Quando Totò Riina parlò di Leonardo Sciascia, ma non sapeva cosa diceva

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E’ morto questa notte nel reparto detenuti del carcere di Parma Totò Riina. Il “capo dei capi” di Cosa nostra stava scontando 26 ergastoli per omicidi e stragi, tra le quali quelle del 1992 che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il boss di Corleone, nel 2014, intercettato in carcere, minacciava il pm Nino Di Matteo e offendeva la memoria dello scrittore di Racalmuto: “Era un vero mafioso”. Parole aberranti di un mafioso che non ha mai letto un libro di Sciascia, scriveva nel gennaio del 2014 su Malgrado tutto Gaetano Savatteri. Rileggiamo quell’articolo. Non c’è nulla di più inedito della carta stampata.

Totò RiinaTotò Riina che definisce Leonardo Sciascia “un mafioso vero” è frase che non si può accettare, nemmeno sotto forma di paradosso, nemmeno sulla bocca di un ignorante capomafia. Totò Riina, il “viddano” semianalfabeta, come lui stesso ammette di essere, con la licenza di quinta elementare e una spiccata propensione a uccidere chiunque gli si pari davanti, adesso si presenta anche come critico letterario, raffinato recensore di libri, sottile esegeta delle polemiche culturali degli ultimi decenni. Perché tra un’intimidazione e una minaccia di morte al pm Nino Di Matteo, Riina si sofferma a discutere di Leonardo Sciascia.

Nelle sue conversazioni, intercettate e filmate, con il suo compagno dell’ora d’aria Alberto Lorusso, boss della Sacra Corona Unita , Riina infatti non parla solo di se stesso, della strage di Capaci, di Giovanni Falcone e Bernardo Provenzano, di vecchi e nuovi progetti di morte, in una ragnatela furbesca e ambigua di cose dette e non dette, probabilmente con l’intento di farle filtrare fuori per dare ancora il senso del suo potere.

A un certo punto, Riina parla di Leonardo Sciascia.

Frasi agghiaccianti.  Frasi che ritornano sul famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 sui “professionisti dell’antimafia” e sulle critiche ai magistrati.

“Lui (Sciascia ndr) – dice il boss pugliese – gli diceva la verità, lui era uno di quelli che teneva il coraggio di parlare…”. E Riina: “Minchia, ma quello era tremendo, lui sembrava un mafioso vero, ma poi quello era una persona studiosa, una persona…”. E l’altro: “Una persona studiosa e onesta”. Riina: “Onesta, onesta”. Lorusso: “… che non si faceva intimorire dai magistrati, che non si faceva intimorire e li chiamava i professionisti dell’antimafia”. Riina sottolinea il concetto: “Minchia, così sono professionisti dell’antimafia, tanto professionisti che a questi non li poteva vedere, questi li aveva come l’uva da appendere, ma sempre li attaccava, sempre dalla mattina alla sera, perché vedeva quello che facevano, ci constatava, lo constatava lui, però l’Italia è fatta così…”.

Ora, su quell’articolo la si può pensare in molti modi.

Personalmente Paolo Borsellino e Leonardo Sciasciacredevo allora, e credo ancora, che se Sciascia individuava sicuramente un fenomeno emergente, nello stesso tempo sbagliava ad indicare l’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando e il giudice Paolo Borsellino come campioni di un professionismo antimafioso utile a far carriera: Orlando era in quel momento un sindaco di rottura rispetto al passato e Paolo Borsellino un magistrato che faceva bene il suo mestiere, tanto da pagare con la vita.

Inutile ricordare che le affermazioni di Sciascia provocarono una polemica spaventosa, accentuata dalla reazione del Coordinamento antimafia di Palermo che relegò Sciascia “ai margini della società civile”, definendolo un “quaquaraquà”, mutuando l’insulto che lo stesso scrittore aveva coniato nel suo libro Il giorno della civetta.

In seguito, Borsellino, durante un incontro pubblico proprio a Racalmuto, quando Sciascia era già morto, spiegò che con lo scrittore avevano avuto un chiarimento e che le parole di Sciascia furono sfruttate da una parte della stessa magistratura per smantellare il “pool antimafia”.

Perché è sicuramente vero che la polemica sui “professionisti dell’antimafia” offrì il destro a molti “sciasciani di borgata” per attaccare i fronti più avanzati della magistratura palermitana. La definizione di “professionisti dell’antimafia” finì presto in bocca agli avvocati dei mafiosi, ai politici collusi, ai colletti bianchi al servizio di Cosa Nostra. E adesso, di bocca in bocca, arriva sulle labbra di Totò Riina.

ECCO IL VIDEO DAL FATTO QUOTIDIANO

Non si può chiedere a Riina di andare a leggere i libri di Sciascia per imparare quale fosse il senso del diritto e della giustizia dello scrittore: proprio quell’articolo – continuo a dire, per me sbagliato nei suoi riferimenti – testimonia che la necessità di Sciascia di dire “la sua” verità era talmente forte che al momento di scriverlo non considerò ragioni di opportunità né di prudenza . Ma l’onestà intellettuale di Sciascia non è stata messa in dubbio nemmeno da coloro che polemizzarono aspramente con lui.

Adesso, rileggere quella vicenda – che incrinò perfino amicizie personali – attraverso le subdole parole di Riina che tenta di portare Sciascia dalla sua parte, è veramente un’aberrazione.

Sciascia, a volte anche con posizioni non condivisibili, stava sempre dalla parte del diritto e della giustizia. Riina dalla parte del delitto e dell’ingiustizia. Il resto sono le chiacchiere insinuanti e rabbiose di un capomafia che, quando parla di cultura, non sa cosa dice.

Gaetano Savatteri

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