Quella silente e malinconica sofferenza che può avvolgere una città

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Le riflessioni di Alfonso Maurizio Iacono a margine di un dibattito sulla città di Livorno.

Ho rivisto il mare, un po’ mosso e un po’ torbido con le navi alla fonda e l’aria salmastra e leggermente ventosa che ti avvolge e rende bene quello strano miscuglio di scompostezza e dolcezza che fa di Livorno una città particolare, viva e malinconica, oggi alla ricerca di un senso e di un’identità che ha quasi perduto negli anni, quando forse, attardata in una forma di autocompiacimento di sé e di ciò che viene chiamata livornesità, non si è accorta che le cose nel mondo cambiavano, nel bene e nel male, ma cambiavano e oggi sono assai diverse di allora. Ma

Livorno, pur nella sua specificità, è una città nell’Italia e nell’Europa, e anche, come suonava il titolo della tavola rotonda a cui ho partecipato, nel Mondo. Non è l’unica ad avere perso il tram del cambiamento ed è fra quelle, molte, che non riesce a interrogarsi veramente, a vedersi diversa nello specchio, a cercare di comprendere cosa provoca questa silente, malinconica sofferenza che la avvolge e la smarrisce. Non si tratta nemmeno di discutere chi la governa e come. Non perché non vi sia da discutere. Ve ne è eccome! Ma, paradossalmente, nonostante le apparenze, non è questa la priorità.

Amo molto girare e passeggiare per le città un po’ come uno straniero o come quel flaneur (parola pressoché intraducibile, ma insomma come colui che va a zonzo, senza una meta) di cui parlò il grande Charles Baudelaire e che attrasse Walter Benjamin. Ci si rende conto che, spesso, vi sono stati anche grandi cambiamenti, ma questi sono stati prodotti da qualcosa che è nelle città da lungo tempo, qualcosa che è nelle abitudini, nelle tradizioni, nell’identità. La politica si inscrive sempre nella storia, nel bene e nel male, anche quando non lo sa e non lo vuole.

Alfonso Maurizio Iacono

Roma sta perdendo la sua anima. Torino no. Livorno sta perdendo se stessa. Lucca no. Pisa non si sta forse perdendo ma è molto tempo che non sa guardarsi allo specchio. Il Salento è un altro Sud. Si potrebbe continuare, e questo vale per il Nord come per il Centro come per il Mezzogiorno. Nella tavola rotonda per una volta lo sforzo comune, e non ci si era messi d’accordo, è stato quello di cercare di capire cosa è successo e cosa sta succedendo nel profondo. Mario Cardinali, il direttore del leggendario Vernacoliere, persona che ammiro e rispetto, dopo un appassionato intervento sul processo di nuova fascistizzazione a cui si sta assistendo, si è chiesto in cosa consista la livornesità, quel modo dei livornesi di sentirsi diversi, che troppo spesso però è diventato e diventa una sorta di narcisistico autocompiacimento e un’alibi per non cambiare nulla. Se lo dice Cardinali che ha fatto della specificità livornese e toscana un fatto culturale straordinario, che va oltre i confini di Livorno e della Toscana, dove sapere e linguaggio si incrociano nella satira in un modo che è tutto il contrario del plebeismo dilagante nel paese, è bene porvi attenzione.

Ma tutti i partecipanti, ciascuno in modo diverso, si sono domandati in sostanza cosa Livorno non sia riuscita a capire di se stessa negli ultimi trent’anni. Tutti hanno rilevato l’incapacità di saper vedere i mutamenti economico-sociali e la mancanza di una progettualità di lungo periodo che di questi tempi la politica non è più in grado di produrre, lasciando così ai grandi privati, alle multinazionali, di decidere per tutti un futuro che, in un mondo di diseguali, appartiene soltanto a loro. In questo senso oggi ogni città è Livorno. Ciascuna con la propria specificità, tutte a fronteggiare la stessa crisi.

Dobbiamo tornare a sognare e a progettare. Sogni e progetti sono stati abbandonati quando invece dovevano essere misurati con la mutata realtà storica e sociale. Questo, che è un compito della politica, ha cessato di essere il compito dei politici. Dobbiamo colmare questo gap.

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