E a Racalmuto la “partita tra frati buoni e frati furfanti finì in pareggio”

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“Accadde all’alba”. Nel suo nuovo libro Silvano Messina, partendo da un fatto di cronaca nera, ci offre un affresco della vita feudale in un borgo del seicento siciliano. La recensione di Carmelo Sciascia.

La nostra storia, la vita di ognuno di noi come la storia degli italiani tutti, volente o nolente, è storia della Chiesa. La religiosità è implicita in tutto il percorso della storia dell’arte, nell’architettura, nel pensiero e nelle coscienze, la si riceve col latte materno e, nonostante i tanti rigurgiti (infantili o in età matura), rimane nel nostro sangue. La letteratura, le storie di cui si compone la letteratura, ci parlano di credenze. Manzoni, ad esempio, come massima espressione letteraria del romanzo in lingua italiana, ne è stato e ne rimane il simbolo.

In tempi a noi più prossimi possiamo ricordare “Il nome della rosa” del semiologo Umberto Eco. Un’opera che parla di religione, ambientata in un monastero benedettino nel 1327, dove si miscelano bene tutti gli ingredienti del pensiero filosofico e teologico del tempo. Un romanzo storico esemplare. Un giallo storico. Il libro di Eco mi è tornato in mente continuamente durante tutta la lettura di un altro libro, edito quest’anno da Edizioni La Zisa, di Silvano Messina dal titolo “Accadde all’alba”.

Il rapporto, della casa editrice e dell’autore di quest’opera, con l’altra precedentemente menzionata di Umberto Eco, è nella notorietà e credo lo sarà nelle vendite, inversamente proporzionale. Ma quante sono le opere cosiddette minori –tra queste sicuramente, anche le mie- che attendono ancora di essere studiate, valutate o rivalutate? Infinite. Obtorto collo: teniamo presente che senza di esse non ci sarebbero i cosiddetti capolavori, non ci sarebbe semplicemente né letteratura, né storia dell’arte!

Silvano Messina prende a pretesto un fatto di cronaca nera: l’uccisione nel 1622 del conte Girolamo II, del Casato dei Del Carretto, Signori di Racalmuto, feudo di quattromila anime posto allora in Val di Mazzara, libero comune di ottomila abitanti oggi in provincia di Agrigento.

È un pretesto, in realtà il libro è un affresco della vita feudale in un borgo del seicento siciliano, dove accanto all’autorità nobiliare iniziava a prendere piede una certa autonomia politica: l’Universitas. Non a caso il sottotitolo dell’opera testualmente riporta: “Nella Sicilia feudale del Seicento primi cenni di modernità”. I fatti narrati sono contrariamente a quanto promesso dal cartiglio dello stemma comunale di Racalmuto “nel silenzio mi fortificai”, molto rumorosi. L’Autore presenta l’opera con il richiamo alle fonti: il Calogero Taverna de “La Signoria Racalmutese dei Del Carretto” e la tradizione orale della “Vox Populi”.

Ogni rappresentazione che si rispetti ha dei protagonisti, principali o meno che siano, così anche noi, tra i principali, annoveriamo: Girolamo II Del Carretto e la sua nobile famiglia, il giudice Pedro Enriquez de Guzman, il padre agostiniano Evodio della famiglia Paramo. Un altro componente della famiglia Paramo faceva parte della Congregatio pro doctrina fidei. Secondo le regole aristoteliche, si potrebbe dire che l’unità di luogo ci è dato dal borgo di Rahalmuto (da Rahal-maut, araba denominazione del paese), l’unità di tempo: dall’alba del primo maggio del 1622 (uccisione del Conte) al 1625 (testimonianza di Donna Beatrice al processo dell’Inquisizione per “sollecitatio ad turpia” del religioso Evodio), ed infine l’azione che, come ci suggerisce lo stesso Aristotele, può essere anche un’epopea e come tale illimitata nel tempo. L’azione nel nostro caso è concettualmente espressa nella ricerca del colpevole, di chi ha commesso l’assassinio materialmente e di chi ne è stato il mandante. È la ricerca, non tanto dell’esecutore materiale dei tanti fatti delittuosi, quanto dei mandanti. Sappiamo ancora oggi quanto essere lunga e difficile, tanto da potersi definire epica, la ricerca dei mandanti. È consuetudine infatti che le indagini si arenino subito dopo avere trovato gli esecutori materiali dei delitti, questo avveniva in epoche lontane come in età a noi contemporanee.

Silvano Messina

E qui rientriamo nel filone del libro giallo. Il libro giallo ha nobili antenati, noi per vicinanza temporale e locale, richiamiamo il compaesano Leonardo Sciascia. E più precisamente “Il giorno della civetta”. Il racconto della storia di questo libro è introdotta dalla scena di un omicidio: Salvatore Colasberna, presidente di una piccola impresa edilizia chiamata Santa Fara, viene ucciso in piazza Garibaldi, la piazza principale del paese, mentre sale su un autobus.

Lo stesso avviene per il libro del Messina che inizia con la scena di un omicidio: il conte Girolamo II viene ucciso mentre si affaccia dal balcone del suo castello. Semplice coincidenze letterarie.

Gli omicidi però continuano, in un crescendo di inquietante curiosità il lettore segue gli sviluppi delle indagini condotte con scrupolosa coscienza dal giudice, inviato da Palermo, su richiesta dei Del Carretto, Pedro Enriquez de Guzman.

I delitti continuano. Nell’opera di Leonardo Sciascia, dall’omicidio iniziale de “Il giorno della civetta”, giungiamo a “Il Contesto”. In questo libro la trama è diversa che in altre opere del Maestro di Racalmuto ed è costellata da numerosi ed oscuri delitti. Dal singolo omicidio mafioso con cui prende avvio “Il giorno della civetta” si giunge alla molteplicità di oscuri delitti politici con cui termina “Il contesto”.

Ed è la stessa aria che si respira in “Accadde all’alba”. L’elemento politico, il contrasto tra poteri forti, prende il sopravvento sull’omicidio d’onore, il tanto discusso e noto principio dello “ius primae noctis”! L’evoluzione concettuale delle due opere di Sciascia la troviamo così condensata in quest’unica opera. Ci sono qua e là delle frasi dialettali, il linguaggio è comunque lontano da quel “vigatese” colorito e forbito di Andrea Camilleri. Le espressioni servono in questo caso a tenerci ancorati al territorio, sono una sottolineatura linguistica, come le frasi latine del già citato romanzo di Eco “In nome della rosa”. Niente di più, niente di meno. Così come il giudice Pedro Enriquez de Guzman nulla ha da invidiare al frate francescano inglese, Guglielmo da Baskerville, tranne che l’essere privo del suo allievo Adso da Melk.

E sempre di religione e di frati si torna a parlare. Diciamo che con “Accadde all’alba”, la partita a Racalmuto tra frati buoni e frati furfanti, finisce in pareggio. Tant’è che da una parte abbiamo presente Fra’ Diego La Matina, un frate di “tenace concetto” come lo definisce Leonardo Sciascia e di cui ci aveva già fatto conoscere le gesta Luigi Natoli, eretico condannato al rogo dalla Santa Inquisizione (unico ad avere ucciso il proprio Inquisitore), dall’altra adesso abbiamo frate Evodio, anch’egli eretico ma non un uomo di tenace concetto, quanto un persuasore di consessi carnali, un rampante della politica di quel tempo. Coincidenze: stesso ordine religioso, sono entrambi agostiniani, medesimo il convento di San Giuliano, li accomuna un delitto d’onore (o presunto tale), e poi una data il 1622. Ma qui, ci vorrebbe l’intervento di Giuseppe Balsamo alias Cagliostro per spiegarcelo: Fra’ Diego La Matina nasce l’anno in cui viene assassinato il Conte Girolamo II Del Carretto, cioè proprio il 1622!

Rimandi e coincidenze sono le trame con cui è intessuta la storia, la storia di un Paese, di uno Stato e di un semplice Borgo. Rimandi e coincidenze sono i corsi e ricorsi del nostro Gian Battista Vigo, l’eterno ritorno dell’uguale di nietzschiana memoria, o più semplicemente il serpente che si morde la coda come è ben rappresentato dall’Uroboro.

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