Quando un attimo

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Il tuo racconto per Malgradotutto

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Oggi pubblichiamo “Quando un attimo” di Antonio Fiori.
Buona lettura.

Quando un attimo
di
Antonio Fiori

altAveva atteso trent’anni quel momento.
Per trenta anni aveva detto a se stesso che c’è un giorno in cui si smette di crescere e si é. Uno di quei giorni in cui non puoi piú vedere da una finestra, guardando fuori, che le montagne si abbassano alla prospettiva dello sguardo.
Così era andato nello studio ed aveva scartato quel pacchetto, era un piccolo cofanetto poggiato sulla scrivania, al suo interno c’erano i colori,
colori indelebili, li aveva comperati in un negozio per pittori,
erano colori che non potevano essere graffiati via, che non scolorivano,
colori che sarebbero restati così per sempre.

 

Rimase li a guardarli per un po, c’erano anche dei pennelli, tre per la precisione, da piccolo a grande, una scaletta di dimensioni, il grande poteva disegnare linee di un centimetro, il medio sette millimetri, il piccolo tre.
Incastrata sotto ai sette colori, rosso, verde, blu, giallo, marrone, bianco e nero, c’era una tavolozza, non molto grande, ma capiente a sufficienza per metterci su curve di ogni colore.
Sette colori, tre pennelli, una tavolozza e le sue mani.
Andò alla grande vetrata del suo salone, non era una finestra, era solo una grande vetrata, tre metri per un metro e settantatre centimetri, cinquanta centimetri da terra, posta al centro della parete del salone.
altIniziò a spostare tutti i mobili, pochi a dire il vero, una dormeuse, un mobiletto a cassetti a scalare, e due sgabelli rosso fuoco.
Quando ebbe la visuale completamente libera, distanziandosi due metri dalla vetrata, i piedi sulle orme poco prima nascoste dalla dormeuse, prese la tavolozza, i colori e i pennelli e fece scivolare fuori dai tubetti una quantità minima di colore per ogni colore.
Quei gesti li aveva ripetuti, ogni anno, nel giorno del suo compleanno.

Per evitare gli amici che passavano per gli auguri, aveva raccontato che quel giorno passava da casa sua una zia e lo portava ad una casa sul lago, una di quelle baite meravigliose che si vedono sulle riviste di architettura. L’idea gli era venuta quando, in uno di quei compleanni, qualcuno aveva lasciato sul tavolo dell’angolo bar una rivista di architettura. In quella rivista c’era una casa, una baita sul lago, scale che scendevano fin dentro l’acqua, incuranti del cambiamento di sostanza, aria, acqua..scendevi sentendo che qualcosa cambiava, lo sentivi prima sui piedi, poi le caviglie, i polpacci, le ginocchia, le cosce, la pancia, lo stomaco, le mani, le braccia, il collo, la bocca, il naso, gli occhi…fin sui capelli.
Tutto questo vedeva e sentiva.
Nessuno, dal compleanno in cui aveva raccontato della casa sul lago, era più passato da casa sua. Magari aveva pensato di andarlo a trovare in quella casa, ma mai a casa sua.
Aveva descritto ai suoi amici così bene quella casa, che ogni suo amico, quel giorno, lo pensava li, e lui ci andava davvero, ogni anno, qualche minuto..apriva la rivista, entrava in quella casa, andava in cucina, si faceva un caffè, si rilassava qualche minuto sulla dormeuse, poi andava in camera da letto, si spogliava e andava verso la scalinata. attendeva un attimo, poi la scendeva, gradino dopo gradino..piedi, caviglie, polpacci, fin sui capelli..ed era in quell’istante che succedeva. Si ritrovava li dritto, davanti alla vetrata della sua casa, quella vera, tre metri per uno e settantatré. Senza tavolozza. Tracciando contorni senza colore.
Così fino a quel giorno.
Fra le mani ora aveva realmente la tavolozza, incastrati nella mano i tre pennelli.
Prese il pennello piccolo e iniziò a dipingere i contorni della montagna.
Aveva studiato quella tecnica, il tracciare da lontano con una stecca lunga due metri, un alloggiamento alla sua estremità per i pennelli, tracciava i contorni di ogni cosa della terra, cose di madre natura.
Disegnava i profili usando colori opposti a quelli reali, e solo i profili, niente di più.
Il quadro di Giuseppe CipollaCi volle tutta la giornata, e i segni a terra per i piedi, e il portabiti per non cambiare posizione.
Si era preparato il tè all’arancia, lo sorseggiava di tanto in tanto, stando sempre appoggiato al portabiti, per ammirare..trent’anni in attesa di quel giorno, per quel momento che sarebbe arrivato di li a poco..
Era quasi l’ora in cui si sarebbe appoggiata esattamente in quel punto,
aveva una finestra di tempo di venti minuti circa,
cinque di immobilità totale, dove c’era il suo spazio, in quella fessura dove si incontravano i tratti senza prospettiva delle due montagne.
I colori erano pronti sulla tavolozza, sfumature di grigio, pura energia.
L’attesa.
Aveva imparato a non pensare, solo attendere.
La vedeva scendere, e Cristo se era bella, tonda come la O pronunciata da Dio in persona.
Alzò il pennello, fece il contorno, intinse ancora il colore, più grigio chiaro..
E d’improvviso una donna.
Davanti alla luna c’era una donna, davanti alla vetrata c’era una donna, una donna era apparsa davanti alla luna…
Ora non la vedeva più la luna..trent’anni, trent’anni per quel momento, trent’anni di attesa, trent’anni a disegnare con le mani vuote la luna, trent’anni appoggiato a quell’appendiabiti, trent’anni immobile su quelle orme..
Perché non era apparsa mai nessuna donna, in quei trent’anni?
Perché non l’anno prima, il giorno prima, un qualsiasi giorno dell’anno di qualsiasi anno, di qualsiasi momento che non fosse quello?
Erano uno di fronte all’altro, lei guardava lui, lui guardava lei.
La interrogava con lo sguardo, le chiedeva cosa diavolo ci facesse li in quel momento. Lei era immobile e non parlava.
Restarono a guardarsi per quel tempo che è senza tempo, se guardavi un orologio in quel momento non avrebbe avuto lancette…
Sospiro.
Immobilità.
Sospiro.
La luna.
Sospiro.
Pensiero.
Sospiro.
Si sollevò, poggiò i colori, poggiò i pennelli, prese lo sgabello, uscì fuori andando verso la vetrata, lei era li, le passò a fianco, mise lo sgabello a settantatré centimetri da lei e le disse: “resta immobile per favore”
Guardò la luna.
Sospiro.
Rientrò, disegnò i contorni di lei, passarono esattamente trentasette minuti, poi indicò alla donna lo sgabello, lei si sedette, lui ripose i pennelli e la tavolozza dopo averli lavati, si mise esattamente dove c’erano le orme. Chiese alla ragazza di entrare e di portare con se lo sgabello e la invitò a restare in piedi accanto a lui, donandole una delle due orme.
Le disse infine, senza staccare lo sguardo dalla vetrata, “chi sei?”.
La voce, calma, profonda e dolce, disse “sono la proprietaria della casa sul lago, ogni anno mi chiamano delle persone, in questo giorno, e mi chiedono di te”
Lui rispose senza staccare lo sguardo dalla vetrata, “e cosa ci fai qui?”
“sono venuta ad invitarti a bere un bicchiere di vino rosso, nella casa sul lago”
Lui disse, ancora senza staccare lo sguardo dalla vetrata, “così non funziona”
“già, in due si sposta leggermente”…

Antonio Fiori

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