Quando la cultura si intreccia con la democrazia

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L’occupazione del Teatro Rossi di Pisa, da parte degli studenti, e l’attività che vi si conduce è un modo straordinario di praticare socialmente e politicamente la cultura. 

Teatro Rossi Pisa

Ormai sono due anni che il Teatro Rossi di Pisa è occupato e culturalmente, oltre che politicamente, attivo. Superando condizioni ambientali difficili, dalla luce al freddo, gli studenti e tutti coloro che hanno tenuto duro e mostrato carattere e fermezza nel difendere e praticare le loro idee, hanno consentito un’attività intensa, fatta di spettacoli, incontri, dibattiti. Trattano tutti allo stesso modo, severo, critico, del tutto antitetico all’atmosfera mass mediale di adorazione dei vip o delle star, grandi o piccole che siano. Detestano le cortigianerie e le ruffianerie. Si rapportano con gli invitati da pari a pari, senza reverenze o servilismi. Insomma in piena coerenza con lo stile degli studenti combattivi che negli anni hanno fatto le lotte all’università.

L’occupazione del Teatro Rossi e l’attività che vi si conduce è un modo straordinario di praticare socialmente e politicamente la cultura intrecciandola con la democrazia.  Fuori dagli schemi, ma questo, in un’epoca di conformismi camuffati da finte liberazioni e di omologazioni travestite da finte diversità, è un bene aggiunto.  Il teatro è un bene comune, la cultura è un bene comune. Non sono né investimenti né affari privati. O meglio non dovrebbero esserlo, ma lo sono e oggi vengono trattati come cattivi investimenti e come cattivi affari, a meno che non ci siano di mezzo la tv e i mass media, i vip e le star a fare mercato, pubblicità e plebeismo. Ma se continuiamo ad accettare l’esistente senza un minimo di fantasia e se non cerchiamo di dare uno sguardo al futuro, immaginando come potrebbe e dovrebbe essere vissuto un sapere che sia veramente fruibile per tutti senza abbassarsi al puro compiacimento del cliente pigro e indolente che si accontenta del facile e dell’immediato, allora lasciamo da parte ogni speranza.

Teatro_Rossi,_interno_(Pisa)

Il Teatro Rossi è di una bellezza straordinaria, paradossalmente accentuata, fino a mozzare il fiato, proprio dal fatto che si vede il retroscena.  Si dirà, proprio oggi che c’è la crisi economica, come si può pensare di spendere soldi per rendere agibile questo teatro? Ma forse è proprio questo il punto. E’ proprio in tempo di crisi che si rende necessario attivare l’immaginazione e aguzzare la vista.  Proviamo a pensare a come possa configurarsi la nostra Area Vasta se si unissero progettualmente, programmaticamente e amministrativamente i teatri di tutte le città e cittadine della zona, proviamo a riflettere su cosa significherebbe l’unificazione del sistema dei trasporti, proviamo a verificare quanti spazi pubblici abbandonati da riutilizzare vi sono nel nostro territorio. Certo, immaginare queste tre sole cose significherebbe scardinare un intero (e del tutto fatiscente) sistema di poteri, relazioni, abitudini, ambizioni che hanno a che fare con la politica nel suo rapporto con le istituzioni, ma significherebbe anche uscire dal pantano di un falso realismo conservatore che oltretutto non è per niente in grado di fronteggiare la crisi. Guardare al futuro è l’unica cosa realistica da fare. Limitarsi alla concretezza dell’esistente è il modo migliore che chiudere gli occhi mentre si affonda nella crisi.  Abbiamo oggi molto bisogno di una pratica di partecipazione democratica nella lotta per ciò che è comune, anzi la partecipazione democratica è connaturata all’idea di ciò che è comune a tutti.

Probabilmente, nella messa in discussione dell’esistente e in una prospettiva diversa, anche il Teatro Rossi potrà avere molto realisticamente un futuro. E senza uscire dalle leggi, non ci si nasconda dietro regolamenti e formule. Persino un uomo ligio come Kant ebbe a scrivere: “Regolamenti e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale, o meglio, di un abuso dei suoi doni di natura, sono i ceppi di un’eterna minorità”.

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