con il Pdl, ed in particolare con Alfano, nell’ipotesi del “dopo Monti”. Stringe i denti anche Lillo Firetto, alla sua prima esperienza regionale. In città pare che stia sfondando porte aperte, e a Porto Empedocle potrebbe andar vicino a bissare il 95% delle amministratialtve; ma la strada per l’Ars è in salita e i suoi personali successi locali potrebbero non essere sufficienti con una lista sostanzialmente debole e, alla fine, dovrà vedersela con il dato del traguardo che taglierà l’Udc.
Ci ritenta Lillo Micciché, questa volta con Sinistra Ecologia e Libertà, contando sul seguito ottenuto diversi anni fa, quando ancora gli arrabbiati tra il popolo non erano così numerosi.
Anche Michele Cimino, Roberto Di Mauro e Luigi Gentile riprovano a cimentarsi, forti di un seguito costruito in decenni di vita politica. Perfino per loro conterà il dato complessivo di partito. I tre sono a sostegno della candidaltatura alla presidenza di Gianfranco Miccichè e portano avanti ipotetiche battaglie sicilianiste e autonomiste: tentano di toccare il cuore della gente di Sicilia, pur rimanendo ancorati, nella realtà, a sistemi ben collaudati di vetero-politica. Sorprendentemente finanche il presidente della Camera Gianfranco Fini, unico vero big ad Agrigento per questa campagna elettorale, ha sposato le tesi autonomiste portate avanti dall’alleanza Fli-Partito dei Siciliani-Grande Sud.
Di nuovo invero c’è ben poco, a parte le tecniche di comunicazione: mini-riunioni tematiche a inviti, prodotti video-confezionati da diffondere sul web, messaggi personali lanciati sui social network. Addio bagni dalti folla. Quelli sono soltanto per Grillo. Ma la gente che ha applaudito ai comizi andrà a votare? Questo è il punto. Se sì, potrà spostare alcuni equilibri e determinare svolte strategiche a livello nazionale; se no, cambierà ben poco in Sicilia e, a livello nazionale, si rafforzeranno le grandi alleanze sul bipolarismo, lasciando l’Udc determinante ago della bilancia.

                                                                        Anna Maria Scicolone

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