Quel che Marx non poteva prevedere

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E’ necessario ripercorrere criticamente gli errori che la sinistra ha fatto da moltissimi anni nel lavoro, nel commercio, nella scuola, nella sanità…

Karl Marx

Quest’anno corrono i duecento anni dalla nascita di Karl Marx. Alcuni lo ritengono obsoleto. Eppure dopo la crisi economica del 2008, un po’ dappertutto nel mondo, si è tornati a prendere in mano i suoi scritti e in particolare la sua analisi del capitalismo e delle merci. Meno a sinistra dove l’impegno, negli ultimi trent’anni, non è stato quello di superare Marx ma di regredire assaporando il seducente profumo del neoliberismo. Il I libro de Il capitale, un’opera straordinaria. Che il capitalismo fosse capace di rivoluzionare la sua base tecnica era cosa già nota nel XIX secolo e rilevata da Marx, il quale tuttavia non poteva prevedere questa svolta nel lavoro e nella sua organizzazione. Ma una tale svolta è avvenuta non al di fuori, bensì all’interno di un sistema, quello capitalistico appunto, che possiede ancora tutte le caratteristiche di fondo che aveva due secoli fa e da cui non uscì mai neanche il cosiddetto socialismo reale.

Caduto il muro di Berlino, affermatasi la globalizzazione, trionfò il detto di Margaret Thatcher: “il capitalismo non ha alternative”. E così venne a realizzarsi la più profonda radicalizzazione del sistema capitalistico, ora in grado tecnologicamente di smantellare le grandi fabbriche e, di conseguenza, l’antagonista più pericoloso, gli operai riuniti insieme nel processo produttivo, capaci, se organizzati collettivamente, di contrastare e contestare il potere di chi comandava la produzione. La disseminazione tecnica della divisione del lavoro nei quattro angoli del mondo ha permesso al capitale di trovare il lavoro dove costa meno e può essere meglio sfruttato senza il fastidio di sindacati e di organizzazioni operaie.

L’incipit de Il capitale suona così: “La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immensa raccolta di merci”. Cosa è cambiato dall’Ottocento a oggi? Soltanto il fatto che la raccolta si è fatta infinitamente più immensa. Non è cosa da poco, certo. Ma, di fatto, ieri come oggi, dai supermercati ai mall, da quelle grandi caverne di Platone che si trovano a Los Angeles, Dubai, Toronto, Shanghai dove si vende di tutto, ai servizi online, dai concessionari alle bancarelle, quel che si nasconde dietro questa infinita raccolta di merci è ancora e sempre il lavoro con cui si fanno gli oggetti, un lavoro che viene sfruttato, che è contenuto nelle belle confezioni dei prodotti messi sul bancone, ma che non si vede e che non deve essere visto. Inoltre, con la robotizzazione gli operai vengono espulsi dal lavoro e gettati sul lastrico.  Con la libertà d’impresa un’azienda può licenziare gli operai di una nazione e andare a trovarne altri in un altro stato, dove costano assai meno e permettono maggiori profitti agli azionisti. Dov’è la novità del neoliberismo? E’ cambiato il modo, si è affinato, ma non la sostanza che prevede profitto di pochi, sfruttamento di molti e disoccupazione. Di conseguenza, nonostante tutto, il problema resta ancora la riappropriazione sociale del lavoro. Oggi impresa più difficile. Ma il fatto che sia difficile non cambia la natura del problema. La teoria di Marx non può andare a braccetto con la pratica neoliberista. Questo bisogno, spesso piuttosto ben remunerato, che ha la sinistra di doversi scusare, di dovere riparare il torto di essere di sinistra, di fare il lavoro che è di spettanza della destra, di sposare il peggiore e cieco neoliberismo, un bisogno che ha caratterizzato la politica degli ultimi trent’anni, deve finire. Questa sì è cosa vecchia e distruttiva.

Se, come dice Enrico Rossi, dobbiamo tornare a Marx e a Gramsci e fare un partito del lavoro, è necessario ripercorrere criticamente gli errori che la sinistra ha fatto da moltissimi anni nel lavoro, nel commercio, nella scuola, nella sanità, quando ha tardivamente e maldestramente scoperto l’aziendalismo come metro neoliberista di misura per governare e indirizzare e si è compiaciuta di accettare la competition, l’individualismo, e soprattutto la perdita del futuro in nome di un realismo capitalista che dissemina ovunque, come mai prima d’ora, anche panico, depressione, narcisismo, perdita di senso del limite, illusione di un’eterna giovinezza, dipendenza da quasi tutto.

Foto da Internet

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