Quelle cose del 2013 da non dimenticare

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In tempo di crisi dimenticare non è solo un errore, diventa anche una colpa

altIl 2014 potrebbe aprirsi con una domanda: quante cose del 2013 non sono da dimenticare per essere affrontate nell’anno che è arrivato? Viviamo in un’epoca di perdita di memoria. Il qui e ora, la filosofia del vivere per il presente senza pensare al passato e neanche al futuro, che in certi momenti può essere di rottura di fronte a tradizionalismi, a pregiudizi e ad abitudini invecchiate, oggi tende a devastare la formazione delle coscienze. Quando si vive all’ombra dei ricchi e gaudenti ci si può illudere di fare a meno della storia e vivere giorno per giorno. Quando si può consumare quasi senza limiti, almeno in apparenza, sembra non ci sia bisogno di rivolgersi alla storia, e, di conseguenza, scema la necessità di guardare verso il futuro.

Ma quando la crisi arriva, tutto cambia e dimenticare non è soltanto un errore, diventa anche una colpa, quella di un irresponsabile autoinganno. Molte cose sono scomparse nel nostro modo folle di normalizzare alcuni eventi e di enfatizzarne altri, spesso meno significativi ma più appariscenti. Si sa, il problema di oggi non è il velo di ignoranza che viene creato dal fatto che di alcuni eventi non si ha notizia, ma il velo di ignoranza che discende da un eccesso di informazione, da un continuo fare polverone, in modo che l’attenzione è distratta e distolta da ciò che è veramente importante. Molte cose del 2013 sono state chiuse nel cassetto per essere dimenticate. Ne ricordo solo qualcuna, quasi a caso. Un presidente della repubblica che riceve a colloquio il leader di un partito appena condannato in Assise, un governo che impone la fiducia su un suo ministro che parla troppo al telefono, una trasmissione di Report (del 18 novembre) dove si scopre cosa veramente sia una privatizzazione di un’industria di stato e dove tutti  sono coinvolti in un vorticoso giro di soldi o di complicità o di connivenze o di compiacenze, un governo dove centro, destra, sinistra stanno più o meno insieme quasi a rappresentare l’unità di una casta, un Berlusconi che apparentemente è fuori, ma che ora non può più funzionare da copertura per una destra che si vuole di sinistra. Il Monte dei Paschi di Siena, l’Alitalia, la Telecom la dicono lunga sui rapporti tra pubblico e privato. Bene fa Renzi a sollevare la questione elettorale, ma quanto alla realizzabilità di una nuova legge, è ancora da vedere se si ha la volontà di accelerare oppure, come si diceva una volta, di menare il can per l’aia e far durare la situazione attuale quanto più si può.
La Toscana è fondamendalmente votata all’equilibrio, così come lo dicono le sue campagne e i suoi paesaggi, dove persino le tortuosità dei viottoli che si arrampicano lungo le colline, guidati dai cipressi, hanno curve dolci che si sdraiano tra il giallo e il verde dei campi. Ora, questo equilibrio è seriamente minacciato. Cosa vi è infatti dietro questa dolcezza? Insediamenti industriali che avanzano, come a Prato o nel triangolo di Fucecchio, Castelfranco, Santa Croce, in modo selvaggio, cementificazione che non si arresta, cinesi che muoiono bruciati e altri che vivono come bestie, decine e decine di comunità linguistiche che si sovrappongono al limite tra legalità e clandestinità, treni che non funzionano, russi che comprano e comprano, soldi sporchi che, a quanto pare, vengono riclicati da queste parti. La periferizzazione avanza in uno dei più bei teatri mondiali dell’arte e della cultura. Dobbiamo provare a fermarla, guardando, come consigliava Machiavelli al Principe, da una certa distanza, perché così si coglie l’insieme. E primo fra tutti deve allora provarci Enrico Rossi, il governatore della Toscana. Buon 2014.

Alfonso Maurizio Iacono

da Il Tirreno


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